giovedì, 03 luglio 2008
Tanto tutti prima o poi ci abbiamo provato, per cui non mi sento un alieno a dire quello che sto per dire. Che poi se sei giornalista, se hai fatto l’animatore o lo speaker in radio, se hai un blog o se ogni tanto partecipi a qualche concorso di narrativa, una componente egocentrica ce la devi avere. Io le cose succitate le ho fatte tutte, quindi ho tante componenti egocentriche. O una sola, però molto grande. Insomma: io sono uno di quelli che ogni tanto testa la sua popolarità su Google.
Devo dire che, da questo punto di vista, essere Gianluca Cordella e non Mario Rossi mi ha agevolato non poco il compito. Almeno le pagine trovate parlavano di me e quasi esclusivamente di me. Senza dover stare a passarle in rassegna tutte, sfoltendo la mia effimera auto-affermazione di ingombranti omonimie. E sin dall’inizio mi sono portato appresso un Gianluca Cordella che parla di automodellismo e un Gianluca Cordella calciatore/modello. Il modellista non mi ha mai preoccupato tanto. Aveva le sue due belle citazioni e, a distanza di anni, quelle sono rimaste. Quindi questo Gianluca Cordella o è morto o ha appeso i modellini al chiodo, peraltro frantumandoli in mille pezzi. Niente da aggiungere su di lui. Il calciatore/modello è già più problematico. Intanto perché è stato lui a spingermi la prima volta a cercare il mio nome. Sfogliavo una rivista inutile, quando trovai una pagina con una gamba muscolosa e una scarpa di Dirk Bikkembergs. Con la scritta “Gianluca Cordella posa per Dirk Bikkembergs”. La soluzione era facile: dovevo querelare questo stilista da quattro soldi per aver provato ad arricchirsi con il mio nome. Da buon egocentrico non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che potesse trattarsi di un omonimo. Era chiaro che quella vecchia volpe di Dirk mi conoscesse bene e avesse deciso di usare il mio nome. Altrimenti perché non avrebbe fotografato il modello anche in faccia? Il classico scambio di persona. Ma mentre mi vedevo già in tribunale di fronte a un Dirk imbarazzato che provava a dimostrare che quella gamba fosse la mia, mi imbattei in un manifesto di Bikkembergs con Gianluca Cordella sano. Non ero io, cazzo. Un omonimo celebre e ingombrante. L’anagrafe mi aspettava: dovevo diventare almeno Gianluca Cordelli. La fama di questo calciatore/modello doveva però fare i conti con la brama di successo di Bikkembergs che, messi da parte i calciatori dilettanti, decise di lanciare la nuova campagna pubblicitaria con calciatori di serie A. Da allora di Gianluca Cordella non si è saputo più molto, a parte – e questo brucia ancora – che lui ha delle pagine che parlano di lui in cirillico. Cosa che io, a meno di miracoli, non avrò mai. Pazienza. E comunque oчевидно, в честь чемпионата мира по футболу лицом марки в этом олимпийском году стал популярный итальянский футболист Джанлука Корделла.
Nel frattempo il blog stava iniziando a crescere, avevo vinto un paio di concorsi di narrativa e avevo pubblicato qualche racconto qua e là. Insomma stavo diventando io il vero Gianluca Cordella. Pagine in aumento, primi risultati tutti per me e avversari che non crescevano.
Qualche settimana fa, il dramma. Nel Salento è venuto fuori ‘sto Gianluca Cordella campioncino, a quanto pare, di sollevamento pesi. Per me, l’inizio della crisi. Le sue pagine si stanno moltiplicando, e in numero, e in popolarità. I risultati legati a lui hanno già scalzato 2-3 pagine di risultati con il mio nome. Presto il vero Gianluca Cordella sarà lui e io finirò per essere una meteora della notorietà, peraltro solo informatica, considerando la coltre di anonimato che ricopre come un plaid scozzese la mia vita professionale. A me diranno “Gianluca Cordella? Ah, come il pesista...”. Che poi questo è pure un under 23, c’ha una carriera davanti, magari le Olimpiadi. E io no. Fosse stato – che ne so – un tenero fioraio avrei potuto anche meditare di eliminarlo fisicamente. Invece no, è un pesista, cazzo. Roba che magari mi fracchia anche di mazzate mentre tento di ripristinare la mia web-egemonia. Che amarezza. Perciò...niente, l’unica cosa che chiedo è di scrivere Gianluca Cordella ovunque capiti. Blog, siti, anche istituzionali, forum. Mi va bene tutto. D’altra parte non è colpa mia se fra il nessuno e il centomila, ho sempre tifato per l’uno.
