giovedì, 03 luglio 2008

Tanto tutti prima o poi ci abbiamo provato, per cui non mi sento un alieno a dire quello che sto per dire. Che poi se sei giornalista, se hai fatto l’animatore o lo speaker in radio, se hai un blog o se ogni tanto partecipi a qualche concorso di narrativa, una componente egocentrica ce la devi avere. Io le cose succitate le ho fatte tutte, quindi ho tante componenti egocentriche. O una sola, però molto grande. Insomma: io sono uno di quelli che ogni tanto testa la sua popolarità su Google.

Devo dire che, da questo punto di vista, essere Gianluca Cordella e non Mario Rossi mi ha agevolato non poco il compito. Almeno le pagine trovate parlavano di me e quasi esclusivamente di me. Senza dover stare a passarle in rassegna tutte, sfoltendo la mia effimera auto-affermazione di ingombranti omonimie. E sin dall’inizio mi sono portato appresso un Gianluca Cordella che parla di automodellismo e un Gianluca Cordella calciatore/modello. Il modellista non mi ha mai preoccupato tanto. Aveva le sue due belle citazioni e, a distanza di anni, quelle sono rimaste. Quindi questo Gianluca Cordella o è morto o ha appeso i modellini al chiodo, peraltro frantumandoli in mille pezzi. Niente da aggiungere su di lui. Il calciatore/modello è già più problematico. Intanto perché è stato lui a spingermi la prima volta a cercare il mio nome. Sfogliavo una rivista inutile, quando trovai una pagina con una gamba muscolosa e una scarpa di Dirk Bikkembergs. Con la scritta “Gianluca Cordella posa per Dirk Bikkembergs”. La soluzione era facile: dovevo querelare questo stilista da quattro soldi per aver provato ad arricchirsi con il mio nome. Da buon egocentrico non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che potesse trattarsi di un omonimo. Era chiaro che quella vecchia volpe di Dirk mi conoscesse bene e avesse deciso di usare il mio nome. Altrimenti perché non avrebbe fotografato il modello anche in faccia? Il classico scambio di persona. Ma mentre mi vedevo già in tribunale di fronte a un Dirk imbarazzato che provava a dimostrare che quella gamba fosse la mia, mi imbattei in un manifesto di Bikkembergs con Gianluca Cordella sano. Non ero io, cazzo. Un omonimo celebre e ingombrante. L’anagrafe mi aspettava: dovevo diventare almeno Gianluca Cordelli. La fama di questo calciatore/modello doveva però fare i conti con la brama di successo di Bikkembergs che, messi da parte i calciatori dilettanti, decise di lanciare la nuova campagna pubblicitaria con calciatori di serie A. Da allora di Gianluca Cordella non si è saputo più molto, a parte – e questo brucia ancora – che lui ha delle pagine che parlano di lui in cirillico. Cosa che io, a meno di miracoli, non avrò mai. Pazienza. E comunque oчевидно, в честь чемпионата мира по футболу лицом марки в этом олимпийском году стал популярный итальянский футболист Джанлука Корделла.

Nel frattempo il blog stava iniziando a crescere, avevo vinto un paio di concorsi di narrativa e avevo pubblicato qualche racconto qua e là. Insomma stavo diventando io il vero Gianluca Cordella.  Pagine in aumento, primi risultati tutti per me e avversari che non crescevano.

