venerdì, 13 giugno 2008

Lukas Podolski nasce in Polonia, cresce calcisticamente in Germania, sceglie di giocare per la nazionale tedesca e, quando agli Europei segna contro la Polonia, non esulta. Hakan Yakin ha genitori turchi e per pura coincidenza nasce in Svizzera, sceglie la nazionale elvetica e, quando agli Europei segna contro la Turchia, non esulta. Tcc nasce in Italia, sposa una samoana di 165 chili, sceglie la nazionale delle Samoa americane e, quando in un’amichevole insignificante segna contro l’Italia, esulta come sedici Pippo Inzaghi condensati in un unico Pippo Inzaghi che segna il gol decisivo in fuorigioco evidentissimo al quinto minuto di recupero della finale dei mondiali. E ‘sti cazzi il fair play. Podolski e Yakin guardano Tcc in tv che esulta come un pazzo e rosicano per non aver fatto lo stesso in quello che potrebbe essere stato il momento più alto della loro carriera calcistica. La differenza forse sta nel fatto che Podolski e Yakin hanno fatto le loro scelte quasi per caso, programmando non più in là di un paio d’anni. Tcc invece ha sempre inseguito il sogno di giocare in una nazionale. Una qualsiasi. E siccome in quella italiana non ce l’avrebbe mai fatta, e nemmeno in una europea di livello bassissimo tipo Andorra, ha accettato di trasferirsi in uno dei paesi che chiudono la classifica mondiale della Fifa e di provare a cercare fortuna lì. Sposa la samoana e dopo un po’ prende la cittadinanza. A 31 anni non è calcisticamente di primo pelo ma in una squadra che l’11 aprile 2001 ha preso 31 gol dall’Australia può fare la sua figura. Così si propone agli osservatori delle Samoa americane, interrompendoli proprio mentre facevano la gara di Buondì ingurgitati nel minore tempo possibile. Tcc entra in campo convinto, supera in velocità i mastodontici cristoni samoani e infila il portiere con un diagonale imparabile. Non ci sono dubbi: le Samoa americane hanno la loro stella. Il primo periodo in nazionale è divertente, anche se il clima da armata Brancaleone non aiuta a preparare al meglio le partite. Ma arriva il grande giorno, l’occasione di una vita. L’Italia, prima dei mondiali di calcio australiani, organizza un’amichevole agevole contro le Samoa americane. Tcc scende in campo con le gambe che fanno giacomo-giacomo (James-James, essendo nelle Samoa americane). Dopo otto minuti l’Italia è sul 13-0. Ma a metà della ripresa, con gli azzurri sul 43-0, la retroguardia accusa un comprensibile colpo di sonno. E’ allora che Tcc si infila tra le maglie della difesa e, approfittando di un Buffon sdraiato all’ombra del suo palo destro, si avvia verso la porta, ferma la palla sulla linea, si china e la mette morbida in porta di testa: 43-1 ed esultanza smodata e incomprensibile ai più, specie a ‘sti Podolski e Yakin che non esultano contro le loro nazioni. E ‘sti cazzi i parenti che ci restano male e la gomitata in faccia di Materazzi che comunque prenderò tra cinque minuti.   

Per gli amanti delle statistiche allego il tabellino di quel memorabile match Australia-Samoa americane, facendo notare che l’attaccante Thompson, con 13 reti, è entrato nel Guinness dei primati per quanto riguarda le reti messe a segno in solo match e che, mentre l’Australia aveva in panchina Frank Farina, le Samoa americane solo un generico Lui: 

Australia: Petkovic, Muscat, Moore, Popović (De Amicis), T. Vidmar (Miller), A. Vidmar, Zdrilic, Horvat, Boutsianis, Colosimo, Thompson. A disposizione: Foxe, Chipperfield, Aloisi, Corica, Wilson, Bolton, Mori. Allenatore: Farina.

Samoa americane: Salapu, Leututu (Mariko), Falimaua, Fatu, Faaloua,  Sinapati, Mulipola, Feagiai, Falaniko (Ioana), Savea, Im Min. A disposizione: Silao, Maina. Allenatore: Lui.