venerdì, 13 giugno 2008
Lukas Podolski nasce in Polonia, cresce calcisticamente in Germania, sceglie di giocare per la nazionale tedesca e, quando agli Europei segna contro la Polonia, non esulta. Hakan Yakin ha genitori turchi e per pura coincidenza nasce in Svizzera, sceglie la nazionale elvetica e, quando agli Europei segna contro la Turchia, non esulta. Tcc nasce in Italia, sposa una samoana di 165 chili, sceglie la nazionale delle Samoa americane e, quando in un’amichevole insignificante segna contro l’Italia, esulta come sedici Pippo Inzaghi condensati in un unico Pippo Inzaghi che segna il gol decisivo in fuorigioco evidentissimo al quinto minuto di recupero della finale dei mondiali. E ‘sti cazzi il fair play. Podolski e Yakin guardano Tcc in tv che esulta come un pazzo e rosicano per non aver fatto lo stesso in quello che potrebbe essere stato il momento più alto della loro carriera calcistica. La differenza forse sta nel fatto che Podolski e Yakin hanno fatto le loro scelte quasi per caso, programmando non più in là di un paio d’anni. Tcc invece ha sempre inseguito il sogno di giocare in una nazionale. Una qualsiasi. E siccome in quella italiana non ce l’avrebbe mai fatta, e nemmeno in una europea di livello bassissimo tipo Andorra, ha accettato di trasferirsi in uno dei paesi che chiudono la classifica mondiale della Fifa e di provare a cercare fortuna lì. Sposa la samoana e dopo un po’ prende la cittadinanza. A 31 anni non è calcisticamente di primo pelo ma in una squadra che l’11 aprile 2001 ha preso 31 gol dall’Australia può fare la sua figura. Così si propone agli osservatori delle Samoa americane, interrompendoli proprio mentre facevano la gara di Buondì ingurgitati nel minore tempo possibile. Tcc entra in campo convinto, supera in velocità i mastodontici cristoni samoani e infila il portiere con un diagonale imparabile. Non ci sono dubbi: le Samoa americane hanno la loro stella. Il primo periodo in nazionale è divertente, anche se il clima da armata Brancaleone non aiuta a preparare al meglio le partite. Ma arriva il grande giorno, l’occasione di una vita. L’Italia, prima dei mondiali di calcio australiani, organizza un’amichevole agevole contro le Samoa americane. Tcc scende in campo con le gambe che fanno giacomo-giacomo (James-James, essendo nelle Samoa americane). Dopo otto minuti l’Italia è sul 13-0. Ma a metà della ripresa, con gli azzurri sul 43-0, la retroguardia accusa un comprensibile colpo di sonno. E’ allora che Tcc si infila tra le maglie della difesa e, approfittando di un Buffon sdraiato all’ombra del suo palo destro, si avvia verso la porta, ferma la palla sulla linea, si china e la mette morbida in porta di testa: 43-1 ed esultanza smodata e incomprensibile ai più, specie a ‘sti Podolski e Yakin che non esultano contro le loro nazioni. E ‘sti cazzi i parenti che ci restano male e la gomitata in faccia di Materazzi che comunque prenderò tra cinque minuti.
Per gli amanti delle statistiche allego il tabellino di quel memorabile match Australia-Samoa americane, facendo notare che l’attaccante Thompson, con 13 reti, è entrato nel Guinness dei primati per quanto riguarda le reti messe a segno in solo match e che, mentre l’Australia aveva in panchina Frank Farina, le Samoa americane solo un generico Lui:
Australia: Petkovic, Muscat, Moore, Popović (De Amicis), T. Vidmar (Miller), A. Vidmar, Zdrilic, Horvat, Boutsianis, Colosimo, Thompson. A disposizione: Foxe, Chipperfield, Aloisi, Corica, Wilson, Bolton, Mori. Allenatore: Farina.
