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mercoledì, 25 giugno 2008
Nel mondo non potrà esserci mai serenità finché ci saranno quelli simpatici solo a qualcuno. Non potranno mai cessare le guerre fino a quando regnerà la simpatia di nicchia. E’ un dannatissimo dato di fatto. Cioè al mondo ci sono persone davvero troppo forti, di quelle che comunque fanno ridere a qualsiasi latitudine. Poi, di contro, ci sono quelli che pure dopo un campus di 3 mesi con Gino Bramieri non riuscirebbero a strappare un sorriso al proprio interlocutore, se non disegnandoglielo sulla faccia con un UniPosca. Entrambe le situazioni vanno bene: ridi quando c’hai da ridere e quando non c’hai da ridere lo sai dall’inizio. Sono casi che non generano conflitti, nemmeno nel povero depresso che non riesce a fare ridere, rassegnato com’è - ormai – alla evidente realtà di non riuscire a produrre sorrisi nemmeno riproponendo alcune delle gag più esilaranti della storia della comicità.
I problemi iniziano quando c’è il simpatico di nicchia, la cui caratteristica è, per definizione, quella di risultare indifferente, se non dannoso, al 95% della popolazione terrestre, ma incredibilmente irresistibile per il restante 5%. I problemi, poi – per consentire la statistica di cui sopra –, proseguono nel trovare persone che conoscano il 100% della popolazione terrestre. Ma questa è una difficoltà strutturale e non va certo sviscerata in questa sede. Quello che preme è rintracciare le tipologie principali del simpatico di nicchia.
Il simpatico molesto: è quello che si mette in luce per l’invasività del suo umorismo. Sua caratteristica principale è la costante ricerca del contatto fisico, ottenuto con un ampissimo campionario di gesti: dalla pacche sulle spalle ai pugnetti sul deltoide, fino alle odiosissime manate sulla coscia nel mezzo di una fragorosa risata. I più preparati hanno anche un’arma segreta: la presa sottobraccio che non lascia scampo e che permette al simpatico molesto di ridere appoggiandosi pesantemente con la testa sulla tua spalla. Al di là di una presenza fisica importate, il simpatico molesto si mette in luce per un umorismo altrettanto molesto. E’ quello che, a fine cena, con una tavolata di semisconosciuti, si permetterà di incalzare la timidissima amica dell’amica dell’amica, presente quella sera per un’incredibile serie di congiunture astrali, con battute volutamente maliziose tipo: “Senti, e a te ti piace la banana?”. Palesando, peraltro, altre due caratteristiche: l’introduzione della battuta con espressioni sensoriali (senti, guarda, vedi, ecc) e la propensione a un italiano approssimativo.
Il simpatico sfigato: è quello che si convince che le sue sfighe divertano il mondo intero. Tipo, parlando della precaria situazione igienica del pavimento del bagno di casa sua, dirà: “Devo scopare in bagno...Almeno là, visto che in camera da letto...”. Oppure, se qualcuno gli chiede di che segno zodiacale è e lui, malauguratamente, è del Toro, dell’Ariete o del Capricorno, sottolineerà: “Sono cornuto, di segno e di fatto”. Se poi è Vergine si aprono tutta una serie di nuove possibilità. L’immagine che il simpatico sfigato tende a dare di sé è più o meno questa: un tipo brutto, con svariate malattie congenite che spesso sfociano nell’handicap vero e proprio, con una vita sessuale che tende a meno infinito e con una ragazza – che a questo punto non ci si spiega come faccia ad avere – che lo tradisce costantemente con chiunque capiti a tiro.
Il simpatico aggiornato: è colui che aggancia il suo umorismo solo ai grandi fatti di attualità o, peggio, ai personaggi della politica. Se, ad esempio, va in una discoteca dal design iper-avanguardistico, racconterà: “Poi dovevo andare in bagno e non si capiva qual era quello degli uomini e qual era quello delle donne. Non sapevo in che cesso entrare, come Vladimir Luxuria alla Camera”. E comunque racconterà sempre la barzelletta
“Hanno trovato del sangue meridionale a Bossi?”
“Dove?”
“Sul paraurti della macchina”.
Il simpatico artista: ha la caratteristica di odiare gli uomini e di voler invece portarsi a letto l’intero genere femminile, senza distinzione di sorta. Perciò il suo umorismo va in una direzione in cui convergono complimenti, nonsense, filosofia, giochi linguistici, azioni, pensieri, parole, opere e omissioni. Lo schema è semplice: si prende una parte del corpo della ragazza in questione e la si miscela con un’azione scriteriata, mantenendo quel vago alone di complimento. Esempi sono frasi tipo “stasera ti leccherei i capelli” o “hai dei piedi che veramente ci si può parlare”.
