giovedì, 08 maggio 2008
author: tantecarecose @ 18:44
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, sportobello, devianze mediatiche
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Breve elenco di cose sconvolgenti accadute nelle ultime ore:

un’ex valletta di Magalli è diventata ministro;

un uomo più basso di Berlusconi è diventato ministro;

un uomo più basso di Berlusconi esiste (ma questa, in effetti, è inclusa nel punto precedente). Per completezza dell’informazione: non esistendo stime ufficiale, il dato che gira in rete con maggiore insistenza relativo all’altezza del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta è un metro e trenta. Roba che Giorgia Meloni, affianco a lui nella foto ufficiale, sembrava Yao Ming;

Mara Venier va in vacanza ai Caraibi. Non so perché sia sconvolgente, ma d’altra parte non so neanche perché ne stiano parlando adesso su RaiUno;

Rafael Nadal è stato sconfitto al primo turno degli Internazionali di tennis di Roma. Il proprietario dell’agenzia di scommesse Bwin ringrazia e stasera offrirà una cena ai suoi amici brindando alla salute di Tcc e delle altre migliaia di audaci scommettitori del “ti piace vincere facile?”;

credo di aver capito perché i tifosi della Lazio, notoriamente a maggioranza destrorsa, fischiano il presidente Lotito. Non per i mancati investimenti, come sostiene la stampa, ma perché continua a costringere la curva a tifare per ogni etnia o categoria sociale tradizionalmente discriminata dai supporter stessi. Tra campo, panchina e tribuna, ieri sera, c’erano Behrami (kosovaro), Dabo e Mudingayi (neri), Pandev e Kolarov (slavi), Tare (albanese), Radu (romeno), Ballotta (anziano) e Rozenhal (ebreo). In passato c’era anche Gottardi (gay, secondo una leggenda metropolitana molto diffusa nella capitale);

i cinesi, per scappare dalle polemiche, hanno portato la fiamma olimpica in cima all’Everest. Temevano di trovare una bandiera del Tibet; per fortuna hanno trovato solo Mara Venier, che aveva spudoratamente mentito sulle sue ferie.
domenica, 06 aprile 2008
author: tantecarecose @ 14:30
category: laif is nau, amare considerazioni, medicina33, tcc nel paese delle meraviglie
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L’intervento per ricostruire il crociato anteriore non è solo un’operazione per ricucire le membra amputate del soldato che guidava le sacre truppe in Terra Santa. E’ fondamentalmente un modo per umiliare chi subisce un tale intervento chirurgico. Cioè tu arrivi lì e la clinica è bella, stanze singole massimo comfort, divani ed LCD, frigobar e, in alcune camere, anche pianobar. Poi, nel giro di qualche minuto, capisci di essere caduto in una trappola. Ti si palesano, in ordine di pericolosità, una serie di personaggi che iniziano a deturpare il tuo corpo, animati da emozioni e fini contrastanti. Il primo, diciamo il mostro di primo livello, è il cardiologo. Ti accoglie con il sorriso, fa domande concilianti per farti sentire a tuo agio, dopodichè, con la scusa dell’elettrocardiogramma, tira fuori un rasoio e ti depila una striscia di petto. Non tutto, eh. Solo una striscia. Quindi, dopo appena cinque minuti dal tuo arrivo, sei un uomo peloso senza una striscia nel bel mezzo della foresta del tuo torace. Ti mandano in camera e arriva il mostro di secondo livello, un mostro doppio come Gemini dei Cavalieri dello Zodiaco: la doppia infermiera. La prima finge di non trovarti la vena nel braccio e prosegue perforando a caso tipo cercatore di petrolio. Il risultato è una pizza oscillante tra il viola e il giallo che ti si stampa a mo’ di tatuaggio sul braccio destro. Sei quasi contento che alla fine eri convinto che a 30 anni fosse arrivato il momento di tatuarsi. Il mostro doppio invece ha la stessa arma del cardiologo, però più potente: il rasoio multiplo. Inizia a depilarti la gamba da operare che peraltro reagisce bene a quell’assalto. Il rasoio usa e getta ha infatti vita limitata e, dopo un po’ che disbosca, è costretto ad arrendersi. Purtroppo, però, la subdola infermiera è dotata di rasoio multiplo e così insiste. Alla fine saranno sette i rasoi caduti sotto la fittezza del tuo apparato pelifero e, nonostante ti senta ridicolo con una gamba pelosa e l’altra glabra, percepisci il senso epico dell’eroe solitario che uccide il maggior numero di nemici possibile prima di perire sotto i loro colpi. Dopo il secondo livello, comunque, sei tutto peloso tranne che sulla gamba destra e su una striscia di petto e hai una chiazza violacea sul braccio. Mentre mediti di vendere su eBay il rettangolo libero da peli sul torace per tatuartici uno sponsor, arriva il mostro di terzo livello, il portantino, che è quasi un quadro bonus. Lui infatti ti umilia solo dal punto di vista psicologico. Ti fa togliere tutti gli abiti, ti infila un camice bianco e una cuffia verde per tenere i capelli e così ti porta in giro per la clinica. Peccato che in quel momento forse hai incrociato la donna della tua vita, ma lei non ti ha riconosciuto e, anzi, ha riso di te. Ma è nulla in confronto a quello che ti aspetta: il mostro finale del quarto livello, l’anestesista. Tu arrivi lì, imbracato nel letto, e lui inizia a bucarti ovunque. Parte con la farfalla nel polso e poi, col sorriso sulle labbra, ti buca la spina dorsale e ti ci infila un catetere spinale: a quel punto muori e la partita finisce lì.

