venerdì, 13 giugno 2008

Lukas Podolski nasce in Polonia, cresce calcisticamente in Germania, sceglie di giocare per la nazionale tedesca e, quando agli Europei segna contro la Polonia, non esulta. Hakan Yakin ha genitori turchi e per pura coincidenza nasce in Svizzera, sceglie la nazionale elvetica e, quando agli Europei segna contro la Turchia, non esulta. Tcc nasce in Italia, sposa una samoana di 165 chili, sceglie la nazionale delle Samoa americane e, quando in un’amichevole insignificante segna contro l’Italia, esulta come sedici Pippo Inzaghi condensati in un unico Pippo Inzaghi che segna il gol decisivo in fuorigioco evidentissimo al quinto minuto di recupero della finale dei mondiali. E ‘sti cazzi il fair play. Podolski e Yakin guardano Tcc in tv che esulta come un pazzo e rosicano per non aver fatto lo stesso in quello che potrebbe essere stato il momento più alto della loro carriera calcistica. La differenza forse sta nel fatto che Podolski e Yakin hanno fatto le loro scelte quasi per caso, programmando non più in là di un paio d’anni. Tcc invece ha sempre inseguito il sogno di giocare in una nazionale. Una qualsiasi. E siccome in quella italiana non ce l’avrebbe mai fatta, e nemmeno in una europea di livello bassissimo tipo Andorra, ha accettato di trasferirsi in uno dei paesi che chiudono la classifica mondiale della Fifa e di provare a cercare fortuna lì. Sposa la samoana e dopo un po’ prende la cittadinanza. A 31 anni non è calcisticamente di primo pelo ma in una squadra che l’11 aprile 2001 ha preso 31 gol dall’Australia può fare la sua figura. Così si propone agli osservatori delle Samoa americane, interrompendoli proprio mentre facevano la gara di Buondì ingurgitati nel minore tempo possibile. Tcc entra in campo convinto, supera in velocità i mastodontici cristoni samoani e infila il portiere con un diagonale imparabile. Non ci sono dubbi: le Samoa americane hanno la loro stella. Il primo periodo in nazionale è divertente, anche se il clima da armata Brancaleone non aiuta a preparare al meglio le partite. Ma arriva il grande giorno, l’occasione di una vita. L’Italia, prima dei mondiali di calcio australiani, organizza un’amichevole agevole contro le Samoa americane. Tcc scende in campo con le gambe che fanno giacomo-giacomo (James-James, essendo nelle Samoa americane). Dopo otto minuti l’Italia è sul 13-0. Ma a metà della ripresa, con gli azzurri sul 43-0, la retroguardia accusa un comprensibile colpo di sonno. E’ allora che Tcc si infila tra le maglie della difesa e, approfittando di un Buffon sdraiato all’ombra del suo palo destro, si avvia verso la porta, ferma la palla sulla linea, si china e la mette morbida in porta di testa: 43-1 ed esultanza smodata e incomprensibile ai più, specie a ‘sti Podolski e Yakin che non esultano contro le loro nazioni. E ‘sti cazzi i parenti che ci restano male e la gomitata in faccia di Materazzi che comunque prenderò tra cinque minuti.   

Per gli amanti delle statistiche allego il tabellino di quel memorabile match Australia-Samoa americane, facendo notare che l’attaccante Thompson, con 13 reti, è entrato nel Guinness dei primati per quanto riguarda le reti messe a segno in solo match e che, mentre l’Australia aveva in panchina Frank Farina, le Samoa americane solo un generico Lui: 

Australia: Petkovic, Muscat, Moore, Popović (De Amicis), T. Vidmar (Miller), A. Vidmar, Zdrilic, Horvat, Boutsianis, Colosimo, Thompson. A disposizione: Foxe, Chipperfield, Aloisi, Corica, Wilson, Bolton, Mori. Allenatore: Farina.

Samoa americane: Salapu, Leututu (Mariko), Falimaua, Fatu, Faaloua,  Sinapati, Mulipola, Feagiai, Falaniko (Ioana), Savea, Im Min. A disposizione: Silao, Maina. Allenatore: Lui.

Reti: Boutsianis al 10’, 50’ e 84’; Thompson al 12’, 23’, 27’, 29’, 32’, 37’, 42’, 45’, 56’, 60’, 65’, 85’ e 88’; Zdrilic al 13’, 21’, 25’, 33’, 58’, 66’, 78’ e 89’; A. Vidmar al 14’ e 80’; Popović al 17’ e 19’; Colosimo al 51’ e 81’; De Amicis al 55’.
sabato, 22 dicembre 2007
author: tantecarecose @ 03:29
category: geni del male, tuttologo per ignoranti, anima animale, epica e mitologia
comments: commenti (23)(popup) | commenti (23)

E' tutto perfetto. Il buio di una qualsiasi sera dicembrina interrotto dalle luci della Roma natalizia. Le strade sgombre del cinquantunesimo giovedì dell’anno. Gelido, peraltro. Il freddo cane che all’interno della acid–mobile intuisco appena dallo sterzo ghiacciato che si riscalda un po’ alla volta. I bocchettoni dell’aria però alitano nell’abitacolo una clima da Tropico del Capricorno, mentre un pezzo r’n’b mi scalda le arterie e accompagna la macchina che accondiscende le curve del Muro torto. Sto bene e non so perché, giudicando la mia vita appena da 5,5. Zeppo di una calma che credo di aver provato prima solo immerso nelle pozze di acqua termale di Cura di Vetralla, con la pressione ai minimi storici. E’ tutto sin troppo perfetto perché io possa evitare di riflettere approfonditamente sull’unica considerazione che ignoro per quale motivo mi sia venuta in mente proprio in questo momento.
 