Il simpatico chiasmo: anche detto “simpatico Cinghiale”. E’ colui che, proprio come nella celebre pubblicità del grande pennello, basa il suo umorismo semplicemente sull’inversione dell’ordine sostantivo-aggettivo e sulle alterazioni di senso che ne vengono fuori. Tipo:
“Conosci Leila, la giovane persiana?”
“No, conosco solo una persiana giovane. E non vedo che senso abbia dare un nome a una finestra”.
Altre microcategorie sicuramente sfuggono a questa classificazione sommaria. Il dato importante da sottolineare, comunque, è che a ognuna di esse corrisponde l’entusiasmo smodato di una piccola platea. E, chissà perché, l’umorismo genera dei mostri di persuasione. Chi apprezza un umorismo di nicchia tende sempre a imporlo agli altri. Come quando scopri una canzone bellissima di un gruppo sconosciuto e cerchi di diffonderla nel mondo. Così, al danno di dover passare una serata con una persona che non riesce a strapparti neanche un proto-sorriso, si aggiunge la beffa di una serie di persone che insistono con domande retoriche tipo: “ma non è troppo forte?”. Evidentemente no, altrimenti l’avrei chiamato qualche volta negli ultimi sei anni e, comunque, avrei evitato di mettere in guardia tutti i conoscenti comuni con un’apposita campagna di volantinaggio. Ma guai a farlo notare, perché qualcuno ti risponderà puntuale che rosichi perché lui, con la sua simpatia, ti ruba la scena. Con buona pace di Gino Bramieri.
mercoledì, 18 giugno 2008
Io non voglio parlare sempre degli animali e giuro che dopo questo post per un po’ smetto. Però una cosa sui cani la devo dire. Il cane mi piace, ma purtroppo non è un animale intelligente. O, almeno, non come cerca di far credere alla gente. Bisogna che qualcuno lo dica una volta per tutte. Che qua con ‘sta storia che è il miglior amico dell’uomo si rischia di alterare la realtà. Io non capisco come si fa a considerare il cane intelligente. O meglio: non capisco perché sul cane vengono magicamente alterati tutti i criteri che nella nostra vita ci consentono di dire se una persona sia intelligente o meno. Un caso su tutti: il cane non esce da solo per andare a fare i suoi bisogni. Questo già spiega tutto. Se il cane fosse intelligente – oltre che un attento osservatore – dovrebbe essere in grado di capire che tirando verso il basso la maniglia la porta si apre, che una volta usciti la si richiude, che bisogna ricordarsi di prendere le chiavi prima di uscire e che, per rientrare, basta infilare la chiave nella toppa, girarla e spingere la porta. Ma il cane non lo fa e si potrebbe perciò pensare a una sorta di indolenza canina. Neanche per scherzo: il cane infatti brama l’uscita e lo dimostra quando lo chiamate con il guinzaglio in mano. Quindi ne consegue che il cane non sa aprire la porta di casa. E che quindi non è un essere intelligente. Perlaltro è curioso – come anticipato – il metro di giudizio. Se io guardo un uomo che prende la chiavi, esce di casa e dopo qualche minuto rientra, non lo giudico intelligente. Perché un cane dovrebbe dunque esserlo? E soprattutto perché un cane che non è in grado di fare tutto ciò viene considerato intelligente?
Altro indizio: nel primo periodo della sua vita, il cane non sa dove deve fare i bisogni. Come i bambini. Poi l’uomo impara normalmente, il cane invece prosegue per vie sadomaso: fa i bisogni a caso in giro per l’appartamento, rimediando sonore legnate ogni volta, fino a quando non impara. Nel senso: a un uomo le scudisciate basterebbero una volta. Il che mi lascia pensare che, sotto sotto, al cane piaccia prendere legnate.
In più al cane piace guadagnarsi la stima con gesti inutili e francamente umilianti. Se io porto le ciabatte a qualcuno tenendole in bocca, minimo mi fanno rinchiudere. Così come non passerei le giornate a riportare indietro oggetti che qualche stronzo mi lancia lontano chilometri. Se li lancia, significa che non gli servono. Perché andarli a prendere? E poi questa storia di mangiare la carne e nascondere l’osso... E’ come se conservassi in un cassetto in camera mia un tubo di Pringles vuoto.
