venerdì, 28 marzo 2008

A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.

La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.

E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
domenica, 09 marzo 2008
author: tantecarecose @ 15:28
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Sempre per aiutare il lettore a risparmiare qualche ora del suo tempo prezioso, vado avanti nell’analisi dei libri sopravvalutati dall’uomo e dal fluire della storia che potrebbero tranquillamente non essere mai consultati da un individuo senza che la vita di questi risenta del benché minimo contraccolpo.

“100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P.:
storia di una minorenne che la dà in giro come non fosse sua. Trasposizione librica del classico concetto che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, anche se ci si trova in libreria. Scritto sotto forma di diario, il libro alterna i racconti sessuali della giovane Melissa con i compiti di latino e matematica da fare per il giorno successivo. Ben presto la giovane Melissa confonde i due piani – quello ormonale con quello scolastico – e inizia a parlare di sesso come un sussidiario. L’unico dubbio, alla fine del libro, sono i 100 colpi di spazzola, secondo alcuni un’ardita metafora. Secondo Wikipedia, “il libro ha riscosso un grande successo tra le ragazze di età compresa tra i 16 e i 25 anni”. Le prime intente a capire da dove cominciare, le seconde a interrogarsi sugli errori commessi in passato.

“Il codice da Vinci” di Dan Brown:
tutta comincia con l’assassinio di Jacque Sauniere, curatore del Louvre. E, con questo omicidio, si chiude la parte logica del libro e inizia il delirio dell’autore. Nelle pagine successive si scopre che Sauniere è stato ucciso perché un suo vecchio zio, parente alla lontana di Leonardo da Vinci, odiava il cristianesimo e aveva scoperto che il Santo Graal altro non era che un bicchiere di plastica di una festa delle medie organizzata da Leonardo sul quale campeggiava il nome “Leonardo” scritto con il pennarello. Da qui si evince dunque che la vera scoperta che il libro vuole portare alla luce è l’esistenza dei bicchieri di plastica e degli Uniposca Osama già tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Almeno questo è quello che ho capito io.

“Ho voglia di te” di Federico Moccia:
cioè Step è tornato dall’America dove c’ha avuto un sacco de problemi perché quanno diceva a la ggente che se chiamava Step, tutti se mettevano a cammina’ o a sali’ le scale. E lui non ce capiva una mazza così torna a Roma e trova n’artra co’ un nome bestiale, tipo Gin. Che poi se chiama Ginevra che esce co’ l’amiche sua Fra (da Francesca), Anto (da Antonella), Lau (da Laura), Pin (da Pina) e Pi (da Pia). Però poi torna pure Babi e Step scopa co’ tutte e poi inizia a bere come un dannato. Forse è per questo che si riavvicina a Gin e alla fine scrive sul muro “Ho voglia di te”. Nel primo libro aveva scritto “Io e te 3 metri sopra il cielo”. Dopo questo libro l’associazione nazionale degli amministratori di condominio ha imposto alle sue future fidanzate di dichiarare l’eventuale unione con Step all’Ufficio igiene cittadina del Comune di residenza onde evitare imbrattamenti di muri supplementari.
martedì, 19 febbraio 2008

La scena è sempre la stessa: c’è lui che fa delle cose, mediamente inutili e che comunque attraggono tutta la sua attenzione, e lei che, a un certo punto, arriva figa, sorridente ed emozionata. Lo chiama, lui distoglie l’attenzione dal suo universo fatto del nulla, lei prende fiato e pronuncia amorevole la fatidica frase: “Saremo in tre”. Al che lui rimane senza parole, farfuglia qualcosa di lontanamente assimilabile a un lemma e poi si lascia andare a pensieri annessi alla sua imminente paternità. E comunque sono tutti felici e normalmente sereni come avessero azzeccato al Superenalotto un 4 da duemila euro scarsi.

La stortura della realtà è evidente. Chiunque abbia praticato sesso nella sua vita con una certa costanza, primo o poi si è trovato in prossimità di situazioni simili. Il reale arrivo del figlio è poi un dettaglio secondario ai fini della nostra analisi. Perché quello di cui in questa sede si vuole parlare è l’enorme differenza che intercorre tra la realtà filmica o pubblicitaria dell’annunciazione e la realtà reale dell’annunciazione stessa.

