giovedì, 03 luglio 2008

Tanto tutti prima o poi ci abbiamo provato, per cui non mi sento un alieno a dire quello che sto per dire. Che poi se sei giornalista, se hai fatto l’animatore o lo speaker in radio, se hai un blog o se ogni tanto partecipi a qualche concorso di narrativa, una componente egocentrica ce la devi avere. Io le cose succitate le ho fatte tutte, quindi ho tante componenti egocentriche. O una sola, però molto grande. Insomma: io sono uno di quelli che ogni tanto testa la sua popolarità su Google.

Devo dire che, da questo punto di vista, essere Gianluca Cordella e non Mario Rossi mi ha agevolato non poco il compito. Almeno le pagine trovate parlavano di me e quasi esclusivamente di me. Senza dover stare a passarle in rassegna tutte, sfoltendo la mia effimera auto-affermazione di ingombranti omonimie. E sin dall’inizio mi sono portato appresso un Gianluca Cordella che parla di automodellismo e un Gianluca Cordella calciatore/modello. Il modellista non mi ha mai preoccupato tanto. Aveva le sue due belle citazioni e, a distanza di anni, quelle sono rimaste. Quindi questo Gianluca Cordella o è morto o ha appeso i modellini al chiodo, peraltro frantumandoli in mille pezzi. Niente da aggiungere su di lui. Il calciatore/modello è già più problematico. Intanto perché è stato lui a spingermi la prima volta a cercare il mio nome. Sfogliavo una rivista inutile, quando trovai una pagina con una gamba muscolosa e una scarpa di Dirk Bikkembergs. Con la scritta “Gianluca Cordella posa per Dirk Bikkembergs”. La soluzione era facile: dovevo querelare questo stilista da quattro soldi per aver provato ad arricchirsi con il mio nome. Da buon egocentrico non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che potesse trattarsi di un omonimo. Era chiaro che quella vecchia volpe di Dirk mi conoscesse bene e avesse deciso di usare il mio nome. Altrimenti perché non avrebbe fotografato il modello anche in faccia? Il classico scambio di persona. Ma mentre mi vedevo già in tribunale di fronte a un Dirk imbarazzato che provava a dimostrare che quella gamba fosse la mia, mi imbattei in un manifesto di Bikkembergs con Gianluca Cordella sano. Non ero io, cazzo. Un omonimo celebre e ingombrante. L’anagrafe mi aspettava: dovevo diventare almeno Gianluca Cordelli. La fama di questo calciatore/modello doveva però fare i conti con la brama di successo di Bikkembergs che, messi da parte i calciatori dilettanti, decise di lanciare la nuova campagna pubblicitaria con calciatori di serie A. Da allora di Gianluca Cordella non si è saputo più molto, a parte – e questo brucia ancora – che lui ha delle pagine che parlano di lui in cirillico. Cosa che io, a meno di miracoli, non avrò mai. Pazienza. E comunque oчевидно, в честь чемпионата мира по футболу лицом марки в этом олимпийском году стал популярный итальянский футболист Джанлука Корделла.

Nel frattempo il blog stava iniziando a crescere, avevo vinto un paio di concorsi di narrativa e avevo pubblicato qualche racconto qua e là. Insomma stavo diventando io il vero Gianluca Cordella.  Pagine in aumento, primi risultati tutti per me e avversari che non crescevano.

Qualche settimana fa, il dramma. Nel Salento è venuto fuori ‘sto Gianluca Cordella campioncino, a quanto pare, di sollevamento pesi. Per me, l’inizio della crisi. Le sue pagine si stanno moltiplicando, e in numero, e in popolarità. I risultati legati a lui hanno già scalzato 2-3 pagine di risultati con il mio nome. Presto il vero Gianluca Cordella sarà lui e io finirò per essere una meteora della notorietà, peraltro solo informatica, considerando la coltre di anonimato che ricopre come un plaid scozzese la mia vita professionale. A me diranno “Gianluca Cordella? Ah, come il pesista...”. Che poi questo è pure un under 23, c’ha una carriera davanti, magari le Olimpiadi. E io no. Fosse stato – che ne so – un tenero fioraio avrei potuto anche meditare di eliminarlo fisicamente. Invece no, è un pesista, cazzo. Roba che magari mi fracchia anche di mazzate mentre tento di ripristinare la mia web-egemonia. Che amarezza. Perciò...niente, l’unica cosa che chiedo è di scrivere Gianluca Cordella ovunque capiti. Blog, siti, anche istituzionali, forum. Mi va bene tutto. D’altra parte non è colpa mia se fra il nessuno e il centomila, ho sempre tifato per l’uno.
mercoledì, 04 giugno 2008

Niente, ormai è inevitabile. Una bella crisi diplomatica con la Svezia non ce la può togliere proprio nessuno. Il motivo? Un boicotaggio economico bello e buono. No, dico: manco non lo sapessimo che a ‘sti svedesi toccategli tutto ma non l’Ikea. E l’Einaudi cosa ti va a fare? La beffa imperdonabile ai Flärke. No, no, no. Devo calmarmi e spiegare tutto senza farmi prendere dall’ansia...