Qualche settimana fa, il dramma. Nel Salento è venuto fuori ‘sto Gianluca Cordella campioncino, a quanto pare, di sollevamento pesi. Per me, l’inizio della crisi. Le sue pagine si stanno moltiplicando, e in numero, e in popolarità. I risultati legati a lui hanno già scalzato 2-3 pagine di risultati con il mio nome. Presto il vero Gianluca Cordella sarà lui e io finirò per essere una meteora della notorietà, peraltro solo informatica, considerando la coltre di anonimato che ricopre come un plaid scozzese la mia vita professionale. A me diranno “Gianluca Cordella? Ah, come il pesista...”. Che poi questo è pure un under 23, c’ha una carriera davanti, magari le Olimpiadi. E io no. Fosse stato – che ne so – un tenero fioraio avrei potuto anche meditare di eliminarlo fisicamente. Invece no, è un pesista, cazzo. Roba che magari mi fracchia anche di mazzate mentre tento di ripristinare la mia web-egemonia. Che amarezza. Perciò...niente, l’unica cosa che chiedo è di scrivere Gianluca Cordella ovunque capiti. Blog, siti, anche istituzionali, forum. Mi va bene tutto. D’altra parte non è colpa mia se fra il nessuno e il centomila, ho sempre tifato per l’uno.
mercoledì, 25 giugno 2008
author: tantecarecose @ 02:15
category: geni del male, questa cosa secondo me
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Nel mondo non potrà esserci mai serenità finché ci saranno quelli simpatici solo a qualcuno. Non potranno mai cessare le guerre fino a quando regnerà la simpatia di nicchia. E’ un dannatissimo dato di fatto. Cioè al mondo ci sono persone davvero troppo forti, di quelle che comunque fanno ridere a qualsiasi latitudine. Poi, di contro, ci sono quelli che pure dopo un campus di 3 mesi con Gino Bramieri non riuscirebbero a strappare un sorriso al proprio interlocutore, se non disegnandoglielo sulla faccia con un UniPosca. Entrambe le situazioni vanno bene: ridi quando c’hai da ridere e quando non c’hai da ridere lo sai dall’inizio. Sono casi che non generano conflitti, nemmeno nel povero depresso che non riesce a fare ridere, rassegnato com’è - ormai – alla evidente realtà di non riuscire a produrre sorrisi nemmeno riproponendo alcune delle gag più esilaranti della storia della comicità.

I problemi iniziano quando c’è il simpatico di nicchia, la cui caratteristica è, per definizione, quella di risultare indifferente, se non dannoso, al 95% della popolazione terrestre, ma incredibilmente irresistibile per il restante 5%. I problemi, poi – per consentire la statistica di cui sopra –, proseguono nel trovare persone che conoscano il 100% della popolazione terrestre. Ma questa è una difficoltà strutturale e non va certo sviscerata in questa sede. Quello che preme è rintracciare le tipologie principali del simpatico di nicchia.

Il simpatico molesto: è quello che si mette in luce per l’invasività del suo umorismo. Sua caratteristica principale è la costante ricerca del contatto fisico, ottenuto con un ampissimo campionario di gesti: dalla pacche sulle spalle ai pugnetti sul deltoide, fino alle odiosissime manate sulla coscia nel mezzo di una fragorosa risata. I più preparati hanno anche un’arma segreta: la presa sottobraccio che non lascia scampo e che permette al simpatico molesto di ridere appoggiandosi pesantemente con la testa sulla tua spalla. Al di là di una presenza fisica importate, il simpatico molesto si mette in luce per un umorismo altrettanto molesto. E’ quello che, a fine cena, con una tavolata di semisconosciuti, si permetterà di incalzare la timidissima amica dell’amica dell’amica, presente quella sera per un’incredibile serie di congiunture astrali, con battute volutamente maliziose tipo: “Senti, e a te ti piace la banana?”. Palesando, peraltro, altre due caratteristiche: l’introduzione della battuta con espressioni sensoriali (senti, guarda, vedi, ecc) e la propensione a un italiano approssimativo.

Il simpatico sfigato: è quello che si convince che le sue sfighe divertano il mondo intero. Tipo, parlando della precaria situazione igienica del pavimento del bagno di casa sua, dirà: “Devo scopare in bagno...Almeno là, visto che in camera da letto...”. Oppure, se qualcuno gli chiede di che segno zodiacale è e lui, malauguratamente, è del Toro, dell’Ariete o del Capricorno, sottolineerà: “Sono cornuto, di segno e di fatto”. Se poi è Vergine si aprono tutta una serie di nuove possibilità. L’immagine che il simpatico sfigato tende a dare di sé è più o meno questa: un tipo brutto, con svariate malattie congenite che spesso sfociano nell’handicap vero e proprio, con una vita sessuale che tende a meno infinito e con una ragazza – che a questo punto non ci si spiega come faccia ad avere – che lo tradisce costantemente con chiunque capiti a tiro.