Nella vita reale il rischio di una gravidanza è accompagnato da un’ansia lancinante che si manifesta già una settimana/dieci giorni prima della data prevista per l’arrivo del ciclo. Lei è tesa perché non sente in movimento la situazione al suo interno e poco conta che tu sia abbastanza sicuro considerando che lei prende la pillola da sempre, che negli ultimi due mesi l’avete fatto altrettante volte e che, in entrambe le occasioni, tu avevi tre preservativi incastonati l’uno sull’altro e, cosa non meno trascurabile, non avevi raggiunto l’orgasmo. Però lei teme comunque le perdite, queste piaghe mitologiche la cui esistenza non è accertata e dovrebbe comunque essere concepita come una mini eiaculazione di acido solforico per perforare i tre preservativi e arrivare a destinazione.  Comunque: l’ansia sale e allora non rimane che ricorrere al drammatico test. Anzi, sarebbe più corretto dire “ai drammatici test” visto che, per maggiore sicurezza, ne viene acquistato uno di ogni marca in modo da ridurre il margine di incertezza non solo in prossimità dallo zero, ma, se possibile, addirittura sotto lo zero. In pratica l’ansia di maternità viene al test stesso che, per fugare ogni dubbio, si rivolge alla tua ragazza. Nonostante i test abbiano dato tutti impietosamente esito negativo e la tua ragazza sia ormai disidratata a causa degli ettolitri di pipì necessari per gli esami del caso, l’angoscia non passa e, anzi, monta ulteriormente. Ogni giorno che scorre verso l’attesa data d’arrivo del ciclo è una sferzata alla tua improvvisa voglia di un’autocombustione. Lei è intollerabile e ti rinfaccia continuamente il tuo stato di calma, dettato dalle attenuanti di cui sopra. A ogni immagine di un bambino, da quelli della pubblicità dei pannolini fino a quelli nei vasi con i fiori in testa che popolano i poster delle cartolibrerie, la senti tirare su col naso. Speri si sia fatta di cocaina, ma poi scoppia a piangere e il dramma è ormai manifesto. Non potrai fare nulla per calmarla, tanto non riuscirai mai a pronunciare qualcosa di così sensato da risultare idoneo alla tragedia in corso. Arriva il giorno delle mestruazioni, ma non le mestruazioni. Il panico si affetta ormai con l’intero set di coltelli Shogun di Mediashopping. Le scene di isteria ricordano quelle che hanno accompagnato il terremoto dell’Irpinia. Anche la tua impotenza è pressoché simile. Ma non sei uno che si perde d’animo e inventi soluzioni creative. Nel sonno provi a spruzzarle addosso del ketchup, sperando di prenderla in confusione. Ma è tutto inutile, anzi lei si incazza il doppio perché le hai anche sporcato le lenzuola appena cambiate. Sei in balìa degli eventi: passi le giornate a parlare con un tuo amico immaginario che per empatia hai ribattezzato Ogino Knaus, fingendo sia tedesco. Lei intanto è rassegnata e ha già iniziato a mettere da parte stivali col tacco e vestitini iper-attillati per riempire l’armadio di tutoni oversize e di completini per bambini.

Insomma: è chiaro che l’importante ai fini dell’investigazione non è capire se il bambino arriva o no, ma capire che, dopo siffatto stress, quel tipo di annuncio, quel maledetto “saremo in tre”, in natura non può esistere. E se anche lei dovesse essere così brava da riuscire a dirtelo, considera seriamente l’idea che il terzo possa essere quell’omino che dice di essere il marmista e la cui funzione non ti è mai stata chiara, considerando che a casa hai il parquet.
mercoledì, 13 febbraio 2008
author: tantecarecose @ 00:54
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Sul mio dentifricio c’è scritto “denti bianchi e forti”. Che non è un gran promessa, tenendo conto che quella è la sua funzione. E’ come se un impiegato delle poste andasse a lavorare con una maglietta che promette: “qui si possono pagare i bollettini”. Il problema vero, però, è che non su tutti i dentifrici c’è ‘sta scritta. Il che genera un dubbio quando ci si trova tra le mani il tubetto senza promessa (d’ora in avanti Tsp). Il Tsp, infatti, potrebbe non avere la scritta per ammissione esplicita dei propri limiti. Cioè se non sono capace di fare i denti bianchi e forti è meglio che non me lo scrivo addosso. Però potrebbe pure essere semplicemente rispettoso delle altrui intelligenze. Cioè se sono stato concepito per fare i denti bianchi e forti mica me lo devo scrivere addosso. Nel senso, chi mi compra lo saprà che servo a questo. E se compro un Tsp umile ritenendolo un Tsp intelligente e dopo un mese mi trovo i denti gialli? Perciò, in definitiva e nel dubbio, compro quello con la scritta.

