martedì, 27 maggio 2008
author: tantecarecose @ 21:19
category: la terra dei cachi, geni del male, questioni varie ed eventuali
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Se andate in Calabria, ricordatevi di evitare la pasta all’arrabbiata. Si dirà: ma a me piace il piccante. Lo pensavo anch’io prima di perdere l’uso delle papille gustative, di passaggio da quel di Sibari. Fermatomi nel primo ristorante munito di Champions League, commisi l’errore di lasciarmi andare alle suggestioni del piccante calabro. Dice: a Roma mangio arrabbiata da anni, quanto potrà essere più forte quella di Sibari? “Immensamente” è la risposta esatta. Il piatto arriva già a tavola che è incazzato nero. Ci sono segnali come il sugo di un colore strano e un esagerato odore di peperoncino che potrebbero metterti in allarme, ma tu ti senti tutto sommato un duro e pensi che è solo un piatto di pasta – o meglio, un sugo – piccante come mille altri. Ma non è così e, a dire il vero, tu non lo saprai mai che sapore ha quel piatto di pasta. Trattasi infatti di rarissimo piccante a presa rapida che asfalta la lingua prima ancora che il boccone si tuffi giù nell’esogafo. Da quel momento nulla ha più senso. Non ha più senso bere qualsiasi cosa, ingurgitare chili di pane, spararsi un ventilatore contro le fauci spalancate o usare una borsa del ghiaccio come stuzzicadenti. E, ovviamente, non ha più senso mangiare. Non solo nella sera in questione, ma per il resto della vita. Peraltro, tra gli effetti collaterali, specie se la suddetta arrabbiata viene consumata tra maggio e settembre, c’è una sudorazione che assume i connotati dell’emorragia di liquidi. Per questo alcuni ristoranti hanno creato delle sale trasfusioni in cui ci sono donatori di sudore che, ogni giorno, salvano la vita a migliaia di turisti ignari e sprovveduti. Quelli che riescono a cavarsela da soli hanno comunque a disposizione delle pratiche taniche con imbuti per raccogliere i liquidi persi e poterli riciclare in uno spettro di azioni che va dall’innaffiare le piante al riberli con l’aggiunta di una fettina di limone.

Resta da capire per quale motivo il consumo di arrabbiata calabrese continui indisturbato senza che le autorità si decidano a prendere una posizione netta e definitiva. Non esiste una risposta certa, anche se gli studiosi tendono a rintracciare nell’approccio dei calabresi al piccante un comportamento simile a quello dei ragazzini con l’alcol. Come il 14enne con i jeans a vita bassa e l’elastico della mutanda di Calvin Klein si vanta a dismisura del proprio consumo esagerato di alcol, pur non essendo in grado di distinguere un bicchiere di vino da un mojito, allo stesso modo il calabrese si è calato in questo ruolo da duro del piccante che lo porta a vantarsi continuamente di quanto mangi piccante lui, senza ragionare sul fatto che a causa di ciò l’altro giorno ha mangiato per sbaglio un guanto in pile. A tutti prima o poi è capitato di conoscere un calabrese e a tutti è capitato di sentirlo almeno una volta vantarsi di una 'nduja estrema o di una bomba calabrese da ustione. Ma perché lo fai, amico calabrese? Perché ti fai del male, perché ce l’hai con te? Perché lo fai? E la lingua diventa pile.

giovedì, 08 maggio 2008
author: tantecarecose @ 18:44
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, sportobello, devianze mediatiche
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Breve elenco di cose sconvolgenti accadute nelle ultime ore:

un’ex valletta di Magalli è diventata ministro;

un uomo più basso di Berlusconi è diventato ministro;

un uomo più basso di Berlusconi esiste (ma questa, in effetti, è inclusa nel punto precedente). Per completezza dell’informazione: non esistendo stime ufficiale, il dato che gira in rete con maggiore insistenza relativo all’altezza del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta è un metro e trenta. Roba che Giorgia Meloni, affianco a lui nella foto ufficiale, sembrava Yao Ming;

Mara Venier va in vacanza ai Caraibi. Non so perché sia sconvolgente, ma d’altra parte non so neanche perché ne stiano parlando adesso su RaiUno;