Tutto è cominciato tempo fa, quando l’Ikea lancia sul mercato il porta cd/dvd/libri da parete Flärke. Nella sua semplicità, un gioiello di versatilità di 111 cm per 33 per 16. Economico (9,99 euro), facile da montare e utilissimo per riportare l’ordine anche nelle camere più incasinate. Troppo irresistibile per non averne in casa almeno uno. E chi è Tcc per resistere alla tentazione? Orgoglioso del mio Flärke, è inutile negarlo, lo sono stato sin dall’inizio. Al punto che, tempo appresso, decisi di dargli dei fratelli, visto il gran numero di cd, dvd e libri presenti in casa. E, sistemati i primi e i secondi, avevo scoperto la goduria di collocare in ordine i terzi, dividendoli per case editrici e per autori con un ordine maniacale. Tascabile Feltrinelli ai primi piani, Oscar Mondadori agli ultimi (meri criteri politici), Einaudi Stile libero nel settore intermedio. Tutto filava liscio e la mia vita con i Flärke scorreva via placida e serena. Né io, né loro potevamo immaginare quello a cui stavamo andando incontro.

Qualche giorno fa finisco di leggere “Firmino”, di Sam Savage, e, come da prassi, mi avvio con il sorriso soddisfatto verso il Flärke riservato agli Einaudi per collocarlo tra Aldo Nove e Fred Vargas. Che bella quella muraglia gialla con le scrittine verticali nere! Pregustando il suo imminente accrescimento, vado per inserire Firmino e l’orrore si manifesta in tutta la sua portata: il libro non entra. “Non può essere”, mi dico. E’ dannatamente identico a tutti gli altri. Ci riprovo: niente. Firmino non entra. Lo metto di sbieco: niente. Provo a incurvarlo al centro per poi rilasciare: niente. Non mi resta che la prova del dna: confrontarlo con un altro Einaudi a caso. Ora: l’altezza che separa le due mensole del Flärke è 19,5 cm. Esattamente la stessa degli Einaudi stile libero che, di fatto, calzano a pennello. Non la stessa di Firmino, però, che è appena appena più lungo: 20 cm e qualcosa. Eliminando dalle possibilità l’errore umano – un falegname svedese non farebbe mai dei bozzi a una propria mensola – e l’errore di stampa, ditemi voi quale possibilità resta. Il complotto, è evidente. Ipotesi avvalorata da una subdola e minuscola scritta in rosso che segue la dicitura "Einaudi stile libero" su Firmino: Big. Einaudi stile libero big. Una collana apposita, uguale in tutto e per tutto alla precedente se non per le pagine più lunghe di un centimetro? L’Einaudi – è ormai evidente
ha deciso di allungare volutamente il formato dei propri libri per mandare in crisi il mercato dei Flärke e, di questo passo, l’Ikea tutta. Ma perché l’Einaudi odia l’Ikea? E’ questo che mi chiedo ossessivamente da giorni. L’unica risposta sensata che sono riuscito a darmi è che hanno lo stesso fornitore di alberi. Logico, no? Fare fuori l’avversario per avere il monopolio delle forniture. Perciò dico che la crisi è ormai irreversibile. La Svezia non può soprassedere all’estinzione dei Flärke. Aspettiamoci chiusura delle frontiere, dazi doganali sulle merci italiane, protezionismo a oltranza. Basta valchirie bionde da abbordare nelle discoteche romagnole. Basta quadri svedesi nelle palestre delle scuole italiane. Per questo, quando ci troveremo lungo i confini eserciti di falegnami scandinavi disoccupati e incazzati, armati di coltelli Skärpt non facciamo come al solito finta di non saperne nulla. E se avete pensato che si trattasse solo di uno stupido problema e lo avete aggirato semplicemente sistemando i libri in orizzontale, be', sappiate che la Terza guerra mondiale è anche un po’ colpa vostra.
lunedì, 28 aprile 2008

Tutti noi, prima o poi, troviamo nel corso della vita una persona – una e una sola al mondo – che risponde con un sorriso ai nostri momenti di difficoltà, che è sempre pronta a farsi scivolare addosso i nostri insulti e che conosce ogni nostro punto debole. Una persona speciale che sa prenderci con dolcezza, ma al tempo stesso con rigore. Il fisioterapista.
 