Oggi, seduto sul water, ho scoperto l’essenza della pubblicità.
mercoledì, 06 febbraio 2008

Lo fanno, mica non lo so. Sono un giornalista pure io e le conosco le voci che girano sui complotti orditi dalla stampa per coprire fatti scabrosi. La diretta di Alfredino nel pozzo si disse che era stata fatta per distrarre dal casino della P2. E cose così. Ora io ho sempre pensato che queste fossero cazzate, invece oggi ho scoperto che del vero c’è. Almeno qualche volta. Per esempio, non voglio tirare in mezzo storie di verità esasperate per coprire altre verità, ma posso dire che spesso una verità viene raccontata parzialmente. Che di un fatto viene fornito un solo punto di vista, come al Tg4. Che di una notizia si fornisce solo il lato raccontabile, con una metà oscura che resta tale come nel romanzo di Stephen King. Ora: oggi la notizia del giorno era il ritrovamento dello Smile sulla Luna.
 
Smilesmile.happy


Stoltamente starete pensando che oggi hanno pure sciolto le Camere. Ingenui che siete. Siamo proprio nel caso di cui sto parlando. Lo scioglimento delle Camere è stato deciso solo per coprire una scottante verità che non poteva essere raccontata. Bella la Luna, bello lo Smile e giù pagine di giornali con il disegno del satellite affiancato a quello della simpatica faccina. Due simboli puliti, pubblicabili, persino benauguranti. Pensare che ci siano marziani che viaggiano nello spazio disegnando faccine sorridenti, alla fine, rasserena pure quelli che aspettano – giustamente – che prima o poi arrivi sulla Terra un’orda di extraterrestri incazzati a romperci il culo per qualche motivo. Un’ipotesi probabile e non ancora smentita. Sì, perché Napolitano e le elezioni sono solo una copertura per evitare che la concentrazione cadesse su un’altra verità. A qualche metro di distanza dallo Smile lunare, infatti, è stato ritrovato anche questo.

Cippaconiglio LunareCippa_Coniglio_2


Chiaro, no? Ma quali marziani cordiali e simpatici… Il ritrovamento del Cippa-coniglio lunare testimonia che per le galassie si aggirano bande di extraterrestri, non dico pericolosi, ma quantomeno minchioni, sì. Immaginate la Terra invasa da creature così.

Primo incontro del terzo tipo
Marziano: Tidssbvsdbv!
Terrestre: Eh?
Marziano: Sto cazzo! AHAHAHAHAH!!!!

Secondo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io parlare tua lingua e venire da posto dove tutti conoscere te!
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Terrestre, e sai chi salutare molto te?
Terrestre: No…
Marziano: Sto cazzo!  AHAHAHAHAH!!!!

Terzo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io venire in segno di pace (e tende la mano)
Terrestre: Davvero? Grande! (e tende la mano)
Marziano: AHAHAHAHAH!!! (dopo aver dato la scossa al terrestre con il pulsante nascosto nella mano e averlo innaffiato con la margherita spruzza-acqua, appuntata sulla giacca)

Quarto incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io insegnare te nostro saluto
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Tu tirare mio dito
Terrestre: (esegue)
Marziano: Prrrrrrrrr AHAHAHAHAHA!!!

Quanti insegnamenti si possono trarre da questa storia… I marziani parlano come i neri delle barzellette, i terrestri sono un po’ ripetitivi e a fare le gare di flatulenze ci si diverte comunque pure sulla Via Lattea.
mercoledì, 30 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 00:25
category: tuttologo per ignoranti, il caso moccia
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Per aiutare il lettore a risparmiare qualche ora del suo tempo prezioso, fornisco un compendio di libri sopravvalutati dall’uomo e dal fluire della storia che potrebbero tranquillamente non essere mai consultati da un individuo senza che la vita di questi risenta del benché minimo contraccolpo.
 