Ma a che cazzo servivano le braccia al Tyrannosaurus rex? Film, libri, documentari: qualcuno ha mai visto il T-Rex usarle?
 
trex 
 E non avrebbe potuto essere altrimenti. Cioè, parliamo di animali che potevano raggiungere i 12/13 metri di lunghezza e che avevano ‘ste due appendici anteriori lunghe appena un metro. Cento inutili centimetri per parte che intanto rendevano vane, viste le proporzioni, una lunga serie di attività quotidiane come grattarsi la schiena, allacciarsi le scarpe, tagliarsi le unghie dei piedi, mettersi il gel nei capelli, rullare una sigaretta, scaccolarsi e farsi le pippe. Viene da pensare che le usasse per mangiare. Errato. Primo: queste bestie erano troppo più alte di uomini e di gran parte degli esseri coetanei, nel senso di abitanti del Cretaceo superiore. Il che significa che il T-Rex, pur chinandosi come neanche Ilona Staller avrebbe saputo fare, non sarebbe arrivato nemmeno a raccogliere l’eventuale preda. Secondo: nel fortuito caso di successo, magari per prede più voluminose, in ogni caso non sarebbe riuscito a portarle alla bocca a causa della giuntura del gomito e della spalla che gli consentivano movimenti in un arco di non più di 40/45°. Quindi corte e pure costruite male: una tragedia. Con l’inclinazione di 45° non poteva neanche fare il gesto dell’ombrello che richiede un’angolazione prossima ai 90°. Non poteva neanche applaudire, perché ‘sti benedetti arti anteriori erano troppo rigidi e pure troppo distanti tra loro. E poi nel Cretaceo superiore, a differenza di quello inferiore, c'era ben poco da applaudire. Insomma: lungo tutto il Muro torto ho pensato che l’unica cosa a cui potessero servire quelle braccia era fare le matasse di lana. Però non esisteva la lana, quindi era impossibile anche questa ipotesi. Non riuscivo a darmi pace. Se le teorie evoluzionistiche vogliono gli esseri viventi adattarsi all’ambiente, perché quelle braccia non sparivano? Perché il T-Rex si ostinava a mantenerle? Non potevo resistere all’interrogare Wikipedia per scoprirlo.
 
“È invece possibile che il T-Rex usasse gli arti per tenere fermo il partner durante la copula (Osborn, 1906)”.
 
E poi non venite a dirmi che nella vita non si fa ogni cosa con il fine di copulare come i dannati.
sabato, 15 dicembre 2007

Che abbia ormai inesorabilmente perso il contatto con la realtà è evidente. Così, sfogliando il libro dei coniglietti suicidi – di cui segue un prezioso allegato esplicativo per chi ancora non li conoscesse – ho pensato al libro dei Tcc suicidi.
 Coniglio_suicida 
Al di là delle varianti più o meno interessanti che ho partorito, ho pensato che mi piacerebbe avere sette vite come i gatti. Che poi tutte le volte che ho ammazzato dei gatti questi sono morti davvero. E pure dopo settimane passate ad aspettare che resuscitassero la sostanza non cambiava. O, dunque, ho sempre ammazzato gatti che aveva già sprecato i sei bonus precedenti o ‘sta storie delle sette vite non è vere. Ma questo è un altro discorso. Io pensavo che, avendo sette vite, almeno sei le sprecherei per provare delle morti assurde. Ché tanto già in una vita mi rompo abbastanza le scatole, pensa in sette... Quindi, tenendo per buona la settima vita, ho fatto un elenco approssimativo delle morti che sperimenterei.
 
1) Frenare di colpo in autostrada, quando sono sulla corsia di sorpasso e c’ho il coatto che mi lampeggia a dieci centimetri dal culo della mia macchina. Giù il pedale senza preavviso e chi s’è visto s’è visto. Muori, coglione.
 
2) Precipitare con l’ascensore. Avrei voluto dire lanciarmi da un palazzo per provare il senso del volo o perlomeno della caduta libera ma avevo paura di passare per sentimentale. L’ascensore mantiene una sua dimensione più pulp.
 
3) Travestirmi da Orso Balosso e andare a fare un giro in barca, sapendo di non avere i remi, che non ci sarà vento e che Ballina e il delfino Simone non potranno salvarmi. A quel punto morire disidratato al largo. La bellezza di questa morte sta nel godersi il ritrovamento della salma: un cadavere travestito da orso con gli stivali a pois. Per comprendere meglio il senso di questo apprezzabile decesso osservare con attenzione e con le casse accese il video che segue.
 
 
4) Darmi fuoco durante una serata tra amici. Pensa che scena! Tutti sulla spiaggia a bere una cosa, Tcc tira fuori una tanica di benzina, se la rovescia addosso e si dà fuoco. Che matte risate tra gli amici increduli! Che poi i miei amici sono talmente abituati a sentirmi dire e a vedermi fare cose senza senso che lì per lì non ci farebbero neanche caso. Che scena al sopraggiungere della consapevolezza che l’amico Tcc è ormai una salma carbonizzata! Morirei dal ridere se non fossi già morto bruciato.
 
