giovedì, 03 luglio 2008

Tanto tutti prima o poi ci abbiamo provato, per cui non mi sento un alieno a dire quello che sto per dire. Che poi se sei giornalista, se hai fatto l’animatore o lo speaker in radio, se hai un blog o se ogni tanto partecipi a qualche concorso di narrativa, una componente egocentrica ce la devi avere. Io le cose succitate le ho fatte tutte, quindi ho tante componenti egocentriche. O una sola, però molto grande. Insomma: io sono uno di quelli che ogni tanto testa la sua popolarità su Google.

Devo dire che, da questo punto di vista, essere Gianluca Cordella e non Mario Rossi mi ha agevolato non poco il compito. Almeno le pagine trovate parlavano di me e quasi esclusivamente di me. Senza dover stare a passarle in rassegna tutte, sfoltendo la mia effimera auto-affermazione di ingombranti omonimie. E sin dall’inizio mi sono portato appresso un Gianluca Cordella che parla di automodellismo e un Gianluca Cordella calciatore/modello. Il modellista non mi ha mai preoccupato tanto. Aveva le sue due belle citazioni e, a distanza di anni, quelle sono rimaste. Quindi questo Gianluca Cordella o è morto o ha appeso i modellini al chiodo, peraltro frantumandoli in mille pezzi. Niente da aggiungere su di lui. Il calciatore/modello è già più problematico. Intanto perché è stato lui a spingermi la prima volta a cercare il mio nome. Sfogliavo una rivista inutile, quando trovai una pagina con una gamba muscolosa e una scarpa di Dirk Bikkembergs. Con la scritta “Gianluca Cordella posa per Dirk Bikkembergs”. La soluzione era facile: dovevo querelare questo stilista da quattro soldi per aver provato ad arricchirsi con il mio nome. Da buon egocentrico non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che potesse trattarsi di un omonimo. Era chiaro che quella vecchia volpe di Dirk mi conoscesse bene e avesse deciso di usare il mio nome. Altrimenti perché non avrebbe fotografato il modello anche in faccia? Il classico scambio di persona. Ma mentre mi vedevo già in tribunale di fronte a un Dirk imbarazzato che provava a dimostrare che quella gamba fosse la mia, mi imbattei in un manifesto di Bikkembergs con Gianluca Cordella sano. Non ero io, cazzo. Un omonimo celebre e ingombrante. L’anagrafe mi aspettava: dovevo diventare almeno Gianluca Cordelli. La fama di questo calciatore/modello doveva però fare i conti con la brama di successo di Bikkembergs che, messi da parte i calciatori dilettanti, decise di lanciare la nuova campagna pubblicitaria con calciatori di serie A. Da allora di Gianluca Cordella non si è saputo più molto, a parte – e questo brucia ancora – che lui ha delle pagine che parlano di lui in cirillico. Cosa che io, a meno di miracoli, non avrò mai. Pazienza. E comunque oчевидно, в честь чемпионата мира по футболу лицом марки в этом олимпийском году стал популярный итальянский футболист Джанлука Корделла.

Nel frattempo il blog stava iniziando a crescere, avevo vinto un paio di concorsi di narrativa e avevo pubblicato qualche racconto qua e là. Insomma stavo diventando io il vero Gianluca Cordella.  Pagine in aumento, primi risultati tutti per me e avversari che non crescevano.

Qualche settimana fa, il dramma. Nel Salento è venuto fuori ‘sto Gianluca Cordella campioncino, a quanto pare, di sollevamento pesi. Per me, l’inizio della crisi. Le sue pagine si stanno moltiplicando, e in numero, e in popolarità. I risultati legati a lui hanno già scalzato 2-3 pagine di risultati con il mio nome. Presto il vero Gianluca Cordella sarà lui e io finirò per essere una meteora della notorietà, peraltro solo informatica, considerando la coltre di anonimato che ricopre come un plaid scozzese la mia vita professionale. A me diranno “Gianluca Cordella? Ah, come il pesista...”. Che poi questo è pure un under 23, c’ha una carriera davanti, magari le Olimpiadi. E io no. Fosse stato – che ne so – un tenero fioraio avrei potuto anche meditare di eliminarlo fisicamente. Invece no, è un pesista, cazzo. Roba che magari mi fracchia anche di mazzate mentre tento di ripristinare la mia web-egemonia. Che amarezza. Perciò...niente, l’unica cosa che chiedo è di scrivere Gianluca Cordella ovunque capiti. Blog, siti, anche istituzionali, forum. Mi va bene tutto. D’altra parte non è colpa mia se fra il nessuno e il centomila, ho sempre tifato per l’uno.
mercoledì, 04 giugno 2008

Niente, ormai è inevitabile. Una bella crisi diplomatica con la Svezia non ce la può togliere proprio nessuno. Il motivo? Un boicotaggio economico bello e buono. No, dico: manco non lo sapessimo che a ‘sti svedesi toccategli tutto ma non l’Ikea. E l’Einaudi cosa ti va a fare? La beffa imperdonabile ai Flärke. No, no, no. Devo calmarmi e spiegare tutto senza farmi prendere dall’ansia...