Il simpatico aggiornato: è colui che aggancia il suo umorismo solo ai grandi fatti di attualità o, peggio, ai personaggi della politica. Se, ad esempio, va in una discoteca dal design iper-avanguardistico, racconterà: “Poi dovevo andare in bagno e non si capiva qual era quello degli uomini e qual era quello delle donne. Non sapevo in che cesso entrare, come Vladimir Luxuria alla Camera”. E comunque racconterà sempre la barzelletta
“Hanno trovato del sangue meridionale a Bossi?”
“Dove?”
“Sul paraurti della macchina”.

Il simpatico artista: ha la caratteristica di odiare gli uomini e di voler invece portarsi a letto l’intero genere femminile, senza distinzione di sorta. Perciò il suo umorismo va in una direzione in cui convergono complimenti, nonsense, filosofia, giochi linguistici, azioni, pensieri, parole, opere e omissioni. Lo schema è semplice: si prende una parte del corpo della ragazza in questione e la si miscela con un’azione scriteriata, mantenendo quel vago alone di complimento. Esempi sono frasi tipo “stasera ti leccherei i capelli” o “hai dei piedi che veramente ci si può parlare”. 

Il simpatico chiasmo: anche detto “simpatico Cinghiale”. E’ colui che, proprio come nella celebre pubblicità del grande pennello, basa il suo umorismo semplicemente sull’inversione dell’ordine sostantivo-aggettivo e sulle alterazioni di senso che ne vengono fuori. Tipo:
“Conosci Leila, la giovane persiana?”
“No, conosco solo una persiana giovane. E non vedo che senso abbia dare un nome a una finestra”.

Altre microcategorie sicuramente sfuggono a questa classificazione sommaria. Il dato importante da sottolineare, comunque, è che a ognuna di esse corrisponde l’entusiasmo smodato di una piccola platea. E, chissà perché, l’umorismo genera dei mostri di persuasione. Chi apprezza un umorismo di nicchia tende sempre a imporlo agli altri. Come quando scopri una canzone bellissima di un gruppo sconosciuto e cerchi di diffonderla nel mondo. Così, al danno di dover passare una serata con una persona che non riesce a strapparti neanche un proto-sorriso, si aggiunge la beffa di una serie di persone che insistono con domande retoriche tipo: “ma non è troppo forte?”. Evidentemente no, altrimenti l’avrei chiamato qualche volta negli ultimi sei anni e, comunque, avrei evitato di mettere in guardia tutti i conoscenti comuni con un’apposita campagna di volantinaggio. Ma guai a farlo notare, perché qualcuno ti risponderà puntuale che rosichi perché lui, con la sua simpatia, ti ruba la scena. Con buona pace di Gino Bramieri.
martedì, 27 maggio 2008
author: tantecarecose @ 21:19
category: la terra dei cachi, geni del male, questioni varie ed eventuali
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Se andate in Calabria, ricordatevi di evitare la pasta all’arrabbiata. Si dirà: ma a me piace il piccante. Lo pensavo anch’io prima di perdere l’uso delle papille gustative, di passaggio da quel di Sibari. Fermatomi nel primo ristorante munito di Champions League, commisi l’errore di lasciarmi andare alle suggestioni del piccante calabro. Dice: a Roma mangio arrabbiata da anni, quanto potrà essere più forte quella di Sibari? “Immensamente” è la risposta esatta. Il piatto arriva già a tavola che è incazzato nero. Ci sono segnali come il sugo di un colore strano e un esagerato odore di peperoncino che potrebbero metterti in allarme, ma tu ti senti tutto sommato un duro e pensi che è solo un piatto di pasta – o meglio, un sugo – piccante come mille altri. Ma non è così e, a dire il vero, tu non lo saprai mai che sapore ha quel piatto di pasta. Trattasi infatti di rarissimo piccante a presa rapida che asfalta la lingua prima ancora che il boccone si tuffi giù nell’esogafo. Da quel momento nulla ha più senso. Non ha più senso bere qualsiasi cosa, ingurgitare chili di pane, spararsi un ventilatore contro le fauci spalancate o usare una borsa del ghiaccio come stuzzicadenti. E, ovviamente, non ha più senso mangiare. Non solo nella sera in questione, ma per il resto della vita. Peraltro, tra gli effetti collaterali, specie se la suddetta arrabbiata viene consumata tra maggio e settembre, c’è una sudorazione che assume i connotati dell’emorragia di liquidi. Per questo alcuni ristoranti hanno creato delle sale trasfusioni in cui ci sono donatori di sudore che, ogni giorno, salvano la vita a migliaia di turisti ignari e sprovveduti. Quelli che riescono a cavarsela da soli hanno comunque a disposizione delle pratiche taniche con imbuti per raccogliere i liquidi persi e poterli riciclare in uno spettro di azioni che va dall’innaffiare le piante al riberli con l’aggiunta di una fettina di limone.