5) Provare a morire di immobilismo. Questa è la più lenta ma per certi versi la più stimolante. Consiste nello svegliarsi un giorno, sedersi sul letto o dove meglio si crede e basta. In sostanza sedersi e stare immobile finché morte non sopraggiunga. E’ vietato mangiare, bere e andare in bagno. In un versione più soft si può guardare la tv, leggere, ascoltare musica e persino usare il telefono. L’unica regola è non alzarsi mai: devi pensare che staccandoti da quella sedia vanificherai tutto, rischiando di non morire più.
 
6) Sperimentare se è possibile morire di astinenza sessual... Argh!... Add...i...o.........
lunedì, 03 dicembre 2007

Mi si dirà che il seguente è il solito post nostalgico da trentenne che non smette di pensare alle cose che c’erano nella sua infanzia/adolescenza e che adesso non ci sono più. Giusto: lo è. Ma con grossa consapevolezza. E, soprattutto, con l’enorme amarezza di chi ha scoperto che il vero mito della sua gioventù è ormai morto. Guardate qua.
 
Ora io potrei tacere sulla morte di Mazinga e del pupazzo Uan, di “Doppio Slalom” e di “Deejay Television”, di Edwige Fenech e di Lilli Carati, ma sul decesso di Postalmarket...beh, su quello no. Perché il catalogo Postalmarket non è mai stato solo un oggetto. Era al contempo un rito familiare, un processo di socializzazione, un evento ludico, un amico di mille avventure, una linea del tempo della crescita. Quando lo scoprivi da piccolo ti rapivano le pagine con i giocattoli. Poi, dopo anni passati in stanza con tuo/a fratello/sorella, arrivava la tua cameretta e iniziavi a sognare con le pagine con i prodotti di cancelleria e con tutte quelle diavolerie per colorare e costruire cose. Ancora poi entravi nella fase dello sviluppo sessuale ed era lì, inesorabilmente, che Postalmarket dava il meglio di sé. Quando ti dicono che il sesso si impara con gli amici o con i discorsi di papà mentono spudoratamente. E’ Postalmarket che per primo ti fa – d’ora in poi, ti faceva – capire com’è fatto il corpo femminile. Scoprivi quelle pagine con la biancheria intima femminile e la tua mente, di colpo, precipitava più leggera di Patrick de Gayardon e veniva poi salvata – a differenza di Patrick de Gayardon – dal tuo paracadute di ormoni esplosi, che puntualmente si apriva e ti cullava adagio fino alla pagina successiva. Quante scuole di pensiero si sono formate tra quelle pagine! Il partito dell’adolescente medio puntava con decisione alle mutande di pizzo. Quei ciuffetti neri che facevano capoccella tra le trasparenze dello slip – elegantemente indossato da una modella che potenzialmente potrebbe non aver avuto alcun volto – ti facevano finalmente capire che l’uomo e la donna non sono proprio uguali uguali. Capivi che ti mancava qualcosa ma che ti andava benissimo che non fosse su di te. Quel qualcosa dovevi cercarlo all’esterno, anche se non ne avevi molta voglia. Sai che sbattimento con tutti quei brufoli che avevi in faccia e con i capelli con la riga di lato? In fondo da ragazzino guardare e non toccare non ti pesava: tanto Postalmarket ti faceva guardare comunque e poi a toccarti ci pensavi tu. Ma tra un confronto con la tua sessualità che si espandeva e un altro, scoprivi che non tutti puntavano con decisione su culotte di pizzo e tanga minimalisti. I più seguaci di Renzo Montagnani pare preferissero intuire il capezzolo che si celava dietro i reggiseni vedo-non-vedo. I più espliciti guardavano il reggiseno da allattamento, che in sé era la morte del sesso – con quel suo orribile color pelle – ma che era l’unico che mostrava il capezzolo nudo e crudo. Il più delle volte in un riquadro che mostrava come sfilare il copri-tetta per dare da mangiare al neonato. Un capezzolo solo, ma bastava: tanto l’altro sarà uguale, pensavi. Infine c’erano i più audaci, tra i quali, non senza orgoglio, vado a collocarmi. Quelli che si attizzavano con i completi intimi, con le parigine, con le sottane alla Laura Antonelli e, nei casi più estremi, con le camicie da notte di raso. Non si intravedeva nulla, ma le modelle intere, con indosso quello che avresti voluto vedere su qualsiasi donna...Un effetto devastante. Tutto finito: Postalmarket non c’è più. Forse è colpa di eBay, forse del tempo che si è portato via molte di quelle persone – come la mia adorata nonnina – che di Postalmarket erano delle ultrà sfegatate. O forse è solo colpa di Michael Jackson. Che c’entra? Subito dopo l’intimo c’erano le pagine con i bambini in pigiama. E volete che nessuno si sia sbagliato mai?  
  