Samoa americane: Salapu, Leututu (Mariko), Falimaua, Fatu, Faaloua, Sinapati, Mulipola, Feagiai, Falaniko (Ioana), Savea, Im Min. A disposizione: Silao, Maina. Allenatore: Lui.
Reti: Boutsianis al 10’, 50’ e 84’; Thompson al 12’, 23’, 27’, 29’, 32’, 37’, 42’, 45’, 56’, 60’, 65’, 85’ e 88’; Zdrilic al 13’, 21’, 25’, 33’, 58’, 66’, 78’ e 89’; A. Vidmar al 14’ e 80’; Popović al 17’ e 19’; Colosimo al 51’ e 81’; De Amicis al 55’.
mercoledì, 04 giugno 2008
Niente, ormai è inevitabile. Una bella crisi diplomatica con la Svezia non ce la può togliere proprio nessuno. Il motivo? Un boicotaggio economico bello e buono. No, dico: manco non lo sapessimo che a ‘sti svedesi toccategli tutto ma non l’Ikea. E l’Einaudi cosa ti va a fare? La beffa imperdonabile ai Flärke. No, no, no. Devo calmarmi e spiegare tutto senza farmi prendere dall’ansia...
Tutto è cominciato tempo fa, quando l’Ikea lancia sul mercato il porta cd/dvd/libri da parete Flärke. Nella sua semplicità, un gioiello di versatilità di 111 cm per 33 per 16. Economico (9,99 euro), facile da montare e utilissimo per riportare l’ordine anche nelle camere più incasinate. Troppo irresistibile per non averne in casa almeno uno. E chi è Tcc per resistere alla tentazione? Orgoglioso del mio Flärke, è inutile negarlo, lo sono stato sin dall’inizio. Al punto che, tempo appresso, decisi di dargli dei fratelli, visto il gran numero di cd, dvd e libri presenti in casa. E, sistemati i primi e i secondi, avevo scoperto la goduria di collocare in ordine i terzi, dividendoli per case editrici e per autori con un ordine maniacale. Tascabile Feltrinelli ai primi piani, Oscar Mondadori agli ultimi (meri criteri politici), Einaudi Stile libero nel settore intermedio. Tutto filava liscio e la mia vita con i Flärke scorreva via placida e serena. Né io, né loro potevamo immaginare quello a cui stavamo andando incontro.
Qualche giorno fa finisco di leggere “Firmino”, di Sam Savage, e, come da prassi, mi avvio con il sorriso soddisfatto verso il Flärke riservato agli Einaudi per collocarlo tra Aldo Nove e Fred Vargas. Che bella quella muraglia gialla con le scrittine verticali nere! Pregustando il suo imminente accrescimento, vado per inserire Firmino e l’orrore si manifesta in tutta la sua portata: il libro non entra. “Non può essere”, mi dico. E’ dannatamente identico a tutti gli altri. Ci riprovo: niente. Firmino non entra. Lo metto di sbieco: niente. Provo a incurvarlo al centro per poi rilasciare: niente. Non mi resta che la prova del dna: confrontarlo con un altro Einaudi a caso. Ora: l’altezza che separa le due mensole del Flärke è 19,5 cm. Esattamente la stessa degli Einaudi stile libero che, di fatto, calzano a pennello. Non la stessa di Firmino, però, che è appena appena più lungo: 20 cm e qualcosa. Eliminando dalle possibilità l’errore umano – un falegname svedese non farebbe mai dei bozzi a una propria mensola – e l’errore di stampa, ditemi voi quale possibilità resta. Il complotto, è evidente. Ipotesi avvalorata da una subdola e minuscola scritta in rosso che segue la dicitura "Einaudi stile libero" su Firmino: Big. Einaudi stile libero big. Una collana apposita, uguale in tutto e per tutto alla precedente se non per le pagine più lunghe di un centimetro? L’Einaudi – è ormai evidente – ha deciso di allungare volutamente il formato dei propri libri per mandare in crisi il mercato dei Flärke e, di questo passo, l’Ikea tutta. Ma perché l’Einaudi odia l’Ikea? E’ questo che mi chiedo ossessivamente da giorni. L’unica risposta sensata che sono riuscito a darmi è che hanno lo stesso fornitore di alberi. Logico, no? Fare fuori l’avversario per avere il monopolio delle forniture. Perciò dico che la crisi è ormai irreversibile. La Svezia non può soprassedere all’estinzione dei Flärke. Aspettiamoci chiusura delle frontiere, dazi doganali sulle merci italiane, protezionismo a oltranza. Basta valchirie bionde da abbordare nelle discoteche romagnole. Basta quadri svedesi nelle palestre delle scuole italiane. Per questo, quando ci troveremo lungo i confini eserciti di falegnami scandinavi disoccupati e incazzati, armati di coltelli Skärpt non facciamo come al solito finta di non saperne nulla. E se avete pensato che si trattasse solo di uno stupido problema e lo avete aggirato semplicemente sistemando i libri in orizzontale, be', sappiate che la Terza guerra mondiale è anche un po’ colpa vostra.