Quando il dio dei videogame ospedalieri si trova di fronte alla scelta “continua” o “ricomincia”, però, sceglie la prima e ti risvegli disteso sul letto ospedaliero, con la faccia coperta. L’immunità che notoriamente i videogiochi regalano a chi torna in gioco nel mezzo dell’azione ti permette di non perire nuovamente contro i colpi di scalpello che il quinto mostro, il chirurgo/ortopedico, ti piazza ben assestati contro la rotula. Lo scudo protettivo ti permette di uscire dalla sala operatoria. Mentre torni nella tua camera, però, ti accorgi che il mostro ortopedico ti ha fatto un altro buco sulla spalla – sulla cui funzione ancora ti interroghi – e ti ha lanciato contro la sua arma finale: un pompetta infilata nel ginocchio che drena il sangue. Mentre ti lasciano lì a macerare per due giorni, capisci che la morte è diventata uno degli obiettivi della tua vita. 

Il sesto mostro è ancora l’infermiere multiplo: devono farti il bidet a letto e, ovviamente, i due designati sono un infermiere gay e uno palesemente superdotato. Tra l’ansia da prestazione e l’anestesia lombare diventi l’uomo più minidotato della storia e, mentre pensi che in fondo potrebbe andare a peggio, va peggio e arriva a dare una mano l’infermiera figa. A quel punto fingi di essere un trans appena operato. Il terzo giorno arriva il settimo mostro, la terapista, la più crudele, che inizia a dimenare a destra e sinistra la tua gamba appena operata, mentre tu, non avendo più armi,  provi invano a farle notare che magari non è il caso. Arriva il giorno dell’uscita e torna il mostro multiplo che ti strappa due chili di cerotti dei quali non ti eri nemmeno accorto. Colpa dell’anestesia. Adesso hai anche un buco di peli sulla spalla destra, due fasce glabre sui polsi e una grossa X sulla schiena.

Ricapitolando: all’uscita sei tutto peloso, eccezion fatta che per la gamba destra, per un rettangolo sul petto, una X sulla schiena, un buco sulla spalla destra e due polsini immaginari. E hai sempre la chiazza giallo-violacea sul braccio destro. Non vedi l’ora che una ragazza possa guardarti nudo in quello stato, ma in fondo hai l’autostima a terra e, nonostante la gamba, decidi di darti alla macchia e di girovagare per i boschi, cibandoti di bacche, muschi e licheni.
giovedì, 03 aprile 2008
author: tantecarecose @ 18:10
category: laif is nau, amare considerazioni, tcc nel paese delle meraviglie
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Paura, eh?
domenica, 30 marzo 2008
author: tantecarecose @ 17:40
category: laif is nau, amare considerazioni, tcc nel paese delle meraviglie
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Domani mi faccio i buchi. Dice: alle orecchie? No, al ginocchio.

Artroscopia, artroscopia
per leggera che tu sia
io mi faccio l'anestesia.


Se mi risveglio, scrivo.
venerdì, 28 marzo 2008

A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.

La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.

E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
martedì, 25 marzo 2008

La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:

- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".

La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.

Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
sabato, 15 marzo 2008

In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)

L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.

L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.

La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.

Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
   
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.

Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.

L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.

Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.