Comunque se qualcuno si trovasse a conoscere qualche vecchia modella di Postalmarket è autorizzato a passarle il mio numero di cellulare.
lunedì, 26 novembre 2007

Il paradiso esiste davvero: si chiama Spazio Novecento. Io ci sono stato e ho capito che era il paradiso perché era tutto bello. Lo Spazio Novecento è un non luogo, nel senso che non è una discoteca e non è un locale. E’ un posto dove viene stipata beltà in ogni sua fattezza. Allo Spazio Novecento il brutto – in ogni sua forma – non esiste. All’ingresso è tutto bianco e c’è un letto con una figa bestiale che ti accoglie vestita da angelo delle tenebre: vestito scuro e trucco da donna di malaffare. Con le ali, però. Poi c’è una scalinata imponente con altri due divani e altre due fighe-angelo sedute. La mia prima escursione in paradiso, intanto, sfata un luogo comune: non è vero che gli angeli non hanno sesso. Quelli dello Spazio Novecento ce l’hanno, secondo me anche più di uno a sera. Comunque le fighe-angelo sono ovunque, tranne che nello spazio adibito alle danze. Lì ci sono le fighe e basta. Ma non ragazze fighe normali. Proprio ragazze superlative che io prima non le avevo mai viste. Le tocco per accertare che non si tratti di ologrammi e le denunce per molestie sessuali che ricevo il giorno dopo mi confermano che non lo fossero. Ma allo Spazio Novecento è tutto il brutto a non essere ammesso. Quindi anche il ragazzo più inguardabile è tipo Brad Pitt e Johnny Depp con una spruzzata di Sean Connery. Se fosse stato un locale terreno, sarei stato clamorosamente fuori posto. Invece è il paradiso e tutti mi accolgono con il sorriso. Tranne le fighe-angelo che per contratto devono mantenere la faccia da stronze. Intorno a me regna il buonumore. Tutti si divertono dimenandosi su ritmi che non mi aspettavo di trovare in paradiso. Sarà perché alla consolle ci sono due delle fighe-angelo. Penso al luogo comune che vede il dj scopare come un riccio ogni sera e mi convinco che forse è il caso di provare un approccio con una delle due fighe-angelo-dj. Mentre provo ad avvicinarmi alla consolle, però, il bello tutt’intorno mi distrae. Schiene scoperte a perdita d’occhio, tette senza reggiseno che prendono per il culo le teorie di Newton, culi scultorei da “perché non parli?”, gambe slanciate, sandali profumati, ombelichi del mondo, coppe C del nonno. A causa dell’ormone che si sposta nell’aria mi accorgo di avere una pettinatura diversa. La cosa non turba la popolazione del non luogo. Le ragazze mi parlano, bevono con me, mi dicono che sono simpatico e nessuna di loro pretende soldi. Uno strano flusso di persone attira la mia attenzione verso i cessi. Non le persone brutte che qua non esistono. Proprio i wc. Mi avvicino e scorgo un piccola fila che aggira i bagni. La seguo e sbuco in un piccolo spazio in cui ballano stipate diverse centinaia di persone. Allora ci sono! Sono i brutti del non locale appositamente ghettizzati. Quelli che escono dalla zona vengono dotati di mascherine tipo Eyes wide shut. E io che la credevo una deliziosa trovata degli organizzatori! Comunque i brutti sono discreti e non rompono le palle. Torno tra i belli. Scosto con un piede di porco i pettorali dei due ragazzi che parlano davanti a me, impedendomi il passaggio. Trovo i miei amici alle prese con due tardone di Praga e, fiutato l’andazzo, dono loro due rotoli di cellophane per evitare malattie. Una delle due ha le tette sblusate. L’altra ha tre tette: penso a un errore di chirurgia, poi mi ricordo che sono in paradiso. Intanto le fighe-angelo-dj, smesse le ali, bevono cuba libre al bancone del bar con due belli alla moda. Io continuo a parlare con tutte, ma la gente intorno a me è sempre meno. Le fighe-angelo sono sparite. La musica è finita, gli amici se ne vanno. Vado anch’io ma non me ne accorgo. Mi sveglio nel letto di casa molte ore dopo. Ho sognato la mia morte? Cazzo, se ho rimorchiato così tanto avrò il cellulare pieno di nuovi numeri di telefono! Come ho fatto a non pensarci prima? La rubrica delude le mie aspettative. Il portafoglio, però... Fedele amico: lui sì che non rifila pacchi. Mancano i 70 euro che avevo prelevato la sera prima. Difficile che siano sublimati nottetempo. Per fortuna non era un sogno.
venerdì, 12 ottobre 2007
author: tantecarecose @ 00:03
category: geni del male, epica e mitologia, devianze mediatiche
comments: commenti (59)(popup) | commenti (59)

Cristiano Godano è uno di quelli che invidio perché hanno il nome che fa rima con il cognome. Come Gianluca Pagliuca e Toni Fabbroni (un mio amico romano). Cristiano Godano però, a differenza di Pagliuca e di Toni, ha un alone dannato derivante dal suo ruolo di leader dei Marlene Kuntz. Tipo che lo guardi è pensi: “Che figo che è Cristiano Godano dei Marlene Kuntz”. La stessa cosa, per dire, che ti viene in testa quando vedi Manuel Agnelli. Solo che in questo caso pensi: “Che figo che è Manuel Agnelli degli Afterhours”. In realtà sia Cristianogodano che Manuel Agnelli non è che siano proprio due pezzi di figo nel senso stretto del termine. Anzi: fossi donna direi pure che sono due uomini consumati dalle droghe e dalla vita. Ma se fossi donna direi anche che mi scoperei qualsiasi uomo dall’aspetto vagamente consumato dalle droghe e dalla vita. Così Cristianogodano e Manuel Agnelli piacciono molto. Anche per questa loro spocchia intellettualoide, generata dalle rispettive carriere ventennali nel rock alternativo italiano. Per questo se Manuel Agnelli si è spesso segnalato alle cronache per dire cose incomprensibili ai più, Cristianogodano è diventato il mio eroe personale da quando, un paio di giorni fa, è riuscito a infrangere a Radio Deejay qualsiasi precedente primato di utilizzo della parola “artista”. Ovviamente nell’accezione: “Io sono un artista”.
 