“Siddharta” di Herman Hesse: storia di un povero cristo che, in diverse fasi della sua vita viene abbandonato da chiunque: dagli amici, dal figlio e pure da un barcaiolo semi-muto. Siddharta ha i complessi di inferiorità verso l’amico Govinda, al quale i Kula Shaker hanno dedicato una canzone. Forse è questo a far sbroccare Siddharta, al quale mi sembra che nessuno abbia mai dedicato neanche un giro di do. Comunque: Siddharta e Govinda viaggiano e decidono di andare a vivere con i “Samana”, pensatori che imparano a impersonarsi con tutto ciò che incontrano. Tipo che se incontrano un masso, tutti i Samana si fermano a fare il masso e non si muovono finché non passa di lì una cosa deambulante nella quale possano impersonarsi. Poi Govinda decide di aggregarsi a una setta, mentre Siddharta incontra Kamala, la lascia incinta senza saperlo e se ne va. Poi incontra il pescatore muto che lo abbandona dopo un po’ e, di fronte alle limitazioni imposte dall’handicap, questo la dice lunga sul grado di zelo ed entusiasmo che Siddharta riusciva a portare nella vita della gente. Poi Siddharta trova il figlio, che però lo odio e lo abbandona a sua volta dopo poco. Intanto Govinda, con i neuroni ormai bruciati da anni di droghe e alcool con quelli della confraternita, torna da Siddharta e lascia che si sfoghi raccontando le sue cazzate metafisiche. 
 
“L’alchimista” di Paulo Coelho: serie di riflessioni sul viver bene che spaziano dall’ovvio all’assurdo. Tipo: non dormire con il cellulare acceso ché se qualcuno ti chiama ti svegli. Oppure: se quando sei in macchina vedi la luna piena fermati e parlale, non curandoti del fatto che sei in autostrada e che ti sfrecciano i tir da tutti e due i lati a 180 km/h. Nella versione originale, quella in portoghese, i protagonisti si chiamano Santiago e Fatima. In quella italiana si chiamano Catanzaro e Isernia. Santiago/Catanzaro è povero ma grazie all’alchimia diventa ricco. Un po’ come Wanna Marchi. Da uno che si chiama Paolo Coniglio, d’altra parte, non era lecito attendersi di più.
 
“I promessi sposi” di Alessandro Manzoni: al capitolo 2 Lucia Mondella ha già il match-point: con un “sì” pronunciato di fronte al curato – che finalmente sta bene – potrebbe chiudere la storia dopo circa una ventina di pagine. Manzoni, però, si accorge che così non sarebbe passato alla storia e, rosicando, fa fallire il piano di Renzo e Lucia, che ci metteranno altre 500 pagine prima di riuscire a diventare marito e moglie. Il romanzo ha dunque avuto successo solo perché ha dimostrato che l’inevitabile prima o poi accade. In tal senso è stato decisivo il cambio del nome del protagonista. Nella prima versione, infatti, il romanzo si chiamava “Fermo e Lucia”. Il problema è che, ogniqualvolta ci si trovasse nel mezzo di un’azione per cui era opportuno che Lucia chiamasse per nome il suo fidanzato, questi, ubbidiente, rimaneva impalato, non portando a termine la propria azione. A pagina 14.362, Manzoni si accorse che così non sarebbe mai riuscito a farli arrivare all’altare e decise di cambiare il nome di Fermo. Per vendetta, però, li fece comunque sposare in un lazzaretto.
 
“Due di due” di Andrea De Carlo: ci sono due amici che non si sa come facciano ad esserlo. Uno è sfigato, l’altro è da paura, infrange i vetri dell’imbarazzo e se le scopa tutte lui. Al punto che risulta difficile capire perché quello da paura abbia interesse a portare avanti questi amicizia. E riesce ancora più difficile spiegarselo per lo sfigato che, a una certa, va a vivere lontano dalla civiltà, campando di autoproduzione, tanta è la poca voglia di avere contatti con un mondo che ormai lo deride anche nella figura del fruttivendolo o del giornalaio sotto casa. Quello da paura ovviamente muore giovane e dannato, mentre lo sfigato è condannato a una vita di merda e morirà 96enne, solo e povero. Ma questo nel libro non è detto.
 
“Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia: cioè ci sta Step che è un figo proprio da panico e che je piace ‘sta Babi che però non se lo incula de pezza. Allora Step je fa le poste co’ la moto, ma Babi je a fa solo annusa’. Poi Step però la conquista e mettono i lucchetti a Ponte Milvio. Poi Step parte per l’America che vuole fare le sue esperienze con le magliette della Pickwick e Babi si dispera con gli orsi di peluche attaccati allo zaino. Il romanzo è stato venduto in tutti i Paesi d'Europa e persino in Giappone e in Brasile. Senza essere tradotto, però.
venerdì, 25 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: la mia parte intollerante, geni del male, tuttologo per ignoranti, il caso moccia
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Beh, nelle ultime ore è successo qualcosa di davvero clamoroso, è inutile che stia qui a parlarne. D’altra parte quando ci sono in giro personaggi di questo spessore non è che puoi aspettarti molto altro. La verità è che uno pensa che al peggio non ci sia mai fine, però poi deve sempre ricredersi. Insomma, per uno che ha idee simili alle mie, oggi è un giorno di merda perché, più o meno intorno alle 20, mentre succedevano cose di poco conto tipo la caduta del governo, su uno schermo di una sala del cinema Adriano di Roma passavano i titoli di coda del film di Federico Moccia.
 