La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.
mercoledì, 05 marzo 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, amare considerazioni, anima animale
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Riflettevo sulla mia condizione. L’unica conclusione alla quale sono arrivato è che sono un disadattato. Anche partendo da presupposti diversi, finisco sempre là. E siccome su alcune cose – davvero poche, ma questa è una di esse - sono un metodico assurdo, ho buttato giù una rapida lista dei motivi che mi rendono un disadattato. Per cui il seguente post non ha alcuno scopo divulgativo, se non per me. Consideratelo un ragionamento a voce alta. Sono un disadattato perché:

1.    perché ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico e superaffollato, in maniera del tutto indipendente dalla solennità del momento o dalla concentrazione richiesta dallo stesso, la mia occupazione principale diventa, in automatico, rintracciare sosia dei miei amici e di personaggi famosi;
2.    perché quando esco di casa affido l’esito della mia giornata a sfide improbabili con il destino. Mi spiego. Metti che io stia percorrendo una strada, che nel verso opposto arrivi un’altra persona e che a metà strada tra noi ci sia un palo della luce. Il mio primo pensiero mattutino è: se arrivo lì prima di lui, oggi succede questa cosa (dove “questa cosa” è un evento che cambia di volta in volta, ndr);
3.    perché alle sfide col destino ho imposto anche un regolamento ferreo. Tipo che non si può correre per vincere la sfida e che, allo stesso modo, se si mette a correre il tuo inconsapevole avversario tu non puoi fare altrettanto perché il destino ha evidentemente fatto la sua scelta;
4.    perché non riesco a cogliere il senso traslato delle parole e dei cognomi, specie se associati ad animali. Perciò, se nell’esercizio delle mie funzioni, incontro il titolo “Draghi a Palazzo Chigi” non posso che immaginare Prodi circondato da mitologiche creature sputafuoco. Se si parla di “Talpe al commissariato di polizia” vedo solo degli agenti che dialogano con dei roditori miopi;
5.    perché se una battuta mi ha fatto particolarmente ridere, sono capace di farlo anche ore dopo e in contesti sociali drammaticamente diversi. Il che comporta immotivate manifestazioni di ilarità – che so? – nel mezzo di un film drammatico al cinema o nel corso di una commemorazione funebre;
6.    perché questo devastante effetto della risata in differita si manifesta anche per battute che ho fatto io. Il che palesa un tasso di autocompiacimento senza precedenti. E in questo momento immagino ovviamente un tasso (l'animale) che tesse (l'enimele) le sue lodi in modo insistente;
7.    perché mi piace fare il pioniere musicale che ascolta cd di gente sconosciuta ai più. Il che non significa gruppi di nicchia, che una loro nicchia comunque ce l’hanno. No, io ascolto solo cd di gente sconosciuta davvero a tutti, finendo per ascoltare musica oggettivamente di merda 24 ore su 24;
8.    perché una volta, per provarci con una ragazza, l’ho invitata a casa mia a guardare “Hot shots”;
9.    perché una volta, per vincere un sombrero (valore commerciale credo 2 euro), ho bevuto dieci tequila bum bum di seguito (valore commerciale 10 euro), finendo quasi in coma etilico (avevo bevuto il mondo anche prima, ovviamente);
10.    perché, stanco di vivere nell’anonimato, ho deciso di aprire un blog che, in maniera del tutto geniale, non ho chiamato con il nome.
martedì, 19 febbraio 2008

La scena è sempre la stessa: c’è lui che fa delle cose, mediamente inutili e che comunque attraggono tutta la sua attenzione, e lei che, a un certo punto, arriva figa, sorridente ed emozionata. Lo chiama, lui distoglie l’attenzione dal suo universo fatto del nulla, lei prende fiato e pronuncia amorevole la fatidica frase: “Saremo in tre”. Al che lui rimane senza parole, farfuglia qualcosa di lontanamente assimilabile a un lemma e poi si lascia andare a pensieri annessi alla sua imminente paternità. E comunque sono tutti felici e normalmente sereni come avessero azzeccato al Superenalotto un 4 da duemila euro scarsi.

La stortura della realtà è evidente. Chiunque abbia praticato sesso nella sua vita con una certa costanza, primo o poi si è trovato in prossimità di situazioni simili. Il reale arrivo del figlio è poi un dettaglio secondario ai fini della nostra analisi. Perché quello di cui in questa sede si vuole parlare è l’enorme differenza che intercorre tra la realtà filmica o pubblicitaria dell’annunciazione e la realtà reale dell’annunciazione stessa.