Il quadro che ne emerge è dunque quello di un animale indolente, tendente alla sottomissione, un po’ tonto, portato all’auto-umiliazione, con un umorismo tutto suo e che sostanzialmente ama passare il tempo in modo non costruttivo.
Cazzo, ma questo sono io...
mercoledì, 04 giugno 2008
Niente, ormai è inevitabile. Una bella crisi diplomatica con la Svezia non ce la può togliere proprio nessuno. Il motivo? Un boicotaggio economico bello e buono. No, dico: manco non lo sapessimo che a ‘sti svedesi toccategli tutto ma non l’Ikea. E l’Einaudi cosa ti va a fare? La beffa imperdonabile ai Flärke. No, no, no. Devo calmarmi e spiegare tutto senza farmi prendere dall’ansia...
Tutto è cominciato tempo fa, quando l’Ikea lancia sul mercato il porta cd/dvd/libri da parete Flärke. Nella sua semplicità, un gioiello di versatilità di 111 cm per 33 per 16. Economico (9,99 euro), facile da montare e utilissimo per riportare l’ordine anche nelle camere più incasinate. Troppo irresistibile per non averne in casa almeno uno. E chi è Tcc per resistere alla tentazione? Orgoglioso del mio Flärke, è inutile negarlo, lo sono stato sin dall’inizio. Al punto che, tempo appresso, decisi di dargli dei fratelli, visto il gran numero di cd, dvd e libri presenti in casa. E, sistemati i primi e i secondi, avevo scoperto la goduria di collocare in ordine i terzi, dividendoli per case editrici e per autori con un ordine maniacale. Tascabile Feltrinelli ai primi piani, Oscar Mondadori agli ultimi (meri criteri politici), Einaudi Stile libero nel settore intermedio. Tutto filava liscio e la mia vita con i Flärke scorreva via placida e serena. Né io, né loro potevamo immaginare quello a cui stavamo andando incontro.
Qualche giorno fa finisco di leggere “Firmino”, di Sam Savage, e, come da prassi, mi avvio con il sorriso soddisfatto verso il Flärke riservato agli Einaudi per collocarlo tra Aldo Nove e Fred Vargas. Che bella quella muraglia gialla con le scrittine verticali nere! Pregustando il suo imminente accrescimento, vado per inserire Firmino e l’orrore si manifesta in tutta la sua portata: il libro non entra. “Non può essere”, mi dico. E’ dannatamente identico a tutti gli altri. Ci riprovo: niente. Firmino non entra. Lo metto di sbieco: niente. Provo a incurvarlo al centro per poi rilasciare: niente. Non mi resta che la prova del dna: confrontarlo con un altro Einaudi a caso. Ora: l’altezza che separa le due mensole del Flärke è 19,5 cm. Esattamente la stessa degli Einaudi stile libero che, di fatto, calzano a pennello. Non la stessa di Firmino, però, che è appena appena più lungo: 20 cm e qualcosa. Eliminando dalle possibilità l’errore umano – un falegname svedese non farebbe mai dei bozzi a una propria mensola – e l’errore di stampa, ditemi voi quale possibilità resta. Il complotto, è evidente. Ipotesi avvalorata da una subdola e minuscola scritta in rosso che segue la dicitura "Einaudi stile libero" su Firmino: Big. Einaudi stile libero big. Una collana apposita, uguale in tutto e per tutto alla precedente se non per le pagine più lunghe di un centimetro? L’Einaudi – è ormai evidente – ha deciso di allungare volutamente il formato dei propri libri per mandare in crisi il mercato dei Flärke e, di questo passo, l’Ikea tutta. Ma perché l’Einaudi odia l’Ikea? E’ questo che mi chiedo ossessivamente da giorni. L’unica risposta sensata che sono riuscito a darmi è che hanno lo stesso fornitore di alberi. Logico, no? Fare fuori l’avversario per avere il monopolio delle forniture. Perciò dico che la crisi è ormai irreversibile. La Svezia non può soprassedere all’estinzione dei Flärke. Aspettiamoci chiusura delle frontiere, dazi doganali sulle merci italiane, protezionismo a oltranza. Basta valchirie bionde da abbordare nelle discoteche romagnole. Basta quadri svedesi nelle palestre delle scuole italiane. Per questo, quando ci troveremo lungo i confini eserciti di falegnami scandinavi disoccupati e incazzati, armati di coltelli Skärpt non facciamo come al solito finta di non saperne nulla. E se avete pensato che si trattasse solo di uno stupido problema e lo avete aggirato semplicemente sistemando i libri in orizzontale, be', sappiate che la Terza guerra mondiale è anche un po’ colpa vostra.