Rafael Nadal è stato sconfitto al primo turno degli Internazionali di tennis di Roma. Il proprietario dell’agenzia di scommesse Bwin ringrazia e stasera offrirà una cena ai suoi amici brindando alla salute di Tcc e delle altre migliaia di audaci scommettitori del “ti piace vincere facile?”;

credo di aver capito perché i tifosi della Lazio, notoriamente a maggioranza destrorsa, fischiano il presidente Lotito. Non per i mancati investimenti, come sostiene la stampa, ma perché continua a costringere la curva a tifare per ogni etnia o categoria sociale tradizionalmente discriminata dai supporter stessi. Tra campo, panchina e tribuna, ieri sera, c’erano Behrami (kosovaro), Dabo e Mudingayi (neri), Pandev e Kolarov (slavi), Tare (albanese), Radu (romeno), Ballotta (anziano) e Rozenhal (ebreo). In passato c’era anche Gottardi (gay, secondo una leggenda metropolitana molto diffusa nella capitale);

i cinesi, per scappare dalle polemiche, hanno portato la fiamma olimpica in cima all’Everest. Temevano di trovare una bandiera del Tibet; per fortuna hanno trovato solo Mara Venier, che aveva spudoratamente mentito sulle sue ferie.
martedì, 25 marzo 2008

La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:

- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".

La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.

Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
mercoledì, 05 marzo 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, amare considerazioni, anima animale
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Riflettevo sulla mia condizione. L’unica conclusione alla quale sono arrivato è che sono un disadattato. Anche partendo da presupposti diversi, finisco sempre là. E siccome su alcune cose – davvero poche, ma questa è una di esse - sono un metodico assurdo, ho buttato giù una rapida lista dei motivi che mi rendono un disadattato. Per cui il seguente post non ha alcuno scopo divulgativo, se non per me. Consideratelo un ragionamento a voce alta. Sono un disadattato perché:

1.    perché ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico e superaffollato, in maniera del tutto indipendente dalla solennità del momento o dalla concentrazione richiesta dallo stesso, la mia occupazione principale diventa, in automatico, rintracciare sosia dei miei amici e di personaggi famosi;
2.    perché quando esco di casa affido l’esito della mia giornata a sfide improbabili con il destino. Mi spiego. Metti che io stia percorrendo una strada, che nel verso opposto arrivi un’altra persona e che a metà strada tra noi ci sia un palo della luce. Il mio primo pensiero mattutino è: se arrivo lì prima di lui, oggi succede questa cosa (dove “questa cosa” è un evento che cambia di volta in volta, ndr);
3.    perché alle sfide col destino ho imposto anche un regolamento ferreo. Tipo che non si può correre per vincere la sfida e che, allo stesso modo, se si mette a correre il tuo inconsapevole avversario tu non puoi fare altrettanto perché il destino ha evidentemente fatto la sua scelta;
4.    perché non riesco a cogliere il senso traslato delle parole e dei cognomi, specie se associati ad animali. Perciò, se nell’esercizio delle mie funzioni, incontro il titolo “Draghi a Palazzo Chigi” non posso che immaginare Prodi circondato da mitologiche creature sputafuoco. Se si parla di “Talpe al commissariato di polizia” vedo solo degli agenti che dialogano con dei roditori miopi;
5.    perché se una battuta mi ha fatto particolarmente ridere, sono capace di farlo anche ore dopo e in contesti sociali drammaticamente diversi. Il che comporta immotivate manifestazioni di ilarità – che so? – nel mezzo di un film drammatico al cinema o nel corso di una commemorazione funebre;
6.    perché questo devastante effetto della risata in differita si manifesta anche per battute che ho fatto io. Il che palesa un tasso di autocompiacimento senza precedenti. E in questo momento immagino ovviamente un tasso (l'animale) che tesse (l'enimele) le sue lodi in modo insistente;
7.    perché mi piace fare il pioniere musicale che ascolta cd di gente sconosciuta ai più. Il che non significa gruppi di nicchia, che una loro nicchia comunque ce l’hanno. No, io ascolto solo cd di gente sconosciuta davvero a tutti, finendo per ascoltare musica oggettivamente di merda 24 ore su 24;
8.    perché una volta, per provarci con una ragazza, l’ho invitata a casa mia a guardare “Hot shots”;
9.    perché una volta, per vincere un sombrero (valore commerciale credo 2 euro), ho bevuto dieci tequila bum bum di seguito (valore commerciale 10 euro), finendo quasi in coma etilico (avevo bevuto il mondo anche prima, ovviamente);
10.    perché, stanco di vivere nell’anonimato, ho deciso di aprire un blog che, in maniera del tutto geniale, non ho chiamato con il nome.
venerdì, 01 febbraio 2008
author: tantecarecose @ 04:59
category: questioni varie ed eventuali, il caso moccia
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toto1