Ora accogliere con un sorriso benevolo l’esordio alla regia di Moccia dopo aver già dovuto mandare giù i suoi libri è un po’ come accettare con lo stesso sorriso che Rocco Siffredi, oltre alle fighe assurde che si ciulla per professione, inizi a trombarsi anche tua madre, tua sorella e ogni componente femminile della tua famiglia. Che io ci provo a non parlarne, ma proprio non ce la faccio. Così ho deciso di fare come Beppe Grillo, rubando la celebre campagna “Boicotta Esso e Shell”, che per l’occasione diventa:
 
BOICOTTA MOCCIA
Anche se non vai al cinema dai tempi dell’Istituto Luce e se sei analfabeta e dunque inabilitato alla lettura, per favore fai circolare il messaggio agli amici.
 
Diamoci da fare... Siamo venuti a sapere di un'azione comune per esercitare il nostro potere nei confronti di Federico Moccia. Si sente dire che dopo i libri e i film la sua attività creativa si estenderà anche alla poesia, alla musica, al teatro sperimentale, al cabaret, alle arti figurative tutte, alla medicina, alla cucina, al bricolage, al decoupage, alla veterinaria applicata e alla metempsicosi.
 
La presenza di Moccia aumenterà fino a saturare il mondo della comunicazione.
 
UNITI possiamo fermarlo, muovendoci insieme, in modo intelligente.
 
Ecco come: La parola d'ordine è "colpire il portafoglio dei cinema che NON trasmettono i suoi film". I proprietari dei cinema ci hanno fatto sempre credere che un prezzo che varia tra 6 e 7 euro al biglietto sia un buon prezzo, anche per un film di Moccia, ma noi possiamo far loro scoprire che un prezzo ragionevole anche per loro è circa la metà. Meno della metà se parliamo di un film del pelatone. Cinefili e cinofili possono incidere moltissimo sulle politiche delle aziende: bisogna usare il potere che abbiamo. La proposta è che, da qui alla fine dell'anno, nessuno vada più a vedere – che so? – un film di Quentin Tarantino. Il gestore della sala che non si dà pace per l’imprevisto flop del caro vecchio Quentin sarà obbligato a calare i prezzi. A quel punto, con il biglietto a un euro, anche i più convinti denigratori di Tarantino decideranno di affollare le sale. Se l’Adriano, ad esempio, cala i prezzi di Tarantino, tutte le altre sale dovranno fare altrettanto. Lo stesso Adriano dovrà adeguarsi per evitare che nella sala di Moccia ci siano dieci persone, tra cui Babi e Step, e che nella sala di Tarantino siano accatastati 2673 spettatori. A quel punto calerà il prezzo anche del film di Moccia. Per evitare però che la gente, a quel punto, cominci ad andare a vedere anche “Scusa ma ti chiamo amore” bisognerà agire su più fronti nella prima fase. Come fare? Facile. Nelle sale di Tarantino stracolme, tra il primo e il secondo tempo, verrà proiettato un video di un attivista anti-Moccia che racconta per filo e per segno la trama della pellicola, concentrandosi ovviamente sul finale, rigorosamente svelato. Così si scoraggiano gli esseri pensanti che non hanno letto il libro. Poi, però, l’attivista racconterà anche una serie di sventure capitate a suoi amici immaginari a causa delle turbolenze dei fan di Moccia. Dirà di quel ragazzo investito dalla moto del fan che si credeva Step e che è entrato nella sala dell’Adriano impennando. Racconterà della ragazza rimasta sei notti e sette giorni chiusa nel bagno del cinema a causa dei lucchetti che i fan avevano attaccato dietro la porta del cesso. Ricorderà la ragazza affogata nel Tevere dopo essere precipitata da Ponte Milvio a causa del peso degli orsi di peluche attaccati allo zaino. Insomma, anche i fan del Moccia più accaniti dovrebbero sentirsi a questo punto sufficientemente demotivati. A quel punto si potranno rialzare i prezzi di Tarantino, tanto il film del pelatone se lo andranno a vedere solo Cristiana Capotondi e le sue amiche. Si può fare, dunque, solo che per farcela dobbiamo essere milioni di non clienti dell’Adriano in tutto il mondo. Il che verrà facile a uno che vive a Sydney, meno a chi abita a Piazza Cavour. Questo messaggio è stato inviato a una trentina di persone; se ciascuna di queste aderisce e a sua volta lo trasmette a...diciamo una decina di amici, siamo a trecento. Se questi fanno altrettanto, siamo a 3000, e così via. Di questo passo, quando questo messaggio sarà arrivato alla.... settima "generazione", avremo raggiunto e informato trenta milioni di potenziali spettatori.
 