lunedì, 28 aprile 2008
Tutti noi, prima o poi, troviamo nel corso della vita una persona – una e una sola al mondo – che risponde con un sorriso ai nostri momenti di difficoltà, che è sempre pronta a farsi scivolare addosso i nostri insulti e che conosce ogni nostro punto debole. Una persona speciale che sa prenderci con dolcezza, ma al tempo stesso con rigore. Il fisioterapista.
Il fisioterapista è una strana figura, a metà strada tra il Dalai Lama e Heinrich Himmler. Quando la prima volta arriva a casa tua, ti fai il segno della croce per quanto è incorporeo. E il fatto che sia entrato in casa passando attraverso la porta chiusa certo non ti aiuta a fare chiarezza. Ma prima che tu possa entrare in crisi mistica, ti chiede 70 euro, illuminandoti sulla sua reale natura. Chiarito l’equivoco, resti comunque rapito dal suo tono pacato e dal sorriso bonario. Nella tua camera c’è una surreale atmosfera zen. Il fisioterapista cerca di spiegarti la via per raggiungere l’armonia del Cosmo attraverso l’interazione di muscoli che non avevi mai sentito nominare prima. E il fatto che tu ce li abbia tutti ti inorgoglisce e in qualche modo ti responsabilizza. In pochi minuti si è conquistato ben altro che la tua fiducia: sei rapito dalle sue parole senza senso e ti senti un suo potenziale schiavo. A quel punto, però, succede qualcosa di strano. Il fisioterapista si trasforma in un sadico gerarca nazista. Ma sempre zen. Piegandoti degli arti a caso inizia a generare dei dolori che non pensavi potessero esistere in natura. O perlomeno non così sconnessi dalla morte. Però lui è calmo come il Cavaliere d’oro delle casa di Vergine. Il che ti porta a pensare che sia tu a esagerare e che, in realtà, non ti stia facendo così male. Quando poi sdraiato, pancia sotto, vedi spuntarti sulla spalla un tuo allegro tallone, capisci che quel dolore disumano è in effetti il muscolo della gamba tirato oltre ogni regola del buon senso e non una tua rappresentazione metafisica del malessere che affligge l’uomo moderno. Alle tue comprensibili smorfie di dolore lui risponde con un sorriso.
Il punto cruciale della questione fisioterapista è proprio questo. Lui ti porta al limite, ma tu non ti fidi di lui. Perciò, ogni volta che un tuo muscolo viene stirato per quanto possibile, tu resti convinto che il tuo “possibile” sia diverso dal concetto di “possibile” del fisioterapista. Da qui la bizzarra disparità di vedute che porta il fisioterapista a dirti cose tipo “dai, spingi di più, dai che ce la fai a piegare un altro po’” e tu a rispondere con cose tipo “dai un cazzo, brutto stronzo, se tiro un altro po’ qua mi si strappa tutto e un altro intervento dopo te lo fai tu al posto mio, ok?”. Ma il fisioterapista crede in te, tira e, di fatto, non si strappa nulla. Quindi aveva ragione lui. Che sorride ai tuoi insulti.