Non volevo fare troppo il coatto, ma l'hanno fatto tutti quelli in nomination... Perciò...

Perciò...scelgo una campagna elettorale sobria. Tipo:

"Anche tu, lettore occasionale, vai su Sw4n.net e vota questo simpatico blog nella categoria "Miglior blog umoristico". Se lo farai - e spargerai la voce - la Tcc & co. ti promette, in un colpo solo, la messa in sicurezza della foresta amazzonica, la chiusura del buco nell'ozono, l'appagamento dell'ego di un giovane blogger, la cancellazione del debito del Terzo mondo, la ricostruzione delle città devastate dallo tsunami e la messa la bando della pena di morte e dei libri di Moccia. Ricorda: per un mondo migliore basta un click".

Vabbé, questo messaggio si autodistruggerà alla scadenza del termine utile per votare...

martedì, 08 gennaio 2008

Ci sono tante cose che non saprò mai fare nella mia vita. Come, ad esempio, sconfiggere le forze del male, risanare il debito pubblico o resuscitare i morti. Poi ce ne sono altre che, pur essendo infinitamente più piccole e in apparenza insignificanti, non saprò fare lo stesso. Uno di esse, di gran lunga quella che mi crea il maggior numero di problemi, è salutare le cassiere del supermercato. Non è un’osservazione classista, nel senso che lo so che per salutare la cassiere basta dirle “ciao”. Solo tecnicamente, però. Nel senso: se entri nel supermercato vuoto e alle casse non c’è nessuno, arrivi, saluti, paghi e vai via. Magari prima di andare via regali anche qualcuna delle tue irrefrenabili battute umoristiche. Ma se alla cassa c’è fila... Lì sì che si materializza il dramma. Perché scegliere il tempo del saluto è impossibile e comunque finirai per fare la scelta sbagliata. Per questo io odio le cassiere dei supermercati. Perché ci provano gusto a fingersi amiche con il solo intento di rendere la mia vita un inferno.
 
Caso 1: la fila è interminabile e tu, che ti sei appena messo in coda dietro la vecchina imbottita di detersivi, inizi a cercare freneticamente lo sguardo della cassiera. Lo trovi e la saluti sprezzante del resto della gente. Bene, è questo il caso in cui sarai malvisto da tutto il resto della fila. Quel saluto verrà inevitabilmente visto come quello di chi arriva alle poste e, mascherandosi dietro uno “scusate, devo solo chiedere un’informazione”, scavalca tutta la fila, arriva allo sportello dall’impiegato che conosce, consegna il modulo o il bollettino del caso e conclude l’operazione in due minuti e tredici secondi netti. Tutti inizieranno a guardarti di traverso. La vecchina con i detersivi attaccherà discorsi ovvi sulla maleducazione dei giovani d’oggi. E se poi trovi pure il moralizzatore, dovrai sorbirti frasi volutamente provocatorie che spaziano dal vago “in questo supermercato c’è chi ha l’impressione di stare in salotto con gli amici” al diretto “mi raccomando, non iniziamo a fare i furbi e rispettiamo la fila”. Senza contare che se la cassiera non la conosci ti prenderà per una sorta di Charles Manson che cerca di sedurre le cassiere per poi ucciderle in un parcheggio di un centro commerciale.
 