Chi ti Moccia, ti spegne: digli di smettere.
PS: peraltro Moccia picchia i bambini, si scaccola in macchina e attacca i suoi prodotti sotto il sedile del passeggero, aiuta le vecchiette ad attraversare ma le lascia a metà della carreggiata, racconta i finali dei film e dei libri ai suoi amici, quando sta con la sua ragazza fa commenti pesanti sulle altre donne, rutta durante i pasti anche ai pranzi di lavoro, lancia i petardi allo stadio, ride quando vede in tv le immagini dello tsunami, si mangia le unghie dei piedi e non compra un cd originale da un decina d'anni. Fate voi.
sabato, 12 gennaio 2008

In Campania l’emergenza rifiuti c’è e alla gente giustamente girano le palle. Altrettanto giustamente, però, girano le palle tipo a quelli delle altre regioni, alquanto seccati dall’arrivo di navi stracolme di rifiuti. Svegliarsi la mattina (tu-turu-turu-tuttu) e vedere dalla finestra di casa il porto assediato da navi ricolme di immondizia può essere effettivamente seccante. Specie se vivi in Trentino Alto Adige e non hai il mare. Oggi girano le palle anche a Prodi che dice che non esiste proprio che le regioni si ribellino alla ricezione dei rifiuti campani. Ma girano le palle anche a Napolitano, a Fini e Marini, a Bertinotti, Berlusconi, Bertolaso e alla Bertè, a De Gennaro e a San Gennaro, ad Alemanno e all’impero austro-ungarico, alla Iervolino, a Bassolino a Topolino e a Paperino.
 
Insomma girano le palle e tutti e, chi per un motivo, chi per un altro, sembra che abbiano tutti ragione. In sostanza, però, nessuno sa che pesci prendere, a parte la Bertè che credo lo sappia abbastanza bene. E’ per questo che ho sprecato il mio unico giorno libero della settimana per pensare a un escamotage che permetta di uscire dall’emergenza. Alla fine, ovviamente, l’ho trovato. Perché, vedete, per risolvere i problemi basta fermarsi un attimo e pensare con calma.
 
Allora: cos’è che da sempre spaventa gli italiani? Le cose troppo grandi o, comunque, più grandi di quanto l’italiano medio sia abituato a vederle. Non si spiegherebbe altrimenti la gag sempreverde del marito cornuto che sta per diventare papà e, in sala parto, si trova in braccio il bambino di colore. Perché vanno tutti da Ikea la domenica? Perché è un posto troppo grande e la gente ha paura di andarci da sola durante la settimana. E’ evidente. Quanti italiani conoscete che abbiano letto per diletto un libro con più di mille pagine? Io nessuno. Potrei andare avanti per ore, con altri esempi inventati esattamente come questi (a parte quello delle situazione pubica afro-americana che è oggettivamente un incubo per il 90% degli abitanti del Belpaese).
 