Il dj Linus: Allora, Cristianogodano, com’è la tua giornata?
Cristianogodano: E’ la classica vita di un ARTISTA. Mi sveglio tardi, inizio a connettere verso le quattro e poi resto sveglio fino a mattina, per scrivere le mie cose. Canzoni ma anche racconti. 
Il dj Linus: Ah, scrivi anche racconti...
Cristianogodano: Beh, per un ARTISTA è importante cimentarsi su più fronti.
Il dj Linus: Come spieghi la carriera così lunga dei Marlene Kuntz?
Cristianogodano: Perché siamo degli ARTISTA...ehm, degli ARTISTI seri.
Il dj Linus: Perché non vi siete mai mossi dalla vostra Cuneo?
Cristianogodano: Perché ci piace che la gente veda ognuno di noi come un ARTISTA solo durante il tour. A Cuneo puoi camminare per strada senza che nessuno ti assalga perché sei un ARTISTA. Invece a Milano non potrei uscire in strada senza che le gente riconoscesse in me l’ARTISTA.
Il dj Linus: Accidenti, quanto usi la parola “artista”...
Cristianogodano: Sono un ARTISTA anche in questo...
Il dj Linus: Vediamo se riesco a fregarti, cambiando discorso. Qual è la parte del tuo corpo che ti piace di più?
Cristianogodano: Ci sono più pARTI. STA agli altri giudicare.
Il dj Linus: Un po’ diplomatica come risposta...
Cristianogodano: Così è, se ti pAR... TI STA bene?
Il dj Linus: Ok, ok. Come te la cavi con le lingue?
Cristianogodano: The pART IS TAbbed
Il dj Linus: La parte è etichettata? Che significa?
Cristianogodano: E’ parte di un progetto da vero ARTISTA che mira a stravolgere il senso delle parole, così come lo attribuiamo normalmente. SmART IS TAble!
Il dj Linus: Intelligente è tavolo??? Non ti sto dietro, Cristiano.
Cristianogodano: Il pARTI STA finendo, Linus...
Il dj Linus: Seeeehh...e un anno se ne va... Cristiano, continui a mischiare cose senza senso. E come se rispondessi – che so? – parlando dei Simpsons a gente che ti chiede del Pil italiano...
Cristianogodano: Io preferisco sempre parlare di Homer e bART. ISTAt e analisi economiche le lascio agli altri.
Il dj Linus: Oddio, mi ci vuole un caffé...
Cristianogodano: Qui vicino c’è il bAR TISTA.
Il dj Linus: Quello è il Bar sport, Cristiano. A proposito, parliamo di calcio.
Cristianogodano: Mi piace. Avevo il poster in camera di bARTISTutA.
Il dj Linus: Malattie?
Cristianogodano: Sono allergico, ma prendo gli ARTISTAminici.
Il dj Linus: Vabbé, va... Salutiamo e ringraziamo Cristiano.
Cristianogodano: Hasta l’ARTISTA.
venerdì, 05 ottobre 2007
author: tantecarecose @ 02:57
category: perle, laif is nau, coimbra portugal, epica e mitologia
comments: commenti (6)(popup) | commenti (6)

Stefano e Francesco sono insieme da sempre. Io, Stefano e Francesco è come se lo fossimo. Per esempio, io e Ste eravamo assieme quando scoprii che la mia zita storica mi aveva messo le corna. Io e Fra eravamo nella stessa camera mentre io rischiavo la vita tagliando dei cavi elettrici senza aver staccato la corrente e quel bastardo, ridendo dietro la telecamera, mi riprendeva con le forbici squagliate in mano e con la faccia del miracolato. Ste e Fra invece erano assieme già da quando facevano venire l’acetone al povero cugino Isidoro, costringendolo a bere 150 bicchieri d’acqua. Io e Ste, poi, eravamo assieme in Portogallo; Ste e Fra a Salamanca; io e Fra sull’Eurostar per Alessandria mentre andavamo a trovare Ste nella sua nuova casa. Che poi eravamo tutti e tre insieme anche prima di partire per Coimbra, quando Doc, forte dei due Erasmus sul groppone, consigliò saggio: “Ragazzi, passerete lì un anno. Non vi bruciate subito”. Peccato che Doc non ci fosse quando, dopo soli tre giorni di terra lusitana, io e Ste tornavamo a casa barcollando, ubriachi persi, dopo che Ste aveva vomitato l’anima nella piazza principale della città. Fra e Ste vivevano insieme in Sicilia; io e Ste in Rua do Cabido; Ste e Fra anche al collegio del Gemelli quando trovarono il numero di telefono del Grande Vegezio. Da allora, tutti e tre sotto lo stesso tetto. A volte anche sotto la stessa tetta. Perché io e Ste siamo stati a letto con la stessa donna qualche volta, anche se non contemporaneamente. Doc mai, però ha sempre saputo in tempo utile il curriculum vitae di tutte le donne che erano state a letto con noi. Io facevo finta di dormire mentre Ste faceva roba con Telma. Ste faceva finta di dormire mentre io facevo roba con Alicia. Doc si limitava a entrare nelle nostre stanze senza bussare, sempre convinto che fossimo soli e trovandosi spesso di fronte improbabili scenari. Che poi le prime persone che facemmo entrare a casa io e Ste furono due tedesche, la prima persona che portò Doc fu un prete, don Marco. E questo la dice lunga. Però Doc si riscattava con il torneo di rutti appena svegli: campione indiscusso per sei anni consecutivi. Io e Ste prendevamo la nostra rivincita purgandolo a Pro Evolution, nonostante la sua snervante ragnatela di passaggi inutili in orizzontale sulla metà campo. E, tra i momenti storici veri, Fra e Ste erano insieme ai tempi di “tapame”; io e Fra mentre Ste scopriva la passione per le tardone; io e Ste, quando Doc usciva di casa molto più 3MSC di Federico Moccia per andare a beccare la sua Ste.
 