Reti: Boutsianis al 10’, 50’ e 84’; Thompson al 12’, 23’, 27’, 29’, 32’, 37’, 42’, 45’, 56’, 60’, 65’, 85’ e 88’; Zdrilic al 13’, 21’, 25’, 33’, 58’, 66’, 78’ e 89’; A. Vidmar al 14’ e 80’; Popović al 17’ e 19’; Colosimo al 51’ e 81’; De Amicis al 55’.
giovedì, 08 maggio 2008
author: tantecarecose @ 18:44
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, sportobello, devianze mediatiche
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Breve elenco di cose sconvolgenti accadute nelle ultime ore:

un’ex valletta di Magalli è diventata ministro;

un uomo più basso di Berlusconi è diventato ministro;

un uomo più basso di Berlusconi esiste (ma questa, in effetti, è inclusa nel punto precedente). Per completezza dell’informazione: non esistendo stime ufficiale, il dato che gira in rete con maggiore insistenza relativo all’altezza del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta è un metro e trenta. Roba che Giorgia Meloni, affianco a lui nella foto ufficiale, sembrava Yao Ming;

Mara Venier va in vacanza ai Caraibi. Non so perché sia sconvolgente, ma d’altra parte non so neanche perché ne stiano parlando adesso su RaiUno;

Rafael Nadal è stato sconfitto al primo turno degli Internazionali di tennis di Roma. Il proprietario dell’agenzia di scommesse Bwin ringrazia e stasera offrirà una cena ai suoi amici brindando alla salute di Tcc e delle altre migliaia di audaci scommettitori del “ti piace vincere facile?”;

credo di aver capito perché i tifosi della Lazio, notoriamente a maggioranza destrorsa, fischiano il presidente Lotito. Non per i mancati investimenti, come sostiene la stampa, ma perché continua a costringere la curva a tifare per ogni etnia o categoria sociale tradizionalmente discriminata dai supporter stessi. Tra campo, panchina e tribuna, ieri sera, c’erano Behrami (kosovaro), Dabo e Mudingayi (neri), Pandev e Kolarov (slavi), Tare (albanese), Radu (romeno), Ballotta (anziano) e Rozenhal (ebreo). In passato c’era anche Gottardi (gay, secondo una leggenda metropolitana molto diffusa nella capitale);

i cinesi, per scappare dalle polemiche, hanno portato la fiamma olimpica in cima all’Everest. Temevano di trovare una bandiera del Tibet; per fortuna hanno trovato solo Mara Venier, che aveva spudoratamente mentito sulle sue ferie.
venerdì, 28 marzo 2008

A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.

La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.

E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
lunedì, 23 luglio 2007
author: tantecarecose @ 03:03
category: geni del male, sportobello, epica e mitologia, devianze mediatiche
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Seguire “Studio Sport” è un po’ come passare una mezzora a sfogliare un Bignami di letteratura. Roba che quando a Mediaset hanno messo su la redazione sportiva, hanno fatto fare i colloqui a Giacomo Devoto e Giancarlo Oli.

 

Colloquio per l’assunzione di Carlo Pellegatti, cantore delle gesta del Milan e instancabile utilizzatore del rarissimo endecasillabo spondaico

 

Pellegatti: Amici, voi che siete seduti sulle vostre comode poltrone, alzatevi che sento che questo è un momento decisivo per il campionato

Devoto-Oli: Signor Pellegatti, stia seduto. Qui l’unica cosa che si decide è la sua assunzione. Dunque, lei si candida per fare l’inviato da Milanello...

Pellegatti: Lei, signor Devoto, ha l'emisfero destro, dove risiede l'intuizione, molto sviluppato.

Devoto-Oli: Grazie, ma non cerchi di adulare.

Pellegatti: E lei, signor Oli, ha i piedi sensibili come le mani di Chopin e ha la schiena forte come quella di Atlante.

Devoto-Oli: Pellegatti, per cortesia... Ci mostri un attimo la sua competenza. Se le dico Italia-Germania 4-3?

Pellegatti: Partita epica servirebbe Calliope, la musa della poesia epica, per descrivere la partita dei ragazzi!

Devoto-Oli: Pellegatti, può smetterla per qualche minuto di fare il tifoso? Che le costa...