Resta da capire per quale motivo il consumo di arrabbiata calabrese continui indisturbato senza che le autorità si decidano a prendere una posizione netta e definitiva. Non esiste una risposta certa, anche se gli studiosi tendono a rintracciare nell’approccio dei calabresi al piccante un comportamento simile a quello dei ragazzini con l’alcol. Come il 14enne con i jeans a vita bassa e l’elastico della mutanda di Calvin Klein si vanta a dismisura del proprio consumo esagerato di alcol, pur non essendo in grado di distinguere un bicchiere di vino da un mojito, allo stesso modo il calabrese si è calato in questo ruolo da duro del piccante che lo porta a vantarsi continuamente di quanto mangi piccante lui, senza ragionare sul fatto che a causa di ciò l’altro giorno ha mangiato per sbaglio un guanto in pile. A tutti prima o poi è capitato di conoscere un calabrese e a tutti è capitato di sentirlo almeno una volta vantarsi di una 'nduja estrema o di una bomba calabrese da ustione. Ma perché lo fai, amico calabrese? Perché ti fai del male, perché ce l’hai con te? Perché lo fai? E la lingua diventa pile.

venerdì, 28 marzo 2008

A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.

La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.

E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
sabato, 15 marzo 2008

In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)

L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.

L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.

La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.

Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
   
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.

Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.

L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.

Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.

La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.
mercoledì, 27 febbraio 2008

No, vabbè. Io volevo scrivere una cosa contro i cantanti stranieri che vanno a Sanremo e dicono sempre che l’Italia è il posto migliore della Terra. Stasera ci è cascato pure Simon Le Bon. Niente, è più forte di loro. Sarà per questo che stimo Brian Molko che non cagò nessuno e prima di andarsene, giacché c’era, spaccò pure una chitarra.

Volevo scrivere una cosa così ma mi brucia troppo quello che ho visto su Italia 1. C’era Tre metri sopra il cielo. Io dovevo sapere, capite? Per combattere meglio il nemico devi conoscerlo, o no? Il problema è che stasera ho capito che non potrò mai avere la meglio su Federico Moccia perché lui è un pazzo squilibrato. Devi esserlo per scrivere una cosa così. A parte tutto il film, il resto è decente. 3msc è una delle tre cose più brutte che io abbia mai visto nella mia vita: le altre due sono la risonanza magnetica del mio ginocchio e il lavandino di casa di un mio amico di Foggia che, dopo un capodanno, venne intasato dal vomito di un’altra mia amica di Foggia. 3msc è l’assenza di senno fatta film. La storia non esiste, ci sono solo personaggi dai nomi assurdi (uno si chiama pure Pollo, che, per fortuna, a una certa, muore) e il film scorre via su Babi e Step che scopano, poi si prendono a schiaffi, poi piangono, poi litigano e si mandano i messaggini. Comunque non parlano mai. E come potrebbero, poveri? Babi è geneticamente modificata e può solo tirare su col naso e, quando sconfina nel fantastico mondo dei verbi e dei sostantivi, lo fa tra delle lacrime assurde, risultando incomprensibile anche a se stessa. Al punto che, a fine film, anche lei non avrà capito nulla di quello che è successo. Step non piange mai perché è un cazzo di duro. Neanche quando gli fanno notare che è palesemente più grande degli altri attori e, ciononostante, frequenta ancora il liceo.  E poi Step non è in grado di parlare: si esprime per suoni gutturali e bisillabi scomposti. Ora: io, di fronte a una mente che ha partorito dei personaggi così, non starei tranquillo nemmeno un po’. Il problema è che Moccia è come il mostro finale dei videogame e lo dimostra tirando fuori dal cilindro l’arma segreta: una sequenza di circa due minuti fuori dal mondo di ogni logica finora nota alle filosofie occidentali.