Forse è questo il vero motivo di attrito con il fisioterapista: tu lo odi perché non ti fa sentire speciale. Ti tratta come un qualsiasi paziente, mettendoti di fronte all’amara realtà: non è vero che siamo tutti diversi. Siamo tutti dannatamente uguali e funzioniamo allo stesso modo. Una fotografia del reale che spinge sempre più uomini medi dall'ego fortemente frustrato a diventare assassini di fisioterapisti.
domenica, 06 aprile 2008
L’intervento per ricostruire il crociato anteriore non è solo un’operazione per ricucire le membra amputate del soldato che guidava le sacre truppe in Terra Santa. E’ fondamentalmente un modo per umiliare chi subisce un tale intervento chirurgico. Cioè tu arrivi lì e la clinica è bella, stanze singole massimo comfort, divani ed LCD, frigobar e, in alcune camere, anche pianobar. Poi, nel giro di qualche minuto, capisci di essere caduto in una trappola. Ti si palesano, in ordine di pericolosità, una serie di personaggi che iniziano a deturpare il tuo corpo, animati da emozioni e fini contrastanti. Il primo, diciamo il mostro di primo livello, è il cardiologo. Ti accoglie con il sorriso, fa domande concilianti per farti sentire a tuo agio, dopodichè, con la scusa dell’elettrocardiogramma, tira fuori un rasoio e ti depila una striscia di petto. Non tutto, eh. Solo una striscia. Quindi, dopo appena cinque minuti dal tuo arrivo, sei un uomo peloso senza una striscia nel bel mezzo della foresta del tuo torace. Ti mandano in camera e arriva il mostro di secondo livello, un mostro doppio come Gemini dei Cavalieri dello Zodiaco: la doppia infermiera. La prima finge di non trovarti la vena nel braccio e prosegue perforando a caso tipo cercatore di petrolio. Il risultato è una pizza oscillante tra il viola e il giallo che ti si stampa a mo’ di tatuaggio sul braccio destro. Sei quasi contento che alla fine eri convinto che a 30 anni fosse arrivato il momento di tatuarsi. Il mostro doppio invece ha la stessa arma del cardiologo, però più potente: il rasoio multiplo. Inizia a depilarti la gamba da operare che peraltro reagisce bene a quell’assalto. Il rasoio usa e getta ha infatti vita limitata e, dopo un po’ che disbosca, è costretto ad arrendersi. Purtroppo, però, la subdola infermiera è dotata di rasoio multiplo e così insiste. Alla fine saranno sette i rasoi caduti sotto la fittezza del tuo apparato pelifero e, nonostante ti senta ridicolo con una gamba pelosa e l’altra glabra, percepisci il senso epico dell’eroe solitario che uccide il maggior numero di nemici possibile prima di perire sotto i loro colpi. Dopo il secondo livello, comunque, sei tutto peloso tranne che sulla gamba destra e su una striscia di petto e hai una chiazza violacea sul braccio. Mentre mediti di vendere su eBay il rettangolo libero da peli sul torace per tatuartici uno sponsor, arriva il mostro di terzo livello, il portantino, che è quasi un quadro bonus. Lui infatti ti umilia solo dal punto di vista psicologico. Ti fa togliere tutti gli abiti, ti infila un camice bianco e una cuffia verde per tenere i capelli e così ti porta in giro per la clinica. Peccato che in quel momento forse hai incrociato la donna della tua vita, ma lei non ti ha riconosciuto e, anzi, ha riso di te. Ma è nulla in confronto a quello che ti aspetta: il mostro finale del quarto livello, l’anestesista. Tu arrivi lì, imbracato nel letto, e lui inizia a bucarti ovunque. Parte con la farfalla nel polso e poi, col sorriso sulle labbra, ti buca la spina dorsale e ti ci infila un catetere spinale: a quel punto muori e la partita finisce lì.
Quando il dio dei videogame ospedalieri si trova di fronte alla scelta “continua” o “ricomincia”, però, sceglie la prima e ti risvegli disteso sul letto ospedaliero, con la faccia coperta. L’immunità che notoriamente i videogiochi regalano a chi torna in gioco nel mezzo dell’azione ti permette di non perire nuovamente contro i colpi di scalpello che il quinto mostro, il chirurgo/ortopedico, ti piazza ben assestati contro la rotula. Lo scudo protettivo ti permette di uscire dalla sala operatoria. Mentre torni nella tua camera, però, ti accorgi che il mostro ortopedico ti ha fatto un altro buco sulla spalla – sulla cui funzione ancora ti interroghi – e ti ha lanciato contro la sua arma finale: un pompetta infilata nel ginocchio che drena il sangue. Mentre ti lasciano lì a macerare per due giorni, capisci che la morte è diventata uno degli obiettivi della tua vita.