Tutto questo per dire che io, Stefano e Francesco eravamo insieme anche poco fa, in una buia sala d’attesa del Gemelli, a mangiare le pizzette fredde “der Caccola”. Sempre uguali, in culo agli undici anni in più. Distrutti e normalmente sereni. In apnea dentro un silenzio irreale. In un vuoto d’audio riempito da qualche parola occasionale e dalla consapevolezza che tra di noi c’erano tre persone che provavano – in ordine sparso – la strana sensazione di sentirsi papà, zio e zio acquisito.
 
E’ la prima cosa pseudo-seria che scrivo da quando ho aperto il blog. Ma per l’arrivo di Anna uno strappo potevo pure farlo. O no?
 
mercoledì, 12 settembre 2007
author: tantecarecose @ 20:23
category: geni del male, epica e mitologia, momenti di vana gloria
comments: commenti (71)(popup) | commenti (71)

L’epica – quella vera, non quella di un banale esame da professionista – si compie venerdì sera, quando una macchina verde con cinque folli raggiunge la Daunia. Quattro dei cinque folli non sanno cosa sia la Daunia. Missione: presenziare alla serata di premiazione dell’Argos hippium.

 

Nel mezzo della traversata Roma-Manfredonia ho il coraggio di vuotare il sacco:

“Raga’, a Manfredonia piove e forse la serata salta”.

L’affermazione è accolta da pacche sulle spalle e risate benevole. Capisco che qualcosa non va e, in effetti, quando spiego nel dettaglio che se la serata salta significa che stiamo facendo 800 km a vuoto, vengo preso di peso, imbavagliato, incappucciato e messo di peso nel portabagagli. Per fortuna sento qualcuno che dice:

“Dai, appena troviamo il cartello ‘inversione di marcia’ torniamo indietro”.

Il fatto che in autostrada non ci siano cartelli ‘inversione di marcia’ mi aiuta non poco nell’arrivare in semi-orario a casa mia.

 

Effettivamente piove, la gatta non si muove, ma in compenso si muove il mio cane che, appena arrivati, ci salta addosso lasciandoci sui vestiti quel simpatico effetto zampette di animale. Comunque: si accende una candela, diciamo buonasera  ai miei genitori e andiamo a prepararci. Indomiti.

 

Arrivati allo Sporting Club, in Siponto, cirrostrati e cumuli-nembi danno prova di grande generosità e iniziano a dare tutto quello che hanno da dare. Arriva un signore che ordina alle acque di aprirsi: mi inginocchio e prego, pensando sia Mosé. Ma è solo l’organizzatore del premio che supplica il cielo di non fargli saltare la serata.

 

Intanto vengo a sapere di essere stato clamorosamente demansionato. Niente premiazione, niente ospitata d’onore. Sarò solo un sorta di valletto evoluto che premia chi l’Argos Hippium se l’è guadagnato davvero. Inviperito, mi munisco di Superliquidator e ci metto del mio sulla pioggia che imperversa sulla città.

 

Intanto il tempo passa, la pioggia non cessa e i bookmaker danno ormai la serata 1:80. In lontananza si vede un barca con un uomo, fiero, in piedi nel mezzo che agita un grosso remo. Sembra Caronte. Realizzo che in tal caso sarei morto, così mi inginocchio e prego. Ma quando la barca si avvicina mi accorgo che a bordo c’è ancora l’organizzatore del premio che si aggira nervosamente per Siponto, imprecando contro il fato avverso. Intanto i quattro folli mi guardano minacciosi, temendo ormai il peggio. Di conseguenza temo il peggio anch’io.

 

Poi, l’imponderabile. La pioggia si ferma e parte la serata. Lo Sporting è allagato. La tensione è alle stelle e non aiutano le seimila battute sullo tsunami e sulle gondole del comico sardo di Zelig. Viene distribuita carta in ogni sua forma per asciugare sedie e tavoli. Quelli che non hanno voglia di lavorare di gomito si fingono gentili e porgono le sedie alle signore. Quando l’ignara vittima si è accomodata, asciugando la sedia, fanno finta di aver sbagliato signora e la invitano ad andare via. Altri provano a rubare le sedie asciutte: un signore se ne accorge e cerca di strangolare il ladro con un rotolo di carta igienica. Intervengono le forze dell’ordine che obbligano il ladro, come pena, a sedersi e a strusciarsi su almeno venti sedie. Comunque, la serata inizia.

 

Per prima sale sul palco tale Jonie Falcone, giovane argentino-casertana della quale Tcc si innamora con effetto immediato. Jonie è una sorta di Shakira di bufala, ha fatto un singolo che si chiama “Hasta el sol” che contiene tutte le parole richieste da una canzone latino-americana (hasta, sol, corazon, vida, barrio e un, dos, tre) e con la più famosa collega ha in comune il pantalone di pelle e un invidiabilissimo movimento d’anca. Tcc decide che la sua gag sarà quella di salire sul palco e dire cose tipo: “Sono qui stasera solo per avere il numero di telefono di Jonie”. Applausi del pubblico, per la bella Jonie e per la battuta futuribile di Tcc.