giovedì, 15 maggio 2008
Ragionando sui massimi sistemi, sono arrivato a una certezza: è giusto che il panda si estingua. Per tutta una serie di motivi. Da quando è stato messo sullo stemma del Wwf, infatti, il panda ha assunto consapevolmente questo atteggiamento spocchioso che risulta quantomeno poco costruttivo in questi tempi di dialogo politico e di sinergia tra le parti. Quando un panda si sveglia la mattina sa che l’opinione pubblica è dalla sua parte e si regola di conseguenza. Per dire: un panda può pensare di starsene senza fare un cazzo per tutto il giorno, tanto sa che la stima della gente nei suoi confronti non calerà. Perciò questo enorme animale bicolore, diciamolo, alle cronache mondane non regala davvero nulla. Mai una toccante storia alla Knut, mai un salvataggio di un bambino come i cani-eroi di “Studio aperto”, mai un episodio piccante come le porno-scimmie che seducono i maschi promettendo delle semplici spidocchiate della schiena. Anzi, proprio su quest’ultimo punto, il panda si distingue per indolenza. Le uniche notizie mondane su di lui riguardano i suoi problemi di accoppiamento. Voci non proprio edificanti che però il panda affronta con naturalezza, sempre perché la gente è pronta a giustificare ogni sua azione e ogni sua stasi con lo stress derivante dai problemi di estinzione. Eppure, quando le mie prestazioni sessuali sono calate e la mia fidanzata mi ha lasciato, non mi sembra di aver visto panda sotto casa mia che provassero a fermarla, spiegandole che lo stress lavorativo può portare anche a questo. C’è insomma questo egoismo di base che rende il panda un animale davvero odioso. Ma affrontiamo nel dettaglio una serie di temi che giustificano l’estinzione del panda.
1) Prima di tutto c’è una motivazione stilistica: l’accostamento bianco-nero fa decisamente retrò. Motivo per cui il panda era di grande attualità negli Anni ’50/’60, mentre adesso è ricoperto da un velo di nostalgia per i bei tempi andati. Potrebbe farsi lo stesso discorso per la zebra – in particolare per quella a pois – ma si dà il caso che lo zebrato, insieme al leopardato e affini, in certi ambienti, abbia ancora un gran numero di estimatori.
2) Secondo punto: non puoi scatenare un casino internazionale sulla tua estinzione se poi non c’hai voglia di fare sesso e di moltiplicarti. Non è che ogni giorno vengono abbattuti migliaia di panda e le povere bestie residue non tengono il passo della riproduzione. L’ultimo panda è stato rottamato dopo la legge Euro 0 e se, da allora, la specie non si è rimpolpata, è evidente che ci siano dei limiti ormonali. Molti studiosi sottolineano una spiccata tendenza del panda all’autoerotismo – ipotesi questa che sarebbe avvalorata dalle vistose occhiaie nere e dall'evoluzione della mano che ha portato l'animale ad avere sei dita – ma mancano al riguardo prove certe.
3) Visto che si è tirata in ballo la rottamazione. Il panda è stato in grado di non evolversi anche nei suoi significati traslati. La Panda ha attraversato 23 anni di storia italiana rimanendo sempre uguale e ce ne ha messi altri cinque per trasformarsi appena in una monovolume. In un periodo appena più lungo, un giaguaro – per dire – ha messo in piedi addirittura un’azienda intera, che peraltro fabbrica auto di lusso.
4) I panda sono tutti nelle riserve. Non si hanno notizie di panda titolari.
5) Panda era anche uno dei personaggi con cui era più difficile finire Tekken 3. Di contro, l’uomo che ha ideato il videogioco, regalando al mondo l’opportunità di sfogarsi sul panda, andrebbe inserito nel novero dei più grandi geni di tutti i tempi.
6) Nella letteratura e nel cinema non c’è un panda degno di nota. Hanno fatto film su cani e gatti, su cavalli e maiali. Chuck Norris ha persino regalato la notorietà all’armadillo a nove fasce. Bradipi e mammuth spopolano nei film animati e gli asini nella favole di Fedro, un autore romano divenuto noto grazie al Grande Fratello. Ma dei panda non c’è traccia.
7) Il panda compare sulle monete cinesi e i personaggi che compaiono sulle monete, nella norma, sono morti.
lunedì, 28 aprile 2008
Tutti noi, prima o poi, troviamo nel corso della vita una persona – una e una sola al mondo – che risponde con un sorriso ai nostri momenti di difficoltà, che è sempre pronta a farsi scivolare addosso i nostri insulti e che conosce ogni nostro punto debole. Una persona speciale che sa prenderci con dolcezza, ma al tempo stesso con rigore. Il fisioterapista.