Il sesto mostro è ancora l’infermiere multiplo: devono farti il bidet a letto e, ovviamente, i due designati sono un infermiere gay e uno palesemente superdotato. Tra l’ansia da prestazione e l’anestesia lombare diventi l’uomo più minidotato della storia e, mentre pensi che in fondo potrebbe andare a peggio, va peggio e arriva a dare una mano l’infermiera figa. A quel punto fingi di essere un trans appena operato. Il terzo giorno arriva il settimo mostro, la terapista, la più crudele, che inizia a dimenare a destra e sinistra la tua gamba appena operata, mentre tu, non avendo più armi, provi invano a farle notare che magari non è il caso. Arriva il giorno dell’uscita e torna il mostro multiplo che ti strappa due chili di cerotti dei quali non ti eri nemmeno accorto. Colpa dell’anestesia. Adesso hai anche un buco di peli sulla spalla destra, due fasce glabre sui polsi e una grossa X sulla schiena.
Ricapitolando: all’uscita sei tutto peloso, eccezion fatta che per la gamba destra, per un rettangolo sul petto, una X sulla schiena, un buco sulla spalla destra e due polsini immaginari. E hai sempre la chiazza giallo-violacea sul braccio destro. Non vedi l’ora che una ragazza possa guardarti nudo in quello stato, ma in fondo hai l’autostima a terra e, nonostante la gamba, decidi di darti alla macchia e di girovagare per i boschi, cibandoti di bacche, muschi e licheni.
domenica, 30 marzo 2008
Domani mi faccio i buchi. Dice: alle orecchie? No, al ginocchio.
Artroscopia, artroscopia
per leggera che tu sia
io mi faccio l'anestesia.
Se mi risveglio, scrivo.
mercoledì, 06 febbraio 2008
Lo fanno, mica non lo so. Sono un giornalista pure io e le conosco le voci che girano sui complotti orditi dalla stampa per coprire fatti scabrosi. La diretta di Alfredino nel pozzo si disse che era stata fatta per distrarre dal casino della P2. E cose così. Ora io ho sempre pensato che queste fossero cazzate, invece oggi ho scoperto che del vero c’è. Almeno qualche volta. Per esempio, non voglio tirare in mezzo storie di verità esasperate per coprire altre verità, ma posso dire che spesso una verità viene raccontata parzialmente. Che di un fatto viene fornito un solo punto di vista, come al Tg4. Che di una notizia si fornisce solo il lato raccontabile, con una metà oscura che resta tale come nel romanzo di Stephen King. Ora: oggi la notizia del giorno era il ritrovamento dello Smile sulla Luna.


Stoltamente starete pensando che oggi hanno pure sciolto le Camere. Ingenui che siete. Siamo proprio nel caso di cui sto parlando. Lo scioglimento delle Camere è stato deciso solo per coprire una scottante verità che non poteva essere raccontata. Bella la Luna, bello lo Smile e giù pagine di giornali con il disegno del satellite affiancato a quello della simpatica faccina. Due simboli puliti, pubblicabili, persino benauguranti. Pensare che ci siano marziani che viaggiano nello spazio disegnando faccine sorridenti, alla fine, rasserena pure quelli che aspettano – giustamente – che prima o poi arrivi sulla Terra un’orda di extraterrestri incazzati a romperci il culo per qualche motivo. Un’ipotesi probabile e non ancora smentita. Sì, perché Napolitano e le elezioni sono solo una copertura per evitare che la concentrazione cadesse su un’altra verità. A qualche metro di distanza dallo Smile lunare, infatti, è stato ritrovato anche questo.


Chiaro, no? Ma quali marziani cordiali e simpatici… Il ritrovamento del Cippa-coniglio lunare testimonia che per le galassie si aggirano bande di extraterrestri, non dico pericolosi, ma quantomeno minchioni, sì. Immaginate la Terra invasa da creature così.
Primo incontro del terzo tipo
Marziano: Tidssbvsdbv!
Terrestre: Eh?
Marziano: Sto cazzo! AHAHAHAHAH!!!!
Secondo incontro del terzo tipo
Marziano: Terrestre, io parlare tua lingua e venire da posto dove tutti conoscere te!