E’ tipo così: Step arriva a una festa e, senza parlare, si pomicia Babi. Poi Babi riceve una telefonata e, senza parlare, inizia a piangere e fugge. Step mugugna qualcosa e fugge pure lui. Arrivano da una parte dove c’è Pollo morto, che detta così sembra una rosticceria, ma in realtà è una strada dove Pollo si è schiantato con la moto. Pollo è il miglior amico di Step, eh. Ma Step è un duro e non piange. Babi invece sì. In questo clima si manifesta l’imponderabile. Babi scappa e rinfaccia a Step di non dare stabilità alla sua vita, costringendola a momenti di euforia e di tristezza troppo ravvicinati. Step, invece di mandarla a cagare che “che cazzo è appena morto il mio migliore amico”, inizia a ribattere e i due litigano. Litigano, cazzo. Litigano con il cadavere del loro migliore amico a terra, in una sacca di cellophane. Si prendono pure a pizze in faccia per la loro inutile relazione, mentre la scientifica nel frattempo porta a termine l’autopsia e accerta che Pollo in realtà è morto dopo aver ingerito per la vergogna il copione del film. Per questo adesso io non insulterò più Moccia perché ho capito che devo avere paura di lui. Moccia è un pazzo psicopatico di quelli che ti guardano con la fissità dell’ebete prima di piantarti un machete nella nuca.

Nel film c’è però un alter ego dell’autore che aiuta a capire la sua personalità o, almeno, le cause di tali deformazioni cognitive. E’ il fratello di Step. Bene: questo per sette ottavi di film è la persona più antipatica del pianeta. Poi, in cinque minuti di pellicola, la ragazza lo lascia, perde il lavoro, gli portano via pure un cane che gli stava sul cazzo e, di colpo, riscopre l’amore per il fratello e diventa simpatico. Una chiara proiezione dei traumi subiti dal Moccia.

Ma soprattutto c’è una cosa che non capisco e qui, ahimé, temo che la colpa non sia di Moccia. Se tutto il film è girato a Roma e i protagonisti sono tutti romani, perché la voce narrante è di un milanese esasperato tipo il commendator Zampetti?

Moccia è pazzo e io lo temo.
sabato, 23 febbraio 2008

Voglio fare sesso sfrenato con Michela Vittoria Brambilla.
martedì, 19 febbraio 2008

La scena è sempre la stessa: c’è lui che fa delle cose, mediamente inutili e che comunque attraggono tutta la sua attenzione, e lei che, a un certo punto, arriva figa, sorridente ed emozionata. Lo chiama, lui distoglie l’attenzione dal suo universo fatto del nulla, lei prende fiato e pronuncia amorevole la fatidica frase: “Saremo in tre”. Al che lui rimane senza parole, farfuglia qualcosa di lontanamente assimilabile a un lemma e poi si lascia andare a pensieri annessi alla sua imminente paternità. E comunque sono tutti felici e normalmente sereni come avessero azzeccato al Superenalotto un 4 da duemila euro scarsi.

La stortura della realtà è evidente. Chiunque abbia praticato sesso nella sua vita con una certa costanza, primo o poi si è trovato in prossimità di situazioni simili. Il reale arrivo del figlio è poi un dettaglio secondario ai fini della nostra analisi. Perché quello di cui in questa sede si vuole parlare è l’enorme differenza che intercorre tra la realtà filmica o pubblicitaria dell’annunciazione e la realtà reale dell’annunciazione stessa.