Pellegatti: Costa?, Manuel Rui Costa... che, con la cetra della classe, ci fa ritornare indietro nei tempi, quando le Muse ispiravano i poeti. E le occasioni adesso fioccano come neve nelle tormente del Nebraska.

Devoto-Oli: Va bène, Pellegàtti, l’assùmiàmo volentièri.

Colloquio per l’assunzione di Giorgio Terruzzi, ineguagliabile virtuoso dell’enjambment.

 

Devoto-Oli: Bene, Terruzzi, ci dica qual è lo sport che segue maggiormente...

Terruzzi: Ultimamente seguo molto la Formula

    uno e il Motomondiale,

    specie da quando c’è Valentino

    Rossi, che onora i colori

    dell’Italia

Devoto-Oli: Se le chiedessi di improvvisare un servizio al termine di un Gran premio?

Terruzzi: Valentino chiama e la Michelin

    risponde. Dopo la beffa di Laguna

    Seca, il pesarese aveva chiesto maggiori

    Garanzie e la casa

    francese...

Devoto-Oli: Va bene, va bene, Terruzzi. Ma perché parla così?

Terruzzi: Non lo

                so, mi viene

                naturale.

Devoto-Oli: Bene, siamo lieti

                         di assumerla.

 

 

(occhio al "quando non c'è/ da correre" a 1.24)

 

Colloquio per l’assunzione di Paolo Ziliani, audace ridisegnatore della sineddoche, dove “la parte per il tutto” è una qualità che identifica una persona.

 

Devoto-Oli: Bene, Ziliani, ci parli un po’ di lei...

Ziliani: Ziliani: quando arriva al colloquio è imbarazzato da fare paura. Con il passare dei minuti, si scrolla di dosso l’imbarazzo e finisce la prova in crescendo. Diesel.

Devoto-Oli: Diesel? Senta, Ziliani, ai motori abbiamo appena assunto Terruzzi...

Ziliani: Terruzzi: il colloquio della vita lo attende al varco e lui ci passa sopra come un Caterpillar. Roba che a pensare che a 49 anni ha ancora questa determinazione, ti si rizzano i peli sulle braccia. Highlander.

Devoto-Oli: Cosa centra Highlander? Quello non era un film con Sean Connery?

Ziliani: Connery: come il buon vino, migliora con il passare degli anni. Gli 007 si succedono, ma quando si parla del migliore il primo nome è sempre il suo. Riesce a far parlare di sé anche in un colloquio sportivo, della serie: “Dove mi metti, sto”. Versatile.

Devoto-Oli: Senta, Ziliani, ma lei che voto darebbe a questo colloquio?

Ziliani: Ziliani, voto 5,5: mezzo voto in più glielo diamo perché si mette contro Devoto e Oli in una volta sola. Roba che se quelli si arrabbiano gli danno un pugno in testa e lo abbassano di cinque centimetri. Spavaldo.

Devoto-Oli: Devoto-Oli: quando il peggio sembra arrivato, questi due arrivano e ti risolvono anche le situazioni più difficili. Contro Ziliani, vacillano, barcollano, ma non mollano. E alla fine assumono. Magnanimi.

venerdì, 15 giugno 2007

C’è al mondo chi si batte per un’idea e chi si batte per gridare al mondo che un’idea ben precisa non ce l’ha. Prendete i sondaggi. Potete sceglierne uno qualsiasi, compreso quello qui a sinistra. Una domanda, tante opzioni più o meno plausibili, poi lei, l’ultima casella, quella che arriva inesorabile come il sudore dopo tre etti di ‘nduja: “non so / non risponde”. Suddetto manifesto dell’indecisione trae motivo di essere qualora i simpatici amici del marketing ti tartassino ti telefonate a casa con domande improbabili su oggetti tecnologici o servizi economici dei quali ignorate ogni benché minima funzione e ragione di essere.

 

“Qual è secondo lei la banca che offre i migliori bonifici con il Rid a tasso invariato rateizzabile?”

“Non so”

“Qual è la migliore start-up della web-tv per ottimizzare lo streaming?”

“Non so”

“Qual è la piattaforma radiotelevisiva che secondo lei dovrebbe occuparsi della distribuzione in digitale terrestre del segnale decriptato dal decoder via satellite?”