 

Sul palco, intanto, si alternano foggiani illustri: c’è il foggiano che ha centuplicato gli utili di un’azienda, c’è la Top gun foggiana – sulla quale si sprecano le battute della Topa gun –, c’è il finanziere foggiano e altri foggiani vari. Poi, a una certa, chiamano sul palco il signor Maina – quello dei panettoni...è foggiano pure lui – e annunciano che a consegnare il premio sarà Tcc. Il signor Maina, in realtà, non c’è e ha mandato un suo rappresentate, tipo il presidente dei troiani nel mondo (per chi mastica poca Daunia, Troia è provincia di Foggia). Mentre salgo sul palco penso che sto per consegnare il premio a uno di Troia. Il mio protagonismo mi porta ad urlare “Questa...è...Spaaaarta!” e a scaraventare giù dal palco il cordiale signore, colpendolo con un calcio sullo sterno. Tra gli applausi generali, il troiano nel mondo si arrampica a fatica sul palco e, dopo la firma di un armistizio, gli consegno il premio. Intanto sul palco nessuno mi caga. I conduttori parlano solo con il vice-Maina e io sembro quello inutile degli 883. In realtà non sono turbato perché posso finalmente osservare da vicino la presentatrice della serata, Marzia Campagna, che scalza dal mio cuore Jonie Falcone, causando il mio secondo innamoramento della serata. Marzia fa la giornalista per un’emittente foggiana ed è la classica ragazza che hai visto crescere, che poi perdi di vista e che ribecchi dopo anni, con uno stupore piacevole che ti fa tirare fuori solo le classiche frasi pugliesi tipo: “Madonna, ti sei fatta veramente un pezzo di ragazza...”. Benché anche Pacciani si sia fatto un pezzo di ragazza, l’effetto-Marzia è esattamente quello.

 

Dicevo: mentre apprendo vita, morte e miracoli del troiano nel mondo, capisco di essere caduto in un’imboscata. E’ evidente che hanno deciso di farmi pagare la spavalderia del blog e l’idiozia di quanti, da me spronati, hanno votato con motivazioni davvero poco terrestri.

 

E invece Siponto mi ama e la serata cambia improvvisamente piega. Mentre il troiano continua a sproloquiare, Jonie Falcone, forse perché ingelosita dal mio amore per Marzia, sale sul palco e lo stende con  un colpo di lucha libre (Jonie ne sa a pacchi di lucha libre). Io la amo nuovamente. Allora Marzia, capito che le sto sfuggendo dalle mani, decide di farmi suo con i mezzi del mestiere e inizia a intervistarmi. Non riesco a sopprimere il mio ego che prende la parola al posto mio e inizia a sparare cazzate. Strappa anche qualche sorriso ai presenti. Al mio fianco il comico sardo di Zelig prova a rubarmi la scena, insultandomi per il mio abbigliamento, ma Jonie lo stende. Poi mi chiedono perché dovrei essere premiato e io comunico che risponderò solo in presenza del mio avvocato. Ma mentre il legale arriva, Marzia conquista definitivamente il mio amore, annunciando che sarò premiato anche io. Però non con l’Argos hippium ma con un quadro che, oggettivamente, è molto più figo. Nonostante rappresenti l’Argos hippium. Che è un po’ come organizzare una rimpatriata con gli amici del liceo e poi invitare solo le loro foto. Ma va bene così. Tcc posa per i fotografi con tanto di quadro, firma il registro dei premiati, sempre posando per i fotografi e, alla fine, posa il quadro davanti ai fotografi e va a sedersi tra i folli.

 

Tra i folli intanto si parla di Fiordaliso, ospite della serata incredibilmente rifatta. Sono le donne folli che lo sostengono. Ma quando Fiordaliso compare sul palco – manco a dirlo, per cantare “Non voglio mica la luna” – i folli uomini e Tcc concordano che è la classica tardona che fa la fortuna di un uomo. Tcc si innamora per la terza volta nel corso della serata, nel momento preciso in cui Fiordaliso, in evidente competizione con Jonie Falcone, muove il culo davanti alla telecamera.

 

Il resto è il mini-concerto di Bennato e la mega-cena terrona gentilmente offerta dai coniugi Tcc e finita orientativamente intorno alle tre di notte. Quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno sta per iniziare.

mercoledì, 12 settembre 2007
author: tantecarecose @ 11:47
category: laif is nau, epica e mitologia, momenti di vana gloria
comments: commenti (10)(popup) | commenti (10)

Il 12 settembre 2003 moriva Johnny Cash. Il 12 settembre 2007 Tcc beneficia di quella “saggia irriverenza”, come la definisce Mau, regalatagli dall’uomo la cui musica, per interposta persona, ha turbato diverse mattine al Circeo.

 

Non è ancora l'una quando ti scopri incredibilmente più leggero, manco ti avessero fatto il vuoto lunare attorno, quando capisci che da oggi puoi fare tutti gli errori di grammatica che vuoi senza paura che prima o poi ti si possano ritorcere contro, quando pensi che non potrai più lamentarti che “Fede, Mosca e Vespa sì e io no” e, soprattutto, quando realizzi che anche se non sarai mai professionista nell’amore come Julio Iglesias, se non altro sei professionista altrove. Che poi forse non è così vero che gli esami non finiscono mai.