Il fisioterapista è una strana figura, a metà strada tra il Dalai Lama e Heinrich Himmler. Quando la prima volta arriva a casa tua, ti fai il segno della croce per quanto è incorporeo. E il fatto che sia entrato in casa passando attraverso la porta chiusa certo non ti aiuta a fare chiarezza. Ma prima che tu possa entrare in crisi mistica, ti chiede 70 euro, illuminandoti sulla sua reale natura. Chiarito l’equivoco, resti comunque rapito dal suo tono pacato e dal sorriso bonario. Nella tua camera c’è una surreale atmosfera zen. Il fisioterapista cerca di spiegarti la via per raggiungere l’armonia del Cosmo attraverso l’interazione di muscoli che non avevi mai sentito nominare prima. E il fatto che tu ce li abbia tutti ti inorgoglisce e in qualche modo ti responsabilizza. In pochi minuti si è conquistato ben altro che la tua fiducia: sei rapito dalle sue parole senza senso e ti senti un suo potenziale schiavo. A quel punto, però, succede qualcosa di strano. Il fisioterapista si trasforma in un sadico gerarca nazista. Ma sempre zen. Piegandoti degli arti a caso inizia a generare dei dolori che non pensavi potessero esistere in natura. O perlomeno non così sconnessi dalla morte. Però lui è calmo come il Cavaliere d’oro delle casa di Vergine. Il che ti porta a pensare che sia tu a esagerare e che, in realtà, non ti stia facendo così male. Quando poi sdraiato, pancia sotto, vedi spuntarti sulla spalla un tuo allegro tallone, capisci che quel dolore disumano è in effetti il muscolo della gamba tirato oltre ogni regola del buon senso e non una tua rappresentazione metafisica del malessere che affligge l’uomo moderno. Alle tue comprensibili smorfie di dolore lui risponde con un sorriso.
Il punto cruciale della questione fisioterapista è proprio questo. Lui ti porta al limite, ma tu non ti fidi di lui. Perciò, ogni volta che un tuo muscolo viene stirato per quanto possibile, tu resti convinto che il tuo “possibile” sia diverso dal concetto di “possibile” del fisioterapista. Da qui la bizzarra disparità di vedute che porta il fisioterapista a dirti cose tipo “dai, spingi di più, dai che ce la fai a piegare un altro po’” e tu a rispondere con cose tipo “dai un cazzo, brutto stronzo, se tiro un altro po’ qua mi si strappa tutto e un altro intervento dopo te lo fai tu al posto mio, ok?”. Ma il fisioterapista crede in te, tira e, di fatto, non si strappa nulla. Quindi aveva ragione lui. Che sorride ai tuoi insulti.
Forse è questo il vero motivo di attrito con il fisioterapista: tu lo odi perché non ti fa sentire speciale. Ti tratta come un qualsiasi paziente, mettendoti di fronte all’amara realtà: non è vero che siamo tutti diversi. Siamo tutti dannatamente uguali e funzioniamo allo stesso modo. Una fotografia del reale che spinge sempre più uomini medi dall'ego fortemente frustrato a diventare assassini di fisioterapisti.
sabato, 15 marzo 2008
In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)
L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.
L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.
La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.
Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.
Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.
L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.
Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.
La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.
martedì, 19 febbraio 2008
La scena è sempre la stessa: c’è lui che fa delle cose, mediamente inutili e che comunque attraggono tutta la sua attenzione, e lei che, a un certo punto, arriva figa, sorridente ed emozionata. Lo chiama, lui distoglie l’attenzione dal suo universo fatto del nulla, lei prende fiato e pronuncia amorevole la fatidica frase: “Saremo in tre”. Al che lui rimane senza parole, farfuglia qualcosa di lontanamente assimilabile a un lemma e poi si lascia andare a pensieri annessi alla sua imminente paternità. E comunque sono tutti felici e normalmente sereni come avessero azzeccato al Superenalotto un 4 da duemila euro scarsi.
La stortura della realtà è evidente. Chiunque abbia praticato sesso nella sua vita con una certa costanza, primo o poi si è trovato in prossimità di situazioni simili. Il reale arrivo del figlio è poi un dettaglio secondario ai fini della nostra analisi. Perché quello di cui in questa sede si vuole parlare è l’enorme differenza che intercorre tra la realtà filmica o pubblicitaria dell’annunciazione e la realtà reale dell’annunciazione stessa.