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Terrestre, e sai chi salutare molto te?
Terrestre: No…
Marziano: Sto cazzo! AHAHAHAHAH!!!!
Terzo incontro del terzo tipo
Marziano: Terrestre, io venire in segno di pace (e tende la mano)
Terrestre: Davvero? Grande! (e tende la mano)
Marziano: AHAHAHAHAH!!! (dopo aver dato la scossa al terrestre con il pulsante nascosto nella mano e averlo innaffiato con la margherita spruzza-acqua, appuntata sulla giacca)
Quarto incontro del terzo tipo
Marziano: Terrestre, io insegnare te nostro saluto
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Tu tirare mio dito
Terrestre: (esegue)
Marziano: Prrrrrrrrr AHAHAHAHAHA!!!
Quanti insegnamenti si possono trarre da questa storia… I marziani parlano come i neri delle barzellette, i terrestri sono un po’ ripetitivi e a fare le gare di flatulenze ci si diverte comunque pure sulla Via Lattea.
sabato, 15 dicembre 2007
Che abbia ormai inesorabilmente perso il contatto con la realtà è evidente. Così, sfogliando il libro dei coniglietti suicidi – di cui segue un prezioso allegato esplicativo per chi ancora non li conoscesse – ho pensato al libro dei Tcc suicidi.
Al di là delle varianti più o meno interessanti che ho partorito, ho pensato che mi piacerebbe avere sette vite come i gatti. Che poi tutte le volte che ho ammazzato dei gatti questi sono morti davvero. E pure dopo settimane passate ad aspettare che resuscitassero la sostanza non cambiava. O, dunque, ho sempre ammazzato gatti che aveva già sprecato i sei bonus precedenti o ‘sta storie delle sette vite non è vere. Ma questo è un altro discorso. Io pensavo che, avendo sette vite, almeno sei le sprecherei per provare delle morti assurde. Ché tanto già in una vita mi rompo abbastanza le scatole, pensa in sette... Quindi, tenendo per buona la settima vita, ho fatto un elenco approssimativo delle morti che sperimenterei.
1) Frenare di colpo in autostrada, quando sono sulla corsia di sorpasso e c’ho il coatto che mi lampeggia a dieci centimetri dal culo della mia macchina. Giù il pedale senza preavviso e chi s’è visto s’è visto. Muori, coglione.
2) Precipitare con l’ascensore. Avrei voluto dire lanciarmi da un palazzo per provare il senso del volo o perlomeno della caduta libera ma avevo paura di passare per sentimentale. L’ascensore mantiene una sua dimensione più pulp.
3) Travestirmi da Orso Balosso e andare a fare un giro in barca, sapendo di non avere i remi, che non ci sarà vento e che Ballina e il delfino Simone non potranno salvarmi. A quel punto morire disidratato al largo. La bellezza di questa morte sta nel godersi il ritrovamento della salma: un cadavere travestito da orso con gli stivali a pois. Per comprendere meglio il senso di questo apprezzabile decesso osservare con attenzione e con le casse accese il video che segue.
4) Darmi fuoco durante una serata tra amici. Pensa che scena! Tutti sulla spiaggia a bere una cosa, Tcc tira fuori una tanica di benzina, se la rovescia addosso e si dà fuoco. Che matte risate tra gli amici increduli! Che poi i miei amici sono talmente abituati a sentirmi dire e a vedermi fare cose senza senso che lì per lì non ci farebbero neanche caso. Che scena al sopraggiungere della consapevolezza che l’amico Tcc è ormai una salma carbonizzata! Morirei dal ridere se non fossi già morto bruciato.
5) Provare a morire di immobilismo. Questa è la più lenta ma per certi versi la più stimolante. Consiste nello svegliarsi un giorno, sedersi sul letto o dove meglio si crede e basta. In sostanza sedersi e stare immobile finché morte non sopraggiunga. E’ vietato mangiare, bere e andare in bagno. In un versione più soft si può guardare la tv, leggere, ascoltare musica e persino usare il telefono. L’unica regola è non alzarsi mai: devi pensare che staccandoti da quella sedia vanificherai tutto, rischiando di non morire più.
6) Sperimentare se è possibile morire di astinenza sessual... Argh!... Add...i...o.........