Nella vita reale il rischio di una gravidanza è accompagnato da un’ansia lancinante che si manifesta già una settimana/dieci giorni prima della data prevista per l’arrivo del ciclo. Lei è tesa perché non sente in movimento la situazione al suo interno e poco conta che tu sia abbastanza sicuro considerando che lei prende la pillola da sempre, che negli ultimi due mesi l’avete fatto altrettante volte e che, in entrambe le occasioni, tu avevi tre preservativi incastonati l’uno sull’altro e, cosa non meno trascurabile, non avevi raggiunto l’orgasmo. Però lei teme comunque le perdite, queste piaghe mitologiche la cui esistenza non è accertata e dovrebbe comunque essere concepita come una mini eiaculazione di acido solforico per perforare i tre preservativi e arrivare a destinazione.  Comunque: l’ansia sale e allora non rimane che ricorrere al drammatico test. Anzi, sarebbe più corretto dire “ai drammatici test” visto che, per maggiore sicurezza, ne viene acquistato uno di ogni marca in modo da ridurre il margine di incertezza non solo in prossimità dallo zero, ma, se possibile, addirittura sotto lo zero. In pratica l’ansia di maternità viene al test stesso che, per fugare ogni dubbio, si rivolge alla tua ragazza. Nonostante i test abbiano dato tutti impietosamente esito negativo e la tua ragazza sia ormai disidratata a causa degli ettolitri di pipì necessari per gli esami del caso, l’angoscia non passa e, anzi, monta ulteriormente. Ogni giorno che scorre verso l’attesa data d’arrivo del ciclo è una sferzata alla tua improvvisa voglia di un’autocombustione. Lei è intollerabile e ti rinfaccia continuamente il tuo stato di calma, dettato dalle attenuanti di cui sopra. A ogni immagine di un bambino, da quelli della pubblicità dei pannolini fino a quelli nei vasi con i fiori in testa che popolano i poster delle cartolibrerie, la senti tirare su col naso. Speri si sia fatta di cocaina, ma poi scoppia a piangere e il dramma è ormai manifesto. Non potrai fare nulla per calmarla, tanto non riuscirai mai a pronunciare qualcosa di così sensato da risultare idoneo alla tragedia in corso. Arriva il giorno delle mestruazioni, ma non le mestruazioni. Il panico si affetta ormai con l’intero set di coltelli Shogun di Mediashopping. Le scene di isteria ricordano quelle che hanno accompagnato il terremoto dell’Irpinia. Anche la tua impotenza è pressoché simile. Ma non sei uno che si perde d’animo e inventi soluzioni creative. Nel sonno provi a spruzzarle addosso del ketchup, sperando di prenderla in confusione. Ma è tutto inutile, anzi lei si incazza il doppio perché le hai anche sporcato le lenzuola appena cambiate. Sei in balìa degli eventi: passi le giornate a parlare con un tuo amico immaginario che per empatia hai ribattezzato Ogino Knaus, fingendo sia tedesco. Lei intanto è rassegnata e ha già iniziato a mettere da parte stivali col tacco e vestitini iper-attillati per riempire l’armadio di tutoni oversize e di completini per bambini.

Insomma: è chiaro che l’importante ai fini dell’investigazione non è capire se il bambino arriva o no, ma capire che, dopo siffatto stress, quel tipo di annuncio, quel maledetto “saremo in tre”, in natura non può esistere. E se anche lei dovesse essere così brava da riuscire a dirtelo, considera seriamente l’idea che il terzo possa essere quell’omino che dice di essere il marmista e la cui funzione non ti è mai stata chiara, considerando che a casa hai il parquet.
venerdì, 18 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 01:51
category: laif is nau, geni del male, agenti e reagenti, amare considerazioni
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Ci sono le domande secche, per le quali si presume che il domandante voglia una risposta. Ci sono le domande retoriche, che invece sono quelle per le quali la risposta non è necessaria perché non hanno fini conoscitivi. Poi ci sono delle domande che hanno la forma della domanda retorica, però in realtà esigono una risposta di fronte alla quale il domandante si troverà sistematicamente spiazzato al punto da rimpiangere di avere scelto una domanda della suddetta categoria. Di questa categoria di domande, in realtà, fa parte una sola domanda:
 
“Lo sai che sei bellissima?”
 
Io non so da Roma in su, ma da Roma in giù è un classico del non-rimorchio. E’ la classica frase tamarra usata da noi orgogliosi abitanti del Mezzogiorno per importunare le donne in discoteca, per strada o in qualsiasi altro luogo. Ora: un siffatto quesito, nella mente del domandante, dovrebbe generare un sorriso imbarazzato della ragazza, che comunque, secondo copione, dovrebbe andare via senza rispondere. Il problema è che il copione non sempre viene rispettato. Anzi i copioni che c’erano in classe da me non erano rispettati mai. Molti di loro sono stati bocciati. E quando ciò si verifica – che il copione non sia rispettato, non che venga bocciato – il dramma è manifesto.
 