Caso 2: ti metti dietro la vecchina e per i primi tre metri di fila fai il vago come in ascensore. Guardi ovunque, fisse le scarpe, ti concentri sul colorato banco che mischia senza logica i prodotti Kinder e quelli Hatù. Comunque eviti di incrociare lo sguardo della cassiera. Quando arrivi a due-tre persone dal pagamento, cerchi il suo sguardo e, infine, saluti. Bene, penserà che sei un classista del cazzo e ti vergogni di essere suo conoscente. E’ ovvio. Perché non avresti dovuto salutarla appena arrivato in fila, sennò? Lei ti ha notato mentre fingevi interesse per gli Happy Hippo. Ma tu, destrorso dei miei coglioni, hai fatto il vago per tutto il tempo pur di non mostrare agli altri soci del Rotary in fila con te che rivolgi la parola a gente di così bassa levatura. Sei proprio una merda.
 
Caso 3: la ignori fino al tuo turno. Sei un maleducato approfittatore. Certo, perché per te i rapporti sociali hanno un senso solo se sono funzionali a qualcosa vero? Scommetto che se non fossi obbligato a pagare fileresti via liscio senza nemmeno un “ciao” al volo. E, poi, scusa, perché non salutarmi mentre passavo i detersivi della vecchina prima di te? Stavi già sistemando la tua roba sul nastro gommato, dietro la barra “cliente successivo”. Cosa c’é? Fin quando non lavoro per te non sono degna di saluto? Stronzo.
 
Caso 4: fingi di soffrire di forti amnesie e ogni giorno che vai al supermercato ti cali nel ruolo di quello che va in quel supermercato per la prima volta. Se poi hai dei colleghi disposti a perorare la causa tanto meglio. Le prime volte, di fronte ai volti inferociti delle cassiere, potranno scusarsi loro per te, spiegando la tua malattia.
 
Caso 5: ordini la spesa per telefono. Spendi di più, ma sei felicissimo di poter accogliere il filippino che te la porta a casa con un sorriso a 384 denti.
mercoledì, 02 gennaio 2008

Il 2008 fa schifo. Non sono passate neanche 24 ore e già il 2007, con il suo carico di nulla, mi manca come se m’avessero estirpato i due reni in una volta sola. Aver evitato il brindisi di mezzanotte, quello sì che mi inorgoglisce. Ma aver passato la notte di capodanno a fare il dj sotto antibiotici, e quindi sobrio, è stata una tortura. Che a me, poi, la notte di capodanno mi ha storicamente sempre fatto un po’ cagare. Deve essere per via dell’euforia immotivata. Comunque, sei ore alla consolle da sobrio hanno se non altro contribuito a sviluppare una serie di riflessioni assolutamente calzanti sulle prime ore dell’anno nuovo.
  • Le prime ore dell’anno nuovo, almeno le prime sei, necessitano di musica di merda. Se tu metti della roba della madonna che ballano sempre tutti in qualsiasi altro giorno dell’anno ma che, sventuratamente, non ha una melodia vagamente happy a capodanno non balla nessuno. Ragion per cui, per fare sei ore di musica da cazzeggio, l’anno prossimo inviterò alla festa Pupo, Raffaella Carrà, Lorella Cuccarini, Heather Parisi, il ministro Parisi, i Village people, i Gipsy kings, l’intero cast di Grease e tutti i gruppi brasiliani che almeno una volta nella vita hanno intonato Fio maravilhia.
  • Dal punto precedente resta miracolosamente esclusa l’house. Cioè tutti ti chiedono cazzeggio o house, che è un genere che a me personalmente non mi riconcilia proprio con la gioia di vivere. Ne scaturisce la necessaria considerazione che l’uomo sia un essere dalle sinapsi bizzarre.
  • E comunque fare il dj a capodanno è molto più remunerativo che fare il giornalista all’incirca per una ventina di giorni.
  •  Anche quest’anno dalle parti di casa mia, ma anche a Napoli e da altre parti, c’è stato il solito festival dell’arto amputato dai botti. Il che lascia supporre che a Napoli e dalle altre parti vicino casa mia si festeggi fino alle sei per aver passato incolumi la mezzanotte.
  •  Bisogna spiegare agli inguaribili ottimisti che dicono “guarda, quest’anno sento che cambierà tutto” che i due minuti che vanno dalle 23.59 del 31 dicembre alle 00.01 dell’1 gennaio sono decisamente insufficienti per stravolgere un’esistenza. Non è il caso della morte, ma in tal caso lo stravolgimento sarebbe in peggio e dunque fuori dalle pretese del richiedente ottimista. 
  • A capodanno fare i pessimisti fa molto disfattista dandy – è vero – ma obiettivamente ci si diverte anche di più. Per esempio, tra tutti i messaggi che auguravano la gioia eterna a me e a tutti i miei discendenti fino alla terza generazione, che promettevano la pace del mondo, che mi auguravano di sguazzare nell’oro manco fossi una formina forgia-anelli, quello che ho gradito di più è stato quello che mi augurava un 2008 di merda. Grazie Simiele.
sabato, 15 dicembre 2007