Nella vita reale il rischio di una gravidanza è accompagnato da un’ansia lancinante che si manifesta già una settimana/dieci giorni prima della data prevista per l’arrivo del ciclo. Lei è tesa perché non sente in movimento la situazione al suo interno e poco conta che tu sia abbastanza sicuro considerando che lei prende la pillola da sempre, che negli ultimi due mesi l’avete fatto altrettante volte e che, in entrambe le occasioni, tu avevi tre preservativi incastonati l’uno sull’altro e, cosa non meno trascurabile, non avevi raggiunto l’orgasmo. Però lei teme comunque le perdite, queste piaghe mitologiche la cui esistenza non è accertata e dovrebbe comunque essere concepita come una mini eiaculazione di acido solforico per perforare i tre preservativi e arrivare a destinazione.  Comunque: l’ansia sale e allora non rimane che ricorrere al drammatico test. Anzi, sarebbe più corretto dire “ai drammatici test” visto che, per maggiore sicurezza, ne viene acquistato uno di ogni marca in modo da ridurre il margine di incertezza non solo in prossimità dallo zero, ma, se possibile, addirittura sotto lo zero. In pratica l’ansia di maternità viene al test stesso che, per fugare ogni dubbio, si rivolge alla tua ragazza. Nonostante i test abbiano dato tutti impietosamente esito negativo e la tua ragazza sia ormai disidratata a causa degli ettolitri di pipì necessari per gli esami del caso, l’angoscia non passa e, anzi, monta ulteriormente. Ogni giorno che scorre verso l’attesa data d’arrivo del ciclo è una sferzata alla tua improvvisa voglia di un’autocombustione. Lei è intollerabile e ti rinfaccia continuamente il tuo stato di calma, dettato dalle attenuanti di cui sopra. A ogni immagine di un bambino, da quelli della pubblicità dei pannolini fino a quelli nei vasi con i fiori in testa che popolano i poster delle cartolibrerie, la senti tirare su col naso. Speri si sia fatta di cocaina, ma poi scoppia a piangere e il dramma è ormai manifesto. Non potrai fare nulla per calmarla, tanto non riuscirai mai a pronunciare qualcosa di così sensato da risultare idoneo alla tragedia in corso. Arriva il giorno delle mestruazioni, ma non le mestruazioni. Il panico si affetta ormai con l’intero set di coltelli Shogun di Mediashopping. Le scene di isteria ricordano quelle che hanno accompagnato il terremoto dell’Irpinia. Anche la tua impotenza è pressoché simile. Ma non sei uno che si perde d’animo e inventi soluzioni creative. Nel sonno provi a spruzzarle addosso del ketchup, sperando di prenderla in confusione. Ma è tutto inutile, anzi lei si incazza il doppio perché le hai anche sporcato le lenzuola appena cambiate. Sei in balìa degli eventi: passi le giornate a parlare con un tuo amico immaginario che per empatia hai ribattezzato Ogino Knaus, fingendo sia tedesco. Lei intanto è rassegnata e ha già iniziato a mettere da parte stivali col tacco e vestitini iper-attillati per riempire l’armadio di tutoni oversize e di completini per bambini.

Insomma: è chiaro che l’importante ai fini dell’investigazione non è capire se il bambino arriva o no, ma capire che, dopo siffatto stress, quel tipo di annuncio, quel maledetto “saremo in tre”, in natura non può esistere. E se anche lei dovesse essere così brava da riuscire a dirtelo, considera seriamente l’idea che il terzo possa essere quell’omino che dice di essere il marmista e la cui funzione non ti è mai stata chiara, considerando che a casa hai il parquet.
mercoledì, 06 febbraio 2008

Lo fanno, mica non lo so. Sono un giornalista pure io e le conosco le voci che girano sui complotti orditi dalla stampa per coprire fatti scabrosi. La diretta di Alfredino nel pozzo si disse che era stata fatta per distrarre dal casino della P2. E cose così. Ora io ho sempre pensato che queste fossero cazzate, invece oggi ho scoperto che del vero c’è. Almeno qualche volta. Per esempio, non voglio tirare in mezzo storie di verità esasperate per coprire altre verità, ma posso dire che spesso una verità viene raccontata parzialmente. Che di un fatto viene fornito un solo punto di vista, come al Tg4. Che di una notizia si fornisce solo il lato raccontabile, con una metà oscura che resta tale come nel romanzo di Stephen King. Ora: oggi la notizia del giorno era il ritrovamento dello Smile sulla Luna.
 