Situazione 1:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Sì
Tu: ...
Lei: ...
Epilogo: Conversazione finita. Fingi che ti abbia chiamato un amico (se sei per strada) e ti allontani scusandoti, come se lei avesse un qualche reale interesse a sopportare la tua inutile presenza. Fingi che il dj abbia messo il pezzo che aspettavi da inizio serata (se sei in un locale), anche se sei al sesto minuto dell’ipnotico remix  di Dj Cosmonaut di “Sinergy for the devil in the blockin beats”, che notoriamente di minuti ne dura 23 minuti. Nei casi più estremi fingi che ti abbia chiamato un tuo amico in discoteca. Il che, con le sonorità di Dj Cosmonaut che martellano, è francamente improbabile. In ogni caso lei racconterà alle sue amiche che un coglione l’ha abbordata con la classica frase. E, nell’ipotesi migliore, ti rimuoverà dalla sua memoria a breve termine.
 
Situazione 2:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: No
Tu: Come no? Non ci credo che non te l’ha mai detto nessuno...
Lei: No, davvero (dice lei, grattandosi compiaciuta il grosso brufolo sul naso)
Tu: Mi stai prendendo in giro...
Lei: No, davvero (dice lei, togliendosi con i denti il nero depositato tra le unghie)
Tu: Vabbé, allora sono io il primo che te lo dice...
Lei: Grazie (dice lei, scrollandosi la forfora dalla giacca)
Epilogo: A lei non pare vero di aver trovato finalmente uno disposto a portarsela a letto. Tu di auto-insulti per non essere riuscito ad arginare il gusto di rompere le palle a qualsiasi cosa semovente di genere femminile. A quel punto puoi scegliere di starci, per dimostrarle che tra le tue qualità, oltre al coraggio, c’è la coerenza. Oppure puoi usare i due escamotage della situazione 1. In ultima battuta puoi fuggire senza motivo (per lei), imbarcarti sul primo volo disponibile e procurarti in fretta dei documenti falsi.  
 
Situazione 3:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: E tu lo sai che sei patetico?
Tu: ...
Lei: Muori, coglione
Epilogo: Per dei sinistri meccanismi intrinseci alle mente maschile, ti innamori. La disfatta serale sarà dunque quella di tornare a casa umiliato e innamorato di una donna che non vedrai mai più nella tua vita.
 
Situazione 4:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Dipende cosa intendi per “bellissima”...
Tu: Beh, che hai un corpo perfetto, un viso stupendo... Bellissima, insomma
Lei: Quindi tu sei uno che non va oltre le apparenze?
Tu: No, ma per conoscersi c’è tempo...
Lei: Certo, ma se fossi stata un cesso non ti saresti neanche avvicinato...
Tu: Non è vero (menti), mag...
Lei: Però sei partito subito con la menata che sono bellissima. (ti interrompe)
Tu: Sì, perch...
Lei: Ah già, perché tu guardi alla simpatia. Quindi immagino che userai la stessa tattica con tutte per scoprire se sono simpatiche. Dunque, per te non sono affatto speciale. (incalza)
Tu: No, ma tu...
Lei: Ma io cosa? Non vedi che ti stai arrampicando sugli specchi?
Tu: ...
Lei: Cos’è? Non parli più?
Tu: ...
Lei: Senza palle, fai schifo.
Epilogo: Ormai esausto la colpisci con una testata, fingendo di starnutire. Fuggi prima che possa riprendersi, anche se l’ingresso al locale ti è costato una buona ottantina di euro. 
 
Situazione 5:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Evidentemente sì, altrimenti Brad non mi avrebbe sposata
Tu: Scusa, Angelina, non ti avevo riconosciuta...
Lei: ...
Epilogo: Torni a casa con una foto autografata e cerchi di riflettere sul fatto che per una volta che incontri casualmente Angelina Jolie potevi fare una figura migliore.
 
Situazione 6:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Bellissimo, semmai.
Tu: Oh, scusa Mario, non ti avevo riconosciuto.
Lui: Figurati. Birra a casa mia?
Epilogo: Rifiuti e pensi che dovresti sentire più spesso i tuoi amici ché la gente con il tempo cambia. E pure parecchio.

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