 

Finiscono. E definitivamente. Passatemi subito una Dreher gelata.

lunedì, 06 agosto 2007
author: tantecarecose @ 02:05
category: geni del male, epica e mitologia, momenti di vana gloria
comments: commenti (59)(popup) | commenti (59)

E anche quest’anno è arrivato il momento del ritorno a casa. Che per me è sempre un po’ come l’ultimo giorno dell’anno, quando fai il bilancio dei 12 mesi precedenti. Il mio bilancio, nel caso specifico, si traduce nel quesito: ha ancora senso la mia permanenza a Roma o potrei serenamente tornare a casa dei miei a fare il trentenne mantenuto? Il problema è che non ho ancora vinto il premio Argos Hippium, per cui tornerei a casa da sconfitto. Sì, perché la vita dei foggiani nel mondo andava bene fino al 1995, quando giravano il pianeta in lungo e in largo e nessuno si sognava di rompere loro le scatole. Poi è arrivato questo dannato premio Argos Hippium, il riconoscimento alle eccellenze foggiane sparse per il globo. E la vita per gli emigranti dauni è diventata una tragedia. Sempre sotto esame perché sapevi che qualcuno stava analizzando il tuo operato. E perché l’assenza del tuo nome dalla lista dei premiati è sinonimo della tua inutilità. Quanti foggiani famosi ci saranno in Italia e nel resto del pianeta? Pochi in effetti e l’inserimento nella lista dei vincitori di personalità sempre più improbabili non fa che aumentare il senso del tuo fallimento. Nella prima edizione, ad esempio, hanno premiato Pasquale Padalino, bandiera del Foggia di Zeman, Antonella Bevilacqua, la nuova Simeoni, e Franco Ordine, un mito per gli amici di “Controcampo”. E poi, via via negli anni, Nicola Amoruso, Michele Placido, Antonio Pandiscia, Gegé Telesforo, Pino Campagna, Manila Nazzaro, Matteo Salvatore, Renzo Arbore, Toni Santagata e Giovanni Muciaccia. Tutti più o meno noti. Poi, nel 2006, hanno premiato Raffaello Follieri – peraltro mio lontano cugino nonostante io non lo conosca nemmeno – il cui merito è quello di scoparsi Anne Hathaway, quella di “Brokeback mountain” e “Il diavolo veste Prada”. E un premio è finito anche nelle mani di tale Barbara Matera, ex Letteronza di “Mai dire domenica”. Capito? I foggiani nel mondo stanno finalmente per finire e presto si potrà tornare a fare una vita normale. Il punto però non è questo. Perché gli emigranti della mia generazione sono cresciuti con il mito di questo Argos Hippium. Specie quelli che, come me, vanno da anni in vacanza nel luogo che assegna il premio, Siponto, ridente località la cui escursione demografica è a dir poco imbarazzante, passando dai sette-otto residenti d’inverno ai 2 milioni 876 mila abitanti che la popolano d’estate. Perciò, data la penuria di foggiani celebri residui, sento che mai come quest’anno io possa ambire all’Argos Hippium. Dato per scontato che uno finirà nelle mani di Pulsatilla, credo che per il resto sarà bagarre tra il foggiano che a Milano accende i fiammiferi con i piedi, il foggiano che a Vancouver riesce a comunicare con i canadesi parlando solo dialetto pugliese stretto e il foggiano che ha interpretato il passante con cane al guinzaglio nell’ultima fiction di Canale 5. A questo punto, io che ho un blog (come Pulsatilla), che ho pubblicato su “Toilet” (come Pulsatilla) e che ho vinto un paio di premi letterari (come Pulsatilla) lancio ufficialmente la mia candidatura. Perciò, chiunque legga questo post, dovrebbe farmi una cortesia: andare a questo indirizzo, votare per Gianluca Cordella, e inventare una motivazione. Per non costringervi a uno sforzo eccessivo ne suggerisco qualcuna:

 

Per l’instancabile contributo dato al giornalismo italiano, con le sue interessanti e divertenti interviste che - dalle pagine dei più qualificati quotidiani e mensili sportivi italiani – hanno scritto capitoli non affatto trascurabili della nobile arte dell’opinione in punta di penna.

 

Perché i suoi racconti sono delle gemme di ironia e, al tempo stesso, di poetico e disincantato sguardo sul mondo. “Toilet” – tra i casi letterari più interessanti dell’ultimo anno – ha ricevuto un grande impulso anche dalla sua collaborazione.

 

Perché vincere per due anni consecutivi il prestigiosissimo concorso “Cose di Roma” e ottenere la pubblicazione su “L’Unità” non è cosa riuscita a molti. Anzi, a nessuno visto che di “Cose di Roma” hanno per il momento organizzato solo due edizioni.

 

Per la sua determinante interpretazione nel film “L’aria salata”, che ha contribuito a fare della pellicola dell’esordiente Alessandro Angelini, uno dei film più interessanti del panorama contemporaneo italiano.

 

Per la gioia che irradia nella vita di tutti noi (ma con questo temo si capisca che li stiamo prendendo per il culo).

 

Qualsiasi altra motivazione, va bene lo stesso. L’importante è che votiate e che facciate votare anche amici, parenti e colleghi. Io incrocio le dita, chiudo le valigie e parto per Siponto. Appena trovo una connessione, aggiorno. Voi intanto votate. Forse non è tardi per mettere le mani sul dannato Argos Hippium 2007 e poter così tornare con gioia a fare il mantenuto.


Visitor Map
Create your own visitor map!