“Non so”

 

E questo per limitare l’analisi al caso in cui si abbiano la freddezza e la dignità necessarie per ammettere i propri limiti cognitivi. Ma vediamo lo stesso esempio senza questi requisiti.

lunedì, 11 giugno 2007
author: tantecarecose @ 00:51
category: laif is nau, amare considerazioni, sportobello, devianze mediatiche
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Tornato a casa non trovai nulla di meglio da fare che accendere la tv. C’era il programma dei due vip che fanno il viaggio in macchina da Roma a Milano. Al volante uno del Grande Fratello. Al suo fianco, una pornostar poco vestita. Si parlava ovviamente di sesso. Lei esponeva le sue perversioni e spiegava le sue posizioni preferite. Illuminava tutti sulla filosofica differenza fra performance private e prestazioni davanti alla macchina da presa. Poi simulava un orgasmo. Ebbi un picco ormonale e pensai che se fossi stato il tipo del Grande Fratello non so se avrei accettato di fare quel viaggio. Cioè, senza dubbio, una conversazione ravvicinata con un’attrice hard era una cosa della quale avrei parlato con gli amici anche nel 6020. Poi però aveva il sopravvento l’idea della sofferenza che avrei provato stando vicino a quel silos ripieno di sesso senza poterle saltare addosso e senza, tanto meno, poter sperare in un imprevedibile post-viaggio nella sua camera d’albergo. Stare vicino ad una pornostar, chiacchierando in tranquillità per non so quante ore: era l’autocontrollo di uomo contro l’impulso testosteronico.

sabato, 03 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 19:04
category: sportobello
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InzaghiRugbyA sinistra, una bandiera del calcio italiano.

A destra, una bandiera del rugby italiano.

Qualcuno vuole spiegarmi perché io mi ostini ancora a seguire il calcio?

martedì, 23 gennaio 2007

Avevo promesso a me stesso che non avrei mai usato il blog per commentare libri e film, ma davanti a “Rocky Balboa” sono costretto a creare il pericoloso precedente.

 

Intanto perché commentare “Rocky Balboa” non è come commentare un film perché “Rocky Balboa”, tanto per iniziare, non è un film. Almeno non lo è per chi aveva meno di dieci anni quando Stallone tirava i primi pugni. Per tutti quelli che non possono vantare questo requisito, l’ultimo capitolo della saga non è molto di più di un film da mandare su Italia 1 il sabato pomeriggio o, al più, la domenica mattina. Dialoghi scontati e pieni di luoghi comuni, doppiaggio pessimo, buoni 40 minuti di film in cui non succede praticamente nulla, Stallone che, nonostante i sei film da boxeur sul groppone, non ha ancora idea di come si muova un pugile sul ring e potrei andare avanti per ore. Ma non avrebbe senso. Perché io, grazie a Dio, quando Stallone tirava i primi pugni avevo meno di dieci anni. A dire la verità ne avevo uno quando Rocky veniva sconfitto ai punti da Apollo dopo una battaglia tremenda. Per me, dunque, “Rocky Balboa” non è un film.

 

Per me è la partita d’addio. Quando Van Basten diede l’addio al calcio, a nessuno venne giustamente in mente di far notare che quella era una partita finta perché tutti sapevano che il ginocchio del cigno di Utrecht era così fragile che si sarebbe tagliato con un grissino. E forse proprio per l’assenza di un valido motivo che avrebbe giustificato l’ingresso in campo con dei grissini, i vari Nadal, Sergi e Bergomi interpretarono alla perfezione il loro copione per non rovinare la festa. Eppure tutti, vedendo Van Basten tocchicchiare la palla, andarono in visibilio, ricordando la rovesciata contro il Goteborg, il capolavoro contro la Russia nella finale degli Europei, il rigore calciato con il passaggio ai tempi dell’Ajax. Van Basten vero era dentro gli spettatori, la sua immagine annebbiata dalla sfiga e dagli infortuni era però adrenalina in grado di tirare tutto, nuovamente, magicamente, fuori.