Che abbia ormai inesorabilmente perso il contatto con la realtà è evidente. Così, sfogliando il libro dei coniglietti suicidi – di cui segue un prezioso allegato esplicativo per chi ancora non li conoscesse – ho pensato al libro dei Tcc suicidi.
 Coniglio_suicida 
Al di là delle varianti più o meno interessanti che ho partorito, ho pensato che mi piacerebbe avere sette vite come i gatti. Che poi tutte le volte che ho ammazzato dei gatti questi sono morti davvero. E pure dopo settimane passate ad aspettare che resuscitassero la sostanza non cambiava. O, dunque, ho sempre ammazzato gatti che aveva già sprecato i sei bonus precedenti o ‘sta storie delle sette vite non è vere. Ma questo è un altro discorso. Io pensavo che, avendo sette vite, almeno sei le sprecherei per provare delle morti assurde. Ché tanto già in una vita mi rompo abbastanza le scatole, pensa in sette... Quindi, tenendo per buona la settima vita, ho fatto un elenco approssimativo delle morti che sperimenterei.
 
1) Frenare di colpo in autostrada, quando sono sulla corsia di sorpasso e c’ho il coatto che mi lampeggia a dieci centimetri dal culo della mia macchina. Giù il pedale senza preavviso e chi s’è visto s’è visto. Muori, coglione.
 
2) Precipitare con l’ascensore. Avrei voluto dire lanciarmi da un palazzo per provare il senso del volo o perlomeno della caduta libera ma avevo paura di passare per sentimentale. L’ascensore mantiene una sua dimensione più pulp.
 
3) Travestirmi da Orso Balosso e andare a fare un giro in barca, sapendo di non avere i remi, che non ci sarà vento e che Ballina e il delfino Simone non potranno salvarmi. A quel punto morire disidratato al largo. La bellezza di questa morte sta nel godersi il ritrovamento della salma: un cadavere travestito da orso con gli stivali a pois. Per comprendere meglio il senso di questo apprezzabile decesso osservare con attenzione e con le casse accese il video che segue.
 
 
4) Darmi fuoco durante una serata tra amici. Pensa che scena! Tutti sulla spiaggia a bere una cosa, Tcc tira fuori una tanica di benzina, se la rovescia addosso e si dà fuoco. Che matte risate tra gli amici increduli! Che poi i miei amici sono talmente abituati a sentirmi dire e a vedermi fare cose senza senso che lì per lì non ci farebbero neanche caso. Che scena al sopraggiungere della consapevolezza che l’amico Tcc è ormai una salma carbonizzata! Morirei dal ridere se non fossi già morto bruciato.
 
5) Provare a morire di immobilismo. Questa è la più lenta ma per certi versi la più stimolante. Consiste nello svegliarsi un giorno, sedersi sul letto o dove meglio si crede e basta. In sostanza sedersi e stare immobile finché morte non sopraggiunga. E’ vietato mangiare, bere e andare in bagno. In un versione più soft si può guardare la tv, leggere, ascoltare musica e persino usare il telefono. L’unica regola è non alzarsi mai: devi pensare che staccandoti da quella sedia vanificherai tutto, rischiando di non morire più.
 