Il problema è che l’uomo non ha paura di un sacchetto dell’immondizia, ma di una nave stracolma, sì. Ecco allora la soluzione di Tcc: scomporre l’emergenza. Vogliamo portare via l’immondizia da Napoli? Bene, facciamolo. Ma non la carichiamo tutta su una cargo battente bandiera partenopea che dà l’impressione al sardo di venire sommerso a sua volta dal pattume. Trasportiamola nottetempo con tanti camion in tutte le città italiane, nessuna esclusa. Quindi migliaia di precari assunti a progetto dal Comune di residenza (e si dà una mano anche al mondo del lavoro, con conseguente crescita del potere d’acquisto e benefici al Pil) avranno il compito di smistare l’immondizia nelle case della gente. In ogni busta verrà collocato anche un pratico Arbre Magique, in modo tale da non dover sopportare fastidiosi olezzi. Inoltre l’Arbre Magique verrà quotata in Borsa con capitale italiano e così finalmente - dopo il boom delle vendite per fronteggiare l'emergenza - avremo un’azienda competitiva a livello internazionale. Ogni nucleo familiare, dunque, riceverà un sacchetto di spazzatura arrivato direttamente dalle zone sotto emergenza della Campania. E il gioco è fatto. Il giorno dopo, uscendo di casa, tutti quelli che hanno ricevuto il sacchetto lo butteranno nel cassonetto sotto casa, come fanno ogni giorno. In più molti lo dimenticheranno sul balcone per un paio di giorni, come avviene nelle case degli studenti fuorisede, così che le buste non saranno tutte gettate nella stessa notte ma spalmate in 48/72 ore. Ora: in Italia ci sono 59.206.382 abitanti che, considerando mediamente un nucleo di quattro persone, fa 14.801.595 famiglie eventualmente destinatarie del sacchetto. E volete dirmi che a Napoli e dintorni in questo momento ci sono più di 14 milioni di buste dell’immondizia di cui non si sa che fare?
 
Ma com’è che devo sempre pensarci io? Sto iniziando ad accusare il peso delle responsabilità.
sabato, 22 dicembre 2007
author: tantecarecose @ 03:29
category: geni del male, tuttologo per ignoranti, anima animale, epica e mitologia
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E' tutto perfetto. Il buio di una qualsiasi sera dicembrina interrotto dalle luci della Roma natalizia. Le strade sgombre del cinquantunesimo giovedì dell’anno. Gelido, peraltro. Il freddo cane che all’interno della acid–mobile intuisco appena dallo sterzo ghiacciato che si riscalda un po’ alla volta. I bocchettoni dell’aria però alitano nell’abitacolo una clima da Tropico del Capricorno, mentre un pezzo r’n’b mi scalda le arterie e accompagna la macchina che accondiscende le curve del Muro torto. Sto bene e non so perché, giudicando la mia vita appena da 5,5. Zeppo di una calma che credo di aver provato prima solo immerso nelle pozze di acqua termale di Cura di Vetralla, con la pressione ai minimi storici. E’ tutto sin troppo perfetto perché io possa evitare di riflettere approfonditamente sull’unica considerazione che ignoro per quale motivo mi sia venuta in mente proprio in questo momento.
 
Ma a che cazzo servivano le braccia al Tyrannosaurus rex? Film, libri, documentari: qualcuno ha mai visto il T-Rex usarle?
 
trex 
 E non avrebbe potuto essere altrimenti. Cioè, parliamo di animali che potevano raggiungere i 12/13 metri di lunghezza e che avevano ‘ste due appendici anteriori lunghe appena un metro. Cento inutili centimetri per parte che intanto rendevano vane, viste le proporzioni, una lunga serie di attività quotidiane come grattarsi la schiena, allacciarsi le scarpe, tagliarsi le unghie dei piedi, mettersi il gel nei capelli, rullare una sigaretta, scaccolarsi e farsi le pippe. Viene da pensare che le usasse per mangiare. Errato. Primo: queste bestie erano troppo più alte di uomini e di gran parte degli esseri coetanei, nel senso di abitanti del Cretaceo superiore. Il che significa che il T-Rex, pur chinandosi come neanche Ilona Staller avrebbe saputo fare, non sarebbe arrivato nemmeno a raccogliere l’eventuale preda. Secondo: nel fortuito caso di successo, magari per prede più voluminose, in ogni caso non sarebbe riuscito a portarle alla bocca a causa della giuntura del gomito e della spalla che gli consentivano movimenti in un arco di non più di 40/45°. Quindi corte e pure costruite male: una tragedia. Con l’inclinazione di 45° non poteva neanche fare il gesto dell’ombrello che richiede un’angolazione prossima ai 90°. Non poteva neanche applaudire, perché ‘sti benedetti arti anteriori erano troppo rigidi e pure troppo distanti tra loro. E poi nel Cretaceo superiore, a differenza di quello inferiore, c'era ben poco da applaudire. Insomma: lungo tutto il Muro torto ho pensato che l’unica cosa a cui potessero servire quelle braccia era fare le matasse di lana. Però non esisteva la lana, quindi era impossibile anche questa ipotesi. Non riuscivo a darmi pace. Se le teorie evoluzionistiche vogliono gli esseri viventi adattarsi all’ambiente, perché quelle braccia non sparivano? Perché il T-Rex si ostinava a mantenerle? Non potevo resistere all’interrogare Wikipedia per scoprirlo.
 