 

Vedere l’ultimo Rocky è la stessa cosa ed è anche un po’ come un funerale, se gradite i paragoni più crudi. Ci vai perché sai che devi rendere omaggio alla persona che ha abbandonato il pianeta Terra e sai bene che vederla senza vita non sarà l’immagine che vorrei conservare di lei. Allora ricorderai a quante ne avete passate qualche o molti anni prima e di colpo torneranno le emozioni.

 

Ecco: “Rocky Balboa” è un incrocio tra Van Basten e un funerale. E’ il funerale di Van Basten.

 

“Rocky Balboa” è stato concepito per ricordare e in quest’ottica giustifichi anche i primi quaranta pallosissimi minuti di pellicola. Fanno da apripista a quella corsa che si sprigiona quando, per la prima volta, parte a cannone la musica storica del film. Avevo letto che quella musica tirava fuori il boato. E’ vero: al Warner di Piazza della Repubblica, a Roma, qualche minuto prima di mezzanotte, una sala cinematografica ululava per tributare l’omaggio al campione che fu.

 

Rocky corre e ha la stessa tuta grigia di Rocky I e lo stesso cappello da tonno insuperabile. E’ il primo di una serie di rimandi infiniti ai precedenti capitoli. Il culmine è la scalinata di Philadelphia. Percorsa con la smorfia di quasi trent’anni fa ma con un cane in più. Il culmine – un altro – è Rocky che si allena ancora una volta prendendo a pugni i vitelli squartati in macelleria. Il culmine – un altro ancora – è la citazione “Ti spiezzo in due” che Rocky dice cazzeggiando con suo figlio. Epica cinematografica.

 

“Rocky Balboa” è l’addio di uno che quando lo guardavi da ragazzino pensavi davvero che potevi battere Ivan Drago e Mister T pure se eri solo Sylvester Stallone. Io mi feci regalare i guantoni e picchiavo mia sorella.

 

Rocky Balboa si chiama di nome come un noto Horror picture show e di cognome come un noto abbronzante con il refuso.

 

“Rocky Balboa” è un film che fa davvero cagare ma che, magia del personaggio, fa venire la pelle d’oca a quello che eri tu prima di arrivare ai dieci anni. Se poi, come nel mio caso, quel “tu” anni ’80 non si distanzia molto dal “tu” del 2007, ecco che domani con ogni probabilità entrerai nuovamente in un negozio di articoli sportivi per comprare un paio di guantoni.

 

Forse ci meno G che a fine film faceva il polemico.
lunedì, 15 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 23:21
category: amare considerazioni, sportobello
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Mi hanno regalato la maglia originale della nazionale italiana di rugby. Quella con le bande orizzontali in lattice sul busto per trattenere la palla. Da paura. Devo confessare che, dopo averla tirata fuori dalla busta, ho temuto di dover rinunciare a delle parti del mio corpo, di dover operare una parziale mutilazione per starci dentro. Ma quella dannata maglia è un gioiello di tecnologia. Si tira in una maniera esagerata senza contemplare l’ipotesi di uno strappo o di una scucitura. E d’altra parte era una cosa che una persona mediamente intelligente avrebbe potuto prevedere, considerando lo sport per cui è stata concepita. Vabbè. Faccio per entrarci e, a sorpresa, ci sto. A quel punto la prova specchio.

 

Quando ammiravo in tv le gesta del Barone Lo  Cicero mi chiedevo come facesse ad avere le gambe troppo più magre rispetto al busto. E un po’ tutti i giocatori della nazionale mi hanno sempre dato in realtà l’impressione di essere come degli insaccati di un metro e ottanta. Bene, effetto confermato. Con l’unica variante che, nel mio caso, non ci sono muscoli, né magrezza. Il risultato è un adipe sblusato fino a formare una sorta di imbuto blu. Una cosa larga e tutto sommato geometrica nella sua rotondità al di sopra del pube che sfuma gradualmente in un corpo lungo, le gambe, anch’esse blu dato che avevo addosso i jeans. Un puffo più alto e fondamentalmente disegnato male.

 

Cenni finali:

1)      essendo così stretta ho dovuto chiamare il Genio militare per sfilarla.

2)   per sfilare la maglia mi sono dovuto accontentare degli artificieri perché immagino che il Genio fosse a casa di Tomada, al quale è stato fatto lo stesso regalo.

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