Il fisioterapista è una strana figura, a metà strada tra il Dalai Lama e Heinrich Himmler. Quando la prima volta arriva a casa tua, ti fai il segno della croce per quanto è incorporeo. E il fatto che sia entrato in casa passando attraverso la porta chiusa certo non ti aiuta a fare chiarezza. Ma prima che tu possa entrare in crisi mistica, ti chiede 70 euro, illuminandoti sulla sua reale natura. Chiarito l’equivoco, resti comunque rapito dal suo tono pacato e dal sorriso bonario. Nella tua camera c’è una surreale atmosfera zen. Il fisioterapista cerca di spiegarti la via per raggiungere l’armonia del Cosmo attraverso l’interazione di muscoli che non avevi mai sentito nominare prima. E il fatto che tu ce li abbia tutti ti inorgoglisce e in qualche modo ti responsabilizza. In pochi minuti si è conquistato ben altro che la tua fiducia: sei rapito dalle sue parole senza senso e ti senti un suo potenziale schiavo. A quel punto, però, succede qualcosa di strano. Il fisioterapista si trasforma in un sadico gerarca nazista. Ma sempre zen. Piegandoti degli arti a caso inizia a generare dei dolori che non pensavi potessero esistere in natura. O perlomeno non così sconnessi dalla morte. Però lui è calmo come il Cavaliere d’oro delle casa di Vergine. Il che ti porta a pensare che sia tu a esagerare e che, in realtà, non ti stia facendo così male. Quando poi sdraiato, pancia sotto, vedi spuntarti sulla spalla un tuo allegro tallone, capisci che quel dolore disumano è in effetti il muscolo della gamba tirato oltre ogni regola del buon senso e non una tua rappresentazione metafisica del malessere che affligge l’uomo moderno. Alle tue comprensibili smorfie di dolore lui risponde con un sorriso.
 
Il punto cruciale della questione fisioterapista è proprio questo. Lui ti porta al limite, ma tu non ti fidi di lui. Perciò, ogni volta che un tuo muscolo viene stirato per quanto possibile, tu resti convinto che il tuo “possibile” sia diverso dal concetto di “possibile” del fisioterapista. Da qui la bizzarra disparità di vedute che porta il fisioterapista a dirti cose tipo “dai, spingi di più, dai che ce la fai a piegare un altro po’” e tu a rispondere con cose tipo “dai un cazzo, brutto stronzo, se tiro un altro po’ qua mi si strappa tutto e un altro intervento dopo te lo fai tu al posto mio, ok?”. Ma il fisioterapista crede in te, tira e, di fatto, non si strappa nulla. Quindi aveva ragione lui. Che sorride ai tuoi insulti.
 