6) Sperimentare se è possibile morire di astinenza sessual... Argh!... Add...i...o.........
sabato, 10 novembre 2007

Il mio mondo è fatto essenzialmente di personaggi immaginari. Spesso animali con facoltà umane. E’ bene ammetterlo, una buona volta. A me del reale me ne frega davvero poco. L’abbiamo sempre detto con Simiele: tra ricevere una chiamata del Corriere della Sera e incontrare – che so – un cavallo che canta tipo quello di Top secret, vince la seconda tutta la vita. Il problema è che se fino a poco tempo fa eravamo in pochi a pensarla così, una nicchia di simpatici visionari, ora stiamo diventando sempre più. E lo dimostrano la Pixar che continua a fare film animati che hanno per protagonisti animali assurdi, la Playstation, la Wii e le altre console che investono su giochi con conigli rosa e cani che ballano e, soprattutto, il fatto che l’Ansa abbia messo in piedi una redazione apposita. Credo che mesi fa, nel palazzo di via della Dataria che ospita il dna dell’informazione italiana, ci deve essere stata una riunione tipo tra il direttore, i vari caporedattori, Piero Angela, Steve Irwin, Licia Colò, i suoi orsi polari, e Gianfranco D’Angelo, eccezionalmente nei panni del Tenerone. Dopo un dibattito fiume, la task force animalista è arrivata alla conclusione che l’agenzia dovesse dotarsi di una redazione dedicata al racconto del mondo animale e, per certi versi, immaginario.
 
In principio, dunque, era Knut, l’orso dello zoo Berlino abbandonato dalla mamma subito dopo la nascita. Una storia difficile la sua, divisa tra una famiglia che non ti vuole e un’inaspettata popolarità arrivata troppo presto. Il successo di Knut è planetario, nonostante lui sia di poche parole. Non una battuta ai giornalisti che assediano lo zoo, al punto che molte malelingue motivano la sua popolarità con la diceria: c’è chi giura di averlo visto a letto con la figlia del direttore dello zoo. Poi arriva il libro, scritto a quattro mani con tale Christiane F., e il successo di Knut diventa mondiale. Ma le luci della ribalta logorano e così Knut si ritrova schiavo della sua stessa immagine, ossessionato dal mantenere un successo effimero. Una delle ultime immagini prima del suicidio lo ritraeva così, narciso e infelice.
 
Delle formiche asociali di Fred Adler si è disquisito in abbondanza. Ma grazie all’Ansa (e al sito in costruzione illaidonicotra.it), per esempio, ho scoperto che piccioni e babbuini memorizzano le foto, soprattutto se correlate a qualche loro interesse. Conosco babbuini che hanno un book completo di tutte quelle che sono riusciti a portarsi a letto. Certo niente a che vedere con gli elefanti che si riconoscono davanti allo specchio. E che ci perdono ore davanti a quello specchio se la sera devono uscire. Ci sono elefanti poi che lo specchio hanno imparato a farlo come la buonanima di Marcelle Marceau, altri si stanno specializzando nel mimare il tiro alla fune ma la rappresentazione è meno efficace. Le aragoste e i gamberetti invece piangono per il dolore, smentendo anni e anni di teorie che attribuivano la lacrimazione a una forma patologica di depressione. Il tutto aspettando il super-topo, recentemente creato a Cleveland e che, stando agli studiosi, ha capacità fisiche – per la sua categoria – paragonabili a quelle di Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France consecutivi. Il super-topo mangia il doppio di un topo normale (come Gianpiero Galeazzi) ma non ingrassa (come Kate Moss, ma il super-topo non vomita dopo il pasto), può correre per oltre cinque ore senza interruzione  (come Robert Korzeniowski), alla velocità di 20 km/h, ha un'aggressività inaudita (come Mike Tyson), mantiene l’attività sessuale anche in età avanzata (come Franco Califano) e, soprattutto, non ha paura dei gatti (come un cane). Bisogna solo sperare che non si appassioni alla letteratura altrimenti non ci saranno più topi da biblioteca da prendere per il culo.
 
 
giovedì, 23 agosto 2007

Voglio che la mia futura ragazza sia una tipa incredibilmente figa. Fisicamente mi accontento della sufficienza, ma deve essere incredibilmente figa come tipa. Di quelle, per intenderci, che non ti trascinerebbero mai in spiaggia ad aspettare le stelle cadenti, ritenendola a ragione una sacrosanta rottura di palle. Ma che, trovandosi in spiaggia per caso, passerebbero volentieri ore di demenza ad esprimere a voce alta desideri assurdi a ogni frammento di astro che va a farsi benedire. Quasi quasi la voglio anche in grado di benedire gli astri...