Smilesmile.happy


Stoltamente starete pensando che oggi hanno pure sciolto le Camere. Ingenui che siete. Siamo proprio nel caso di cui sto parlando. Lo scioglimento delle Camere è stato deciso solo per coprire una scottante verità che non poteva essere raccontata. Bella la Luna, bello lo Smile e giù pagine di giornali con il disegno del satellite affiancato a quello della simpatica faccina. Due simboli puliti, pubblicabili, persino benauguranti. Pensare che ci siano marziani che viaggiano nello spazio disegnando faccine sorridenti, alla fine, rasserena pure quelli che aspettano – giustamente – che prima o poi arrivi sulla Terra un’orda di extraterrestri incazzati a romperci il culo per qualche motivo. Un’ipotesi probabile e non ancora smentita. Sì, perché Napolitano e le elezioni sono solo una copertura per evitare che la concentrazione cadesse su un’altra verità. A qualche metro di distanza dallo Smile lunare, infatti, è stato ritrovato anche questo.

Cippaconiglio LunareCippa_Coniglio_2


Chiaro, no? Ma quali marziani cordiali e simpatici… Il ritrovamento del Cippa-coniglio lunare testimonia che per le galassie si aggirano bande di extraterrestri, non dico pericolosi, ma quantomeno minchioni, sì. Immaginate la Terra invasa da creature così.

Primo incontro del terzo tipo
Marziano: Tidssbvsdbv!
Terrestre: Eh?
Marziano: Sto cazzo! AHAHAHAHAH!!!!

Secondo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io parlare tua lingua e venire da posto dove tutti conoscere te!
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Terrestre, e sai chi salutare molto te?
Terrestre: No…
Marziano: Sto cazzo!  AHAHAHAHAH!!!!

Terzo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io venire in segno di pace (e tende la mano)
Terrestre: Davvero? Grande! (e tende la mano)
Marziano: AHAHAHAHAH!!! (dopo aver dato la scossa al terrestre con il pulsante nascosto nella mano e averlo innaffiato con la margherita spruzza-acqua, appuntata sulla giacca)

Quarto incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io insegnare te nostro saluto
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Tu tirare mio dito
Terrestre: (esegue)
Marziano: Prrrrrrrrr AHAHAHAHAHA!!!

Quanti insegnamenti si possono trarre da questa storia… I marziani parlano come i neri delle barzellette, i terrestri sono un po’ ripetitivi e a fare le gare di flatulenze ci si diverte comunque pure sulla Via Lattea.
venerdì, 25 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: la mia parte intollerante, geni del male, tuttologo per ignoranti, il caso moccia
comments: commenti (38)(popup) | commenti (38)

Beh, nelle ultime ore è successo qualcosa di davvero clamoroso, è inutile che stia qui a parlarne. D’altra parte quando ci sono in giro personaggi di questo spessore non è che puoi aspettarti molto altro. La verità è che uno pensa che al peggio non ci sia mai fine, però poi deve sempre ricredersi. Insomma, per uno che ha idee simili alle mie, oggi è un giorno di merda perché, più o meno intorno alle 20, mentre succedevano cose di poco conto tipo la caduta del governo, su uno schermo di una sala del cinema Adriano di Roma passavano i titoli di coda del film di Federico Moccia.
 
Ora accogliere con un sorriso benevolo l’esordio alla regia di Moccia dopo aver già dovuto mandare giù i suoi libri è un po’ come accettare con lo stesso sorriso che Rocco Siffredi, oltre alle fighe assurde che si ciulla per professione, inizi a trombarsi anche tua madre, tua sorella e ogni componente femminile della tua famiglia. Che io ci provo a non parlarne, ma proprio non ce la faccio. Così ho deciso di fare come Beppe Grillo, rubando la celebre campagna “Boicotta Esso e Shell”, che per l’occasione diventa:
 
BOICOTTA MOCCIA
Anche se non vai al cinema dai tempi dell’Istituto Luce e se sei analfabeta e dunque inabilitato alla lettura, per favore fai circolare il messaggio agli amici.
 
Diamoci da fare... Siamo venuti a sapere di un'azione comune per esercitare il nostro potere nei confronti di Federico Moccia. Si sente dire che dopo i libri e i film la sua attività creativa si estenderà anche alla poesia, alla musica, al teatro sperimentale, al cabaret, alle arti figurative tutte, alla medicina, alla cucina, al bricolage, al decoupage, alla veterinaria applicata e alla metempsicosi.
 