Forse è questo il vero motivo di attrito con il fisioterapista: tu lo odi perché non ti fa sentire speciale. Ti tratta come un qualsiasi paziente, mettendoti di fronte all’amara realtà: non è vero che siamo tutti diversi. Siamo tutti dannatamente uguali e funzioniamo allo stesso modo. Una fotografia del reale che spinge sempre più uomini medi dall'ego fortemente frustrato a diventare assassini di fisioterapisti.
domenica, 06 aprile 2008
author: tantecarecose @ 14:30
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L’intervento per ricostruire il crociato anteriore non è solo un’operazione per ricucire le membra amputate del soldato che guidava le sacre truppe in Terra Santa. E’ fondamentalmente un modo per umiliare chi subisce un tale intervento chirurgico. Cioè tu arrivi lì e la clinica è bella, stanze singole massimo comfort, divani ed LCD, frigobar e, in alcune camere, anche pianobar. Poi, nel giro di qualche minuto, capisci di essere caduto in una trappola. Ti si palesano, in ordine di pericolosità, una serie di personaggi che iniziano a deturpare il tuo corpo, animati da emozioni e fini contrastanti. Il primo, diciamo il mostro di primo livello, è il cardiologo. Ti accoglie con il sorriso, fa domande concilianti per farti sentire a tuo agio, dopodichè, con la scusa dell’elettrocardiogramma, tira fuori un rasoio e ti depila una striscia di petto. Non tutto, eh. Solo una striscia. Quindi, dopo appena cinque minuti dal tuo arrivo, sei un uomo peloso senza una striscia nel bel mezzo della foresta del tuo torace. Ti mandano in camera e arriva il mostro di secondo livello, un mostro doppio come Gemini dei Cavalieri dello Zodiaco: la doppia infermiera. La prima finge di non trovarti la vena nel braccio e prosegue perforando a caso tipo cercatore di petrolio. Il risultato è una pizza oscillante tra il viola e il giallo che ti si stampa a mo’ di tatuaggio sul braccio destro. Sei quasi contento che alla fine eri convinto che a 30 anni fosse arrivato il momento di tatuarsi. Il mostro doppio invece ha la stessa arma del cardiologo, però più potente: il rasoio multiplo. Inizia a depilarti la gamba da operare che peraltro reagisce bene a quell’assalto. Il rasoio usa e getta ha infatti vita limitata e, dopo un po’ che disbosca, è costretto ad arrendersi. Purtroppo, però, la subdola infermiera è dotata di rasoio multiplo e così insiste. Alla fine saranno sette i rasoi caduti sotto la fittezza del tuo apparato pelifero e, nonostante ti senta ridicolo con una gamba pelosa e l’altra glabra, percepisci il senso epico dell’eroe solitario che uccide il maggior numero di nemici possibile prima di perire sotto i loro colpi. Dopo il secondo livello, comunque, sei tutto peloso tranne che sulla gamba destra e su una striscia di petto e hai una chiazza violacea sul braccio. Mentre mediti di vendere su eBay il rettangolo libero da peli sul torace per tatuartici uno sponsor, arriva il mostro di terzo livello, il portantino, che è quasi un quadro bonus. Lui infatti ti umilia solo dal punto di vista psicologico. Ti fa togliere tutti gli abiti, ti infila un camice bianco e una cuffia verde per tenere i capelli e così ti porta in giro per la clinica. Peccato che in quel momento forse hai incrociato la donna della tua vita, ma lei non ti ha riconosciuto e, anzi, ha riso di te. Ma è nulla in confronto a quello che ti aspetta: il mostro finale del quarto livello, l’anestesista. Tu arrivi lì, imbracato nel letto, e lui inizia a bucarti ovunque. Parte con la farfalla nel polso e poi, col sorriso sulle labbra, ti buca la spina dorsale e ti ci infila un catetere spinale: a quel punto muori e la partita finisce lì.

Quando il dio dei videogame ospedalieri si trova di fronte alla scelta “continua” o “ricomincia”, però, sceglie la prima e ti risvegli disteso sul letto ospedaliero, con la faccia coperta. L’immunità che notoriamente i videogiochi regalano a chi torna in gioco nel mezzo dell’azione ti permette di non perire nuovamente contro i colpi di scalpello che il quinto mostro, il chirurgo/ortopedico, ti piazza ben assestati contro la rotula. Lo scudo protettivo ti permette di uscire dalla sala operatoria. Mentre torni nella tua camera, però, ti accorgi che il mostro ortopedico ti ha fatto un altro buco sulla spalla – sulla cui funzione ancora ti interroghi – e ti ha lanciato contro la sua arma finale: un pompetta infilata nel ginocchio che drena il sangue. Mentre ti lasciano lì a macerare per due giorni, capisci che la morte è diventata uno degli obiettivi della tua vita. 

Il sesto mostro è ancora l’infermiere multiplo: devono farti il bidet a letto e, ovviamente, i due designati sono un infermiere gay e uno palesemente superdotato. Tra l’ansia da prestazione e l’anestesia lombare diventi l’uomo più minidotato della storia e, mentre pensi che in fondo potrebbe andare a peggio, va peggio e arriva a dare una mano l’infermiera figa. A quel punto fingi di essere un trans appena operato. Il terzo giorno arriva il settimo mostro, la terapista, la più crudele, che inizia a dimenare a destra e sinistra la tua gamba appena operata, mentre tu, non avendo più armi,  provi invano a farle notare che magari non è il caso. Arriva il giorno dell’uscita e torna il mostro multiplo che ti strappa due chili di cerotti dei quali non ti eri nemmeno accorto. Colpa dell’anestesia. Adesso hai anche un buco di peli sulla spalla destra, due fasce glabre sui polsi e una grossa X sulla schiena.