Nella vita reale il rischio di una gravidanza è accompagnato da un’ansia lancinante che si manifesta già una settimana/dieci giorni prima della data prevista per l’arrivo del ciclo. Lei è tesa perché non sente in movimento la situazione al suo interno e poco conta che tu sia abbastanza sicuro considerando che lei prende la pillola da sempre, che negli ultimi due mesi l’avete fatto altrettante volte e che, in entrambe le occasioni, tu avevi tre preservativi incastonati l’uno sull’altro e, cosa non meno trascurabile, non avevi raggiunto l’orgasmo. Però lei teme comunque le perdite, queste piaghe mitologiche la cui esistenza non è accertata e dovrebbe comunque essere concepita come una mini eiaculazione di acido solforico per perforare i tre preservativi e arrivare a destinazione. Comunque: l’ansia sale e allora non rimane che ricorrere al drammatico test. Anzi, sarebbe più corretto dire “ai drammatici test” visto che, per maggiore sicurezza, ne viene acquistato uno di ogni marca in modo da ridurre il margine di incertezza non solo in prossimità dallo zero, ma, se possibile, addirittura sotto lo zero. In pratica l’ansia di maternità viene al test stesso che, per fugare ogni dubbio, si rivolge alla tua ragazza. Nonostante i test abbiano dato tutti impietosamente esito negativo e la tua ragazza sia ormai disidratata a causa degli ettolitri di pipì necessari per gli esami del caso, l’angoscia non passa e, anzi, monta ulteriormente. Ogni giorno che scorre verso l’attesa data d’arrivo del ciclo è una sferzata alla tua improvvisa voglia di un’autocombustione. Lei è intollerabile e ti rinfaccia continuamente il tuo stato di calma, dettato dalle attenuanti di cui sopra. A ogni immagine di un bambino, da quelli della pubblicità dei pannolini fino a quelli nei vasi con i fiori in testa che popolano i poster delle cartolibrerie, la senti tirare su col naso. Speri si sia fatta di cocaina, ma poi scoppia a piangere e il dramma è ormai manifesto. Non potrai fare nulla per calmarla, tanto non riuscirai mai a pronunciare qualcosa di così sensato da risultare idoneo alla tragedia in corso. Arriva il giorno delle mestruazioni, ma non le mestruazioni. Il panico si affetta ormai con l’intero set di coltelli Shogun di Mediashopping. Le scene di isteria ricordano quelle che hanno accompagnato il terremoto dell’Irpinia. Anche la tua impotenza è pressoché simile. Ma non sei uno che si perde d’animo e inventi soluzioni creative. Nel sonno provi a spruzzarle addosso del ketchup, sperando di prenderla in confusione. Ma è tutto inutile, anzi lei si incazza il doppio perché le hai anche sporcato le lenzuola appena cambiate. Sei in balìa degli eventi: passi le giornate a parlare con un tuo amico immaginario che per empatia hai ribattezzato Ogino Knaus, fingendo sia tedesco. Lei intanto è rassegnata e ha già iniziato a mettere da parte stivali col tacco e vestitini iper-attillati per riempire l’armadio di tutoni oversize e di completini per bambini.
Insomma: è chiaro che l’importante ai fini dell’investigazione non è capire se il bambino arriva o no, ma capire che, dopo siffatto stress, quel tipo di annuncio, quel maledetto “saremo in tre”, in natura non può esistere. E se anche lei dovesse essere così brava da riuscire a dirtelo, considera seriamente l’idea che il terzo possa essere quell’omino che dice di essere il marmista e la cui funzione non ti è mai stata chiara, considerando che a casa hai il parquet.
mercoledì, 13 febbraio 2008
Sul mio dentifricio c’è scritto “denti bianchi e forti”. Che non è un gran promessa, tenendo conto che quella è la sua funzione. E’ come se un impiegato delle poste andasse a lavorare con una maglietta che promette: “qui si possono pagare i bollettini”. Il problema vero, però, è che non su tutti i dentifrici c’è ‘sta scritta. Il che genera un dubbio quando ci si trova tra le mani il tubetto senza promessa (d’ora in avanti Tsp). Il Tsp, infatti, potrebbe non avere la scritta per ammissione esplicita dei propri limiti. Cioè se non sono capace di fare i denti bianchi e forti è meglio che non me lo scrivo addosso. Però potrebbe pure essere semplicemente rispettoso delle altrui intelligenze. Cioè se sono stato concepito per fare i denti bianchi e forti mica me lo devo scrivere addosso. Nel senso, chi mi compra lo saprà che servo a questo. E se compro un Tsp umile ritenendolo un Tsp intelligente e dopo un mese mi trovo i denti gialli? Perciò, in definitiva e nel dubbio, compro quello con la scritta.