“È invece possibile che il T-Rex usasse gli arti per tenere fermo il partner durante la copula (Osborn, 1906)”.
 
E poi non venite a dirmi che nella vita non si fa ogni cosa con il fine di copulare come i dannati.
sabato, 10 novembre 2007

Il mio mondo è fatto essenzialmente di personaggi immaginari. Spesso animali con facoltà umane. E’ bene ammetterlo, una buona volta. A me del reale me ne frega davvero poco. L’abbiamo sempre detto con Simiele: tra ricevere una chiamata del Corriere della Sera e incontrare – che so – un cavallo che canta tipo quello di Top secret, vince la seconda tutta la vita. Il problema è che se fino a poco tempo fa eravamo in pochi a pensarla così, una nicchia di simpatici visionari, ora stiamo diventando sempre più. E lo dimostrano la Pixar che continua a fare film animati che hanno per protagonisti animali assurdi, la Playstation, la Wii e le altre console che investono su giochi con conigli rosa e cani che ballano e, soprattutto, il fatto che l’Ansa abbia messo in piedi una redazione apposita. Credo che mesi fa, nel palazzo di via della Dataria che ospita il dna dell’informazione italiana, ci deve essere stata una riunione tipo tra il direttore, i vari caporedattori, Piero Angela, Steve Irwin, Licia Colò, i suoi orsi polari, e Gianfranco D’Angelo, eccezionalmente nei panni del Tenerone. Dopo un dibattito fiume, la task force animalista è arrivata alla conclusione che l’agenzia dovesse dotarsi di una redazione dedicata al racconto del mondo animale e, per certi versi, immaginario.
 
In principio, dunque, era Knut, l’orso dello zoo Berlino abbandonato dalla mamma subito dopo la nascita. Una storia difficile la sua, divisa tra una famiglia che non ti vuole e un’inaspettata popolarità arrivata troppo presto. Il successo di Knut è planetario, nonostante lui sia di poche parole. Non una battuta ai giornalisti che assediano lo zoo, al punto che molte malelingue motivano la sua popolarità con la diceria: c’è chi giura di averlo visto a letto con la figlia del direttore dello zoo. Poi arriva il libro, scritto a quattro mani con tale Christiane F., e il successo di Knut diventa mondiale. Ma le luci della ribalta logorano e così Knut si ritrova schiavo della sua stessa immagine, ossessionato dal mantenere un successo effimero. Una delle ultime immagini prima del suicidio lo ritraeva così, narciso e infelice.
 
Delle formiche asociali di Fred Adler si è disquisito in abbondanza. Ma grazie all’Ansa (e al sito in costruzione illaidonicotra.it), per esempio, ho scoperto che piccioni e babbuini memorizzano le foto, soprattutto se correlate a qualche loro interesse. Conosco babbuini che hanno un book completo di tutte quelle che sono riusciti a portarsi a letto. Certo niente a che vedere con gli elefanti che si riconoscono davanti allo specchio. E che ci perdono ore davanti a quello specchio se la sera devono uscire. Ci sono elefanti poi che lo specchio hanno imparato a farlo come la buonanima di Marcelle Marceau, altri si stanno specializzando nel mimare il tiro alla fune ma la rappresentazione è meno efficace. Le aragoste e i gamberetti invece piangono per il dolore, smentendo anni e anni di teorie che attribuivano la lacrimazione a una forma patologica di depressione. Il tutto aspettando il super-topo, recentemente creato a Cleveland e che, stando agli studiosi, ha capacità fisiche – per la sua categoria – paragonabili a quelle di Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France consecutivi. Il super-topo mangia il doppio di un topo normale (come Gianpiero Galeazzi) ma non ingrassa (come Kate Moss, ma il super-topo non vomita dopo il pasto), può correre per oltre cinque ore senza interruzione  (come Robert Korzeniowski), alla velocità di 20 km/h, ha un'aggressività inaudita (come Mike Tyson), mantiene l’attività sessuale anche in età avanzata (come Franco Califano) e, soprattutto, non ha paura dei gatti (come un cane). Bisogna solo sperare che non si appassioni alla letteratura altrimenti non ci saranno più topi da biblioteca da prendere per il culo.
 
 

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