Ricapitolando: all’uscita sei tutto peloso, eccezion fatta che per la gamba destra, per un rettangolo sul petto, una X sulla schiena, un buco sulla spalla destra e due polsini immaginari. E hai sempre la chiazza giallo-violacea sul braccio destro. Non vedi l’ora che una ragazza possa guardarti nudo in quello stato, ma in fondo hai l’autostima a terra e, nonostante la gamba, decidi di darti alla macchia e di girovagare per i boschi, cibandoti di bacche, muschi e licheni.
giovedì, 03 aprile 2008
author: tantecarecose @ 18:10
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Paura, eh?
domenica, 30 marzo 2008
author: tantecarecose @ 17:40
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Domani mi faccio i buchi. Dice: alle orecchie? No, al ginocchio.

Artroscopia, artroscopia
per leggera che tu sia
io mi faccio l'anestesia.


Se mi risveglio, scrivo.
martedì, 25 marzo 2008

La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:

- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".

La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.

Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
sabato, 15 marzo 2008

In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)

L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.

L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.

La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.

Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
   
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.

Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.

L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.

Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.

La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.
mercoledì, 05 marzo 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, amare considerazioni, anima animale
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Riflettevo sulla mia condizione. L’unica conclusione alla quale sono arrivato è che sono un disadattato. Anche partendo da presupposti diversi, finisco sempre là. E siccome su alcune cose – davvero poche, ma questa è una di esse - sono un metodico assurdo, ho buttato giù una rapida lista dei motivi che mi rendono un disadattato. Per cui il seguente post non ha alcuno scopo divulgativo, se non per me. Consideratelo un ragionamento a voce alta. Sono un disadattato perché:

1.    perché ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico e superaffollato, in maniera del tutto indipendente dalla solennità del momento o dalla concentrazione richiesta dallo stesso, la mia occupazione principale diventa, in automatico, rintracciare sosia dei miei amici e di personaggi famosi;
2.    perché quando esco di casa affido l’esito della mia giornata a sfide improbabili con il destino. Mi spiego. Metti che io stia percorrendo una strada, che nel verso opposto arrivi un’altra persona e che a metà strada tra noi ci sia un palo della luce. Il mio primo pensiero mattutino è: se arrivo lì prima di lui, oggi succede questa cosa (dove “questa cosa” è un evento che cambia di volta in volta, ndr);
3.    perché alle sfide col destino ho imposto anche un regolamento ferreo. Tipo che non si può correre per vincere la sfida e che, allo stesso modo, se si mette a correre il tuo inconsapevole avversario tu non puoi fare altrettanto perché il destino ha evidentemente fatto la sua scelta;
4.    perché non riesco a cogliere il senso traslato delle parole e dei cognomi, specie se associati ad animali. Perciò, se nell’esercizio delle mie funzioni, incontro il titolo “Draghi a Palazzo Chigi” non posso che immaginare Prodi circondato da mitologiche creature sputafuoco. Se si parla di “Talpe al commissariato di polizia” vedo solo degli agenti che dialogano con dei roditori miopi;
5.    perché se una battuta mi ha fatto particolarmente ridere, sono capace di farlo anche ore dopo e in contesti sociali drammaticamente diversi. Il che comporta immotivate manifestazioni di ilarità – che so? – nel mezzo di un film drammatico al cinema o nel corso di una commemorazione funebre;
6.    perché questo devastante effetto della risata in differita si manifesta anche per battute che ho fatto io. Il che palesa un tasso di autocompiacimento senza precedenti. E in questo momento immagino ovviamente un tasso (l'animale) che tesse (l'enimele) le sue lodi in modo insistente;
7.    perché mi piace fare il pioniere musicale che ascolta cd di gente sconosciuta ai più. Il che non significa gruppi di nicchia, che una loro nicchia comunque ce l’hanno. No, io ascolto solo cd di gente sconosciuta davvero a tutti, finendo per ascoltare musica oggettivamente di merda 24 ore su 24;
8.    perché una volta, per provarci con una ragazza, l’ho invitata a casa mia a guardare “Hot shots”;
9.    perché una volta, per vincere un sombrero (valore commerciale credo 2 euro), ho bevuto dieci tequila bum bum di seguito (valore commerciale 10 euro), finendo quasi in coma etilico (avevo bevuto il mondo anche prima, ovviamente);
10.    perché, stanco di vivere nell’anonimato, ho deciso di aprire un blog che, in maniera del tutto geniale, non ho chiamato con il nome.
mercoledì, 27 febbraio 2008

No, vabbè. Io volevo scrivere una cosa contro i cantanti stranieri che vanno a Sanremo e dicono sempre che l’Italia è il posto migliore della Terra. Stasera ci è cascato pure Simon Le Bon. Niente, è più forte di loro. Sarà per questo che stimo Brian Molko che non cagò nessuno e prima di andarsene, giacché c’era, spaccò pure una chitarra.