Oggi, seduto sul water, ho scoperto l’essenza della pubblicità.
sabato, 12 gennaio 2008
In Campania l’emergenza rifiuti c’è e alla gente giustamente girano le palle. Altrettanto giustamente, però, girano le palle tipo a quelli delle altre regioni, alquanto seccati dall’arrivo di navi stracolme di rifiuti. Svegliarsi la mattina (tu-turu-turu-tuttu) e vedere dalla finestra di casa il porto assediato da navi ricolme di immondizia può essere effettivamente seccante. Specie se vivi in Trentino Alto Adige e non hai il mare. Oggi girano le palle anche a Prodi che dice che non esiste proprio che le regioni si ribellino alla ricezione dei rifiuti campani. Ma girano le palle anche a Napolitano, a Fini e Marini, a Bertinotti, Berlusconi, Bertolaso e alla Bertè, a De Gennaro e a San Gennaro, ad Alemanno e all’impero austro-ungarico, alla Iervolino, a Bassolino a Topolino e a Paperino.
Insomma girano le palle e tutti e, chi per un motivo, chi per un altro, sembra che abbiano tutti ragione. In sostanza, però, nessuno sa che pesci prendere, a parte la Bertè che credo lo sappia abbastanza bene. E’ per questo che ho sprecato il mio unico giorno libero della settimana per pensare a un escamotage che permetta di uscire dall’emergenza. Alla fine, ovviamente, l’ho trovato. Perché, vedete, per risolvere i problemi basta fermarsi un attimo e pensare con calma.
Allora: cos’è che da sempre spaventa gli italiani? Le cose troppo grandi o, comunque, più grandi di quanto l’italiano medio sia abituato a vederle. Non si spiegherebbe altrimenti la gag sempreverde del marito cornuto che sta per diventare papà e, in sala parto, si trova in braccio il bambino di colore. Perché vanno tutti da Ikea la domenica? Perché è un posto troppo grande e la gente ha paura di andarci da sola durante la settimana. E’ evidente. Quanti italiani conoscete che abbiano letto per diletto un libro con più di mille pagine? Io nessuno. Potrei andare avanti per ore, con altri esempi inventati esattamente come questi (a parte quello delle situazione pubica afro-americana che è oggettivamente un incubo per il 90% degli abitanti del Belpaese).
Il problema è che l’uomo non ha paura di un sacchetto dell’immondizia, ma di una nave stracolma, sì. Ecco allora la soluzione di Tcc: scomporre l’emergenza. Vogliamo portare via l’immondizia da Napoli? Bene, facciamolo. Ma non la carichiamo tutta su una cargo battente bandiera partenopea che dà l’impressione al sardo di venire sommerso a sua volta dal pattume. Trasportiamola nottetempo con tanti camion in tutte le città italiane, nessuna esclusa. Quindi migliaia di precari assunti a progetto dal Comune di residenza (e si dà una mano anche al mondo del lavoro, con conseguente crescita del potere d’acquisto e benefici al Pil) avranno il compito di smistare l’immondizia nelle case della gente. In ogni busta verrà collocato anche un pratico Arbre Magique, in modo tale da non dover sopportare fastidiosi olezzi. Inoltre l’Arbre Magique verrà quotata in Borsa con capitale italiano e così finalmente - dopo il boom delle vendite per fronteggiare l'emergenza - avremo un’azienda competitiva a livello internazionale. Ogni nucleo familiare, dunque, riceverà un sacchetto di spazzatura arrivato direttamente dalle zone sotto emergenza della Campania. E il gioco è fatto. Il giorno dopo, uscendo di casa, tutti quelli che hanno ricevuto il sacchetto lo butteranno nel cassonetto sotto casa, come fanno ogni giorno. In più molti lo dimenticheranno sul balcone per un paio di giorni, come avviene nelle case degli studenti fuorisede, così che le buste non saranno tutte gettate nella stessa notte ma spalmate in 48/72 ore. Ora: in Italia ci sono 59.206.382 abitanti che, considerando mediamente un nucleo di quattro persone, fa 14.801.595 famiglie eventualmente destinatarie del sacchetto. E volete dirmi che a Napoli e dintorni in questo momento ci sono più di 14 milioni di buste dell’immondizia di cui non si sa che fare?