 

Ora il punto della situazione è che io avevo voglia di scrivere un post tutto così, su come vorrei la mia ragazza, a metà strada tra “Voglio una lurida” degli Articolo 31 e “La mia ragazza mena” sempre degli Articolo 31. Poi ho pensato che ascolto della musica di merda e che avrei copiato gli Articolo 31 che, peraltro si sono copiati ormai da soli, avendo scritto due canzoni sullo stesso tema. Eppure sentivo che un post così avrebbe scatenato reazioni del tipo: “Hai visto Tcc? Allora, non è proprio un coglione... Cioè è un coglione ma di quelli romantici con cui ti diverti troppo...”. E via vagonate di Pvt di ragazze che bramano il mio cellulare – alcune il numero, altre, più materialiste, il cellulare in senso stretto – e commenti di blogger impazzite e innamorate e cose così.

 

Invece ho pensato che fosse più utile da parte mia scrivere qualcosa sulle ragazze che ruttano.

 

Ecco: è bene dire subito che qui non si parla del ruttino che ti scappa dopo aver bevuto sei ettolitri di Peyo Cola. Quello è umano e trasversale al sesso. Qui si parla della ragazza che beve sei ettolitri di Peyo Cola per ruttare allegramente e platealmente con gli amici. E no, cazzo! Parità in tutto, d’accordo, ma le gare di rutti restino prerogativa degli uomini. Lungi da me qualsiasi pretesa di ragionamento aulico tipo “Esseri fragili e indifesi come le donne che ruttano? Giammai...”. Macché. E’ solo questione di mantenere il rutto come peculiarità dell’uomo. Ci sono cose che non possono fare entrambi i sessi per mere pretese di parità. C’è mai stato qualche uomo che ha preteso di andare in vacanza con una valigia solo di scarpe? No. C’è mai stata qualche donna che ha preteso di imparare a parcheggiare in  retromarcia? Qualcuna sì, ma la storia dice che alla lunga ha desistito. E poi mettiamola così. Un tempo le sofferenze congenite uomo-donna venivano ripartite sulla carta con il seguente schema:

 

uomo – nessuna sofferenza

donna – parto e mestruazioni.

 

Una situazione che già in partenza risultava sbilanciata, regalando alla donna un grado di unicità biologicamente superiore a quello dell’uomo. Al punto che l’uomo ha dovuto inventarsi il servizio militare per ribattere su qualsiasi cosa. “Che ti lamenti del parto, io ho fatto il bersagliere”. “Che ti lamenti delle mestruazioni, io ho fatto il Car a Orvieto”. E cose così. Ora che il servizio di leva non è più obbligatorio e peraltro è aperto anche alle donne, l’uomo è tornato a non avere più nulla per sentirsi unico. La parità tra i sessi non esiste e, anzi, il divario a vantaggio della donna è ormai incolmabile. Davvero. Vi chiederemmo di avere le mestruazioni un mese a testa ma non si può. Potremmo provare anche con il parto ma, risolto il problema della fecondazione, non sapremmo da dove tirare fuori il bambino. E se tenerlo in pancia per nove mesi è faticoso, crescerlo fino a 18 anni o più sarebbe onestamente troppo. Donne, veniteci incontro. Lasciateci essere in pace gli unici essere ruttanti del sistema solare. Almeno fino a quando non saranno scoperti degli organismi elementari che su Giove comunicano grazie al reflusso gastrico.

 

Ora, io giuro che la pubblicazione di questo post non è in alcun modo collegata al fatto di aver parlato – poco fa – per la prima volta nella mia vita con Alebenfenati e Katana. Anche perché l’unico suono assimilabile a un rigurgito registrato nel corso della telefonata era Alebenfenati che provava a partorire una “r” degna di nota. Alebenfenati e Katana sono due personcine a modo e presto ci ameremo tutti e tre. Delegando a Kata la collocazione delle “r” nelle nostre conversazioni.

 

E comunque Alebenfenati è messa molto peggio di me.


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