Volevo scrivere una cosa così ma mi brucia troppo quello che ho visto su Italia 1. C’era Tre metri sopra il cielo. Io dovevo sapere, capite? Per combattere meglio il nemico devi conoscerlo, o no? Il problema è che stasera ho capito che non potrò mai avere la meglio su Federico Moccia perché lui è un pazzo squilibrato. Devi esserlo per scrivere una cosa così. A parte tutto il film, il resto è decente. 3msc è una delle tre cose più brutte che io abbia mai visto nella mia vita: le altre due sono la risonanza magnetica del mio ginocchio e il lavandino di casa di un mio amico di Foggia che, dopo un capodanno, venne intasato dal vomito di un’altra mia amica di Foggia. 3msc è l’assenza di senno fatta film. La storia non esiste, ci sono solo personaggi dai nomi assurdi (uno si chiama pure Pollo, che, per fortuna, a una certa, muore) e il film scorre via su Babi e Step che scopano, poi si prendono a schiaffi, poi piangono, poi litigano e si mandano i messaggini. Comunque non parlano mai. E come potrebbero, poveri? Babi è geneticamente modificata e può solo tirare su col naso e, quando sconfina nel fantastico mondo dei verbi e dei sostantivi, lo fa tra delle lacrime assurde, risultando incomprensibile anche a se stessa. Al punto che, a fine film, anche lei non avrà capito nulla di quello che è successo. Step non piange mai perché è un cazzo di duro. Neanche quando gli fanno notare che è palesemente più grande degli altri attori e, ciononostante, frequenta ancora il liceo.  E poi Step non è in grado di parlare: si esprime per suoni gutturali e bisillabi scomposti. Ora: io, di fronte a una mente che ha partorito dei personaggi così, non starei tranquillo nemmeno un po’. Il problema è che Moccia è come il mostro finale dei videogame e lo dimostra tirando fuori dal cilindro l’arma segreta: una sequenza di circa due minuti fuori dal mondo di ogni logica finora nota alle filosofie occidentali.

E’ tipo così: Step arriva a una festa e, senza parlare, si pomicia Babi. Poi Babi riceve una telefonata e, senza parlare, inizia a piangere e fugge. Step mugugna qualcosa e fugge pure lui. Arrivano da una parte dove c’è Pollo morto, che detta così sembra una rosticceria, ma in realtà è una strada dove Pollo si è schiantato con la moto. Pollo è il miglior amico di Step, eh. Ma Step è un duro e non piange. Babi invece sì. In questo clima si manifesta l’imponderabile. Babi scappa e rinfaccia a Step di non dare stabilità alla sua vita, costringendola a momenti di euforia e di tristezza troppo ravvicinati. Step, invece di mandarla a cagare che “che cazzo è appena morto il mio migliore amico”, inizia a ribattere e i due litigano. Litigano, cazzo. Litigano con il cadavere del loro migliore amico a terra, in una sacca di cellophane. Si prendono pure a pizze in faccia per la loro inutile relazione, mentre la scientifica nel frattempo porta a termine l’autopsia e accerta che Pollo in realtà è morto dopo aver ingerito per la vergogna il copione del film. Per questo adesso io non insulterò più Moccia perché ho capito che devo avere paura di lui. Moccia è un pazzo psicopatico di quelli che ti guardano con la fissità dell’ebete prima di piantarti un machete nella nuca.

Nel film c’è però un alter ego dell’autore che aiuta a capire la sua personalità o, almeno, le cause di tali deformazioni cognitive. E’ il fratello di Step. Bene: questo per sette ottavi di film è la persona più antipatica del pianeta. Poi, in cinque minuti di pellicola, la ragazza lo lascia, perde il lavoro, gli portano via pure un cane che gli stava sul cazzo e, di colpo, riscopre l’amore per il fratello e diventa simpatico. Una chiara proiezione dei traumi subiti dal Moccia.

Ma soprattutto c’è una cosa che non capisco e qui, ahimé, temo che la colpa non sia di Moccia. Se tutto il film è girato a Roma e i protagonisti sono tutti romani, perché la voce narrante è di un milanese esasperato tipo il commendator Zampetti?

Moccia è pazzo e io lo temo.

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