Ma com’è che devo sempre pensarci io? Sto iniziando ad accusare il peso delle responsabilità.
martedì, 08 gennaio 2008
Ci sono tante cose che non saprò mai fare nella mia vita. Come, ad esempio, sconfiggere le forze del male, risanare il debito pubblico o resuscitare i morti. Poi ce ne sono altre che, pur essendo infinitamente più piccole e in apparenza insignificanti, non saprò fare lo stesso. Uno di esse, di gran lunga quella che mi crea il maggior numero di problemi, è salutare le cassiere del supermercato. Non è un’osservazione classista, nel senso che lo so che per salutare la cassiere basta dirle “ciao”. Solo tecnicamente, però. Nel senso: se entri nel supermercato vuoto e alle casse non c’è nessuno, arrivi, saluti, paghi e vai via. Magari prima di andare via regali anche qualcuna delle tue irrefrenabili battute umoristiche. Ma se alla cassa c’è fila... Lì sì che si materializza il dramma. Perché scegliere il tempo del saluto è impossibile e comunque finirai per fare la scelta sbagliata. Per questo io odio le cassiere dei supermercati. Perché ci provano gusto a fingersi amiche con il solo intento di rendere la mia vita un inferno.
Caso 1: la fila è interminabile e tu, che ti sei appena messo in coda dietro la vecchina imbottita di detersivi, inizi a cercare freneticamente lo sguardo della cassiera. Lo trovi e la saluti sprezzante del resto della gente. Bene, è questo il caso in cui sarai malvisto da tutto il resto della fila. Quel saluto verrà inevitabilmente visto come quello di chi arriva alle poste e, mascherandosi dietro uno “scusate, devo solo chiedere un’informazione”, scavalca tutta la fila, arriva allo sportello dall’impiegato che conosce, consegna il modulo o il bollettino del caso e conclude l’operazione in due minuti e tredici secondi netti. Tutti inizieranno a guardarti di traverso. La vecchina con i detersivi attaccherà discorsi ovvi sulla maleducazione dei giovani d’oggi. E se poi trovi pure il moralizzatore, dovrai sorbirti frasi volutamente provocatorie che spaziano dal vago “in questo supermercato c’è chi ha l’impressione di stare in salotto con gli amici” al diretto “mi raccomando, non iniziamo a fare i furbi e rispettiamo la fila”. Senza contare che se la cassiera non la conosci ti prenderà per una sorta di Charles Manson che cerca di sedurre le cassiere per poi ucciderle in un parcheggio di un centro commerciale.
Caso 2: ti metti dietro la vecchina e per i primi tre metri di fila fai il vago come in ascensore. Guardi ovunque, fisse le scarpe, ti concentri sul colorato banco che mischia senza logica i prodotti Kinder e quelli Hatù. Comunque eviti di incrociare lo sguardo della cassiera. Quando arrivi a due-tre persone dal pagamento, cerchi il suo sguardo e, infine, saluti. Bene, penserà che sei un classista del cazzo e ti vergogni di essere suo conoscente. E’ ovvio. Perché non avresti dovuto salutarla appena arrivato in fila, sennò? Lei ti ha notato mentre fingevi interesse per gli Happy Hippo. Ma tu, destrorso dei miei coglioni, hai fatto il vago per tutto il tempo pur di non mostrare agli altri soci del Rotary in fila con te che rivolgi la parola a gente di così bassa levatura. Sei proprio una merda.
Caso 3: la ignori fino al tuo turno. Sei un maleducato approfittatore. Certo, perché per te i rapporti sociali hanno un senso solo se sono funzionali a qualcosa vero? Scommetto che se non fossi obbligato a pagare fileresti via liscio senza nemmeno un “ciao” al volo. E, poi, scusa, perché non salutarmi mentre passavo i detersivi della vecchina prima di te? Stavi già sistemando la tua roba sul nastro gommato, dietro la barra “cliente successivo”. Cosa c’é? Fin quando non lavoro per te non sono degna di saluto? Stronzo.
Caso 4: fingi di soffrire di forti amnesie e ogni giorno che vai al supermercato ti cali nel ruolo di quello che va in quel supermercato per la prima volta. Se poi hai dei colleghi disposti a perorare la causa tanto meglio. Le prime volte, di fronte ai volti inferociti delle cassiere, potranno scusarsi loro per te, spiegando la tua malattia.
Caso 5: ordini la spesa per telefono. Spendi di più, ma sei felicissimo di poter accogliere il filippino che te la porta a casa con un sorriso a 384 denti.