La presenza di Moccia aumenterà fino a saturare il mondo della comunicazione.
 
UNITI possiamo fermarlo, muovendoci insieme, in modo intelligente.
 
Ecco come: La parola d'ordine è "colpire il portafoglio dei cinema che NON trasmettono i suoi film". I proprietari dei cinema ci hanno fatto sempre credere che un prezzo che varia tra 6 e 7 euro al biglietto sia un buon prezzo, anche per un film di Moccia, ma noi possiamo far loro scoprire che un prezzo ragionevole anche per loro è circa la metà. Meno della metà se parliamo di un film del pelatone. Cinefili e cinofili possono incidere moltissimo sulle politiche delle aziende: bisogna usare il potere che abbiamo. La proposta è che, da qui alla fine dell'anno, nessuno vada più a vedere – che so? – un film di Quentin Tarantino. Il gestore della sala che non si dà pace per l’imprevisto flop del caro vecchio Quentin sarà obbligato a calare i prezzi. A quel punto, con il biglietto a un euro, anche i più convinti denigratori di Tarantino decideranno di affollare le sale. Se l’Adriano, ad esempio, cala i prezzi di Tarantino, tutte le altre sale dovranno fare altrettanto. Lo stesso Adriano dovrà adeguarsi per evitare che nella sala di Moccia ci siano dieci persone, tra cui Babi e Step, e che nella sala di Tarantino siano accatastati 2673 spettatori. A quel punto calerà il prezzo anche del film di Moccia. Per evitare però che la gente, a quel punto, cominci ad andare a vedere anche “Scusa ma ti chiamo amore” bisognerà agire su più fronti nella prima fase. Come fare? Facile. Nelle sale di Tarantino stracolme, tra il primo e il secondo tempo, verrà proiettato un video di un attivista anti-Moccia che racconta per filo e per segno la trama della pellicola, concentrandosi ovviamente sul finale, rigorosamente svelato. Così si scoraggiano gli esseri pensanti che non hanno letto il libro. Poi, però, l’attivista racconterà anche una serie di sventure capitate a suoi amici immaginari a causa delle turbolenze dei fan di Moccia. Dirà di quel ragazzo investito dalla moto del fan che si credeva Step e che è entrato nella sala dell’Adriano impennando. Racconterà della ragazza rimasta sei notti e sette giorni chiusa nel bagno del cinema a causa dei lucchetti che i fan avevano attaccato dietro la porta del cesso. Ricorderà la ragazza affogata nel Tevere dopo essere precipitata da Ponte Milvio a causa del peso degli orsi di peluche attaccati allo zaino. Insomma, anche i fan del Moccia più accaniti dovrebbero sentirsi a questo punto sufficientemente demotivati. A quel punto si potranno rialzare i prezzi di Tarantino, tanto il film del pelatone se lo andranno a vedere solo Cristiana Capotondi e le sue amiche. Si può fare, dunque, solo che per farcela dobbiamo essere milioni di non clienti dell’Adriano in tutto il mondo. Il che verrà facile a uno che vive a Sydney, meno a chi abita a Piazza Cavour. Questo messaggio è stato inviato a una trentina di persone; se ciascuna di queste aderisce e a sua volta lo trasmette a...diciamo una decina di amici, siamo a trecento. Se questi fanno altrettanto, siamo a 3000, e così via. Di questo passo, quando questo messaggio sarà arrivato alla.... settima "generazione", avremo raggiunto e informato trenta milioni di potenziali spettatori.
 
Chi ti Moccia, ti spegne: digli di smettere.
PS: peraltro Moccia picchia i bambini, si scaccola in macchina e attacca i suoi prodotti sotto il sedile del passeggero, aiuta le vecchiette ad attraversare ma le lascia a metà della carreggiata, racconta i finali dei film e dei libri ai suoi amici, quando sta con la sua ragazza fa commenti pesanti sulle altre donne, rutta durante i pasti anche ai pranzi di lavoro, lancia i petardi allo stadio, ride quando vede in tv le immagini dello tsunami, si mangia le unghie dei piedi e non compra un cd originale da un decina d'anni. Fate voi.

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