Tutto è cominciato tempo fa, quando l’Ikea lancia sul mercato il porta cd/dvd/libri da parete Flärke. Nella sua semplicità, un gioiello di versatilità di 111 cm per 33 per 16. Economico (9,99 euro), facile da montare e utilissimo per riportare l’ordine anche nelle camere più incasinate. Troppo irresistibile per non averne in casa almeno uno. E chi è Tcc per resistere alla tentazione? Orgoglioso del mio Flärke, è inutile negarlo, lo sono stato sin dall’inizio. Al punto che, tempo appresso, decisi di dargli dei fratelli, visto il gran numero di cd, dvd e libri presenti in casa. E, sistemati i primi e i secondi, avevo scoperto la goduria di collocare in ordine i terzi, dividendoli per case editrici e per autori con un ordine maniacale. Tascabile Feltrinelli ai primi piani, Oscar Mondadori agli ultimi (meri criteri politici), Einaudi Stile libero nel settore intermedio. Tutto filava liscio e la mia vita con i Flärke scorreva via placida e serena. Né io, né loro potevamo immaginare quello a cui stavamo andando incontro.

Qualche giorno fa finisco di leggere “Firmino”, di Sam Savage, e, come da prassi, mi avvio con il sorriso soddisfatto verso il Flärke riservato agli Einaudi per collocarlo tra Aldo Nove e Fred Vargas. Che bella quella muraglia gialla con le scrittine verticali nere! Pregustando il suo imminente accrescimento, vado per inserire Firmino e l’orrore si manifesta in tutta la sua portata: il libro non entra. “Non può essere”, mi dico. E’ dannatamente identico a tutti gli altri. Ci riprovo: niente. Firmino non entra. Lo metto di sbieco: niente. Provo a incurvarlo al centro per poi rilasciare: niente. Non mi resta che la prova del dna: confrontarlo con un altro Einaudi a caso. Ora: l’altezza che separa le due mensole del Flärke è 19,5 cm. Esattamente la stessa degli Einaudi stile libero che, di fatto, calzano a pennello. Non la stessa di Firmino, però, che è appena appena più lungo: 20 cm e qualcosa. Eliminando dalle possibilità l’errore umano – un falegname svedese non farebbe mai dei bozzi a una propria mensola – e l’errore di stampa, ditemi voi quale possibilità resta. Il complotto, è evidente. Ipotesi avvalorata da una subdola e minuscola scritta in rosso che segue la dicitura "Einaudi stile libero" su Firmino: Big. Einaudi stile libero big. Una collana apposita, uguale in tutto e per tutto alla precedente se non per le pagine più lunghe di un centimetro? L’Einaudi – è ormai evidente
ha deciso di allungare volutamente il formato dei propri libri per mandare in crisi il mercato dei Flärke e, di questo passo, l’Ikea tutta. Ma perché l’Einaudi odia l’Ikea? E’ questo che mi chiedo ossessivamente da giorni. L’unica risposta sensata che sono riuscito a darmi è che hanno lo stesso fornitore di alberi. Logico, no? Fare fuori l’avversario per avere il monopolio delle forniture. Perciò dico che la crisi è ormai irreversibile. La Svezia non può soprassedere all’estinzione dei Flärke. Aspettiamoci chiusura delle frontiere, dazi doganali sulle merci italiane, protezionismo a oltranza. Basta valchirie bionde da abbordare nelle discoteche romagnole. Basta quadri svedesi nelle palestre delle scuole italiane. Per questo, quando ci troveremo lungo i confini eserciti di falegnami scandinavi disoccupati e incazzati, armati di coltelli Skärpt non facciamo come al solito finta di non saperne nulla. E se avete pensato che si trattasse solo di uno stupido problema e lo avete aggirato semplicemente sistemando i libri in orizzontale, be', sappiate che la Terza guerra mondiale è anche un po’ colpa vostra.
martedì, 25 marzo 2008

La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:

- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".

La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.

Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
martedì, 19 febbraio 2008

La scena è sempre la stessa: c’è lui che fa delle cose, mediamente inutili e che comunque attraggono tutta la sua attenzione, e lei che, a un certo punto, arriva figa, sorridente ed emozionata. Lo chiama, lui distoglie l’attenzione dal suo universo fatto del nulla, lei prende fiato e pronuncia amorevole la fatidica frase: “Saremo in tre”. Al che lui rimane senza parole, farfuglia qualcosa di lontanamente assimilabile a un lemma e poi si lascia andare a pensieri annessi alla sua imminente paternità. E comunque sono tutti felici e normalmente sereni come avessero azzeccato al Superenalotto un 4 da duemila euro scarsi.

La stortura della realtà è evidente. Chiunque abbia praticato sesso nella sua vita con una certa costanza, primo o poi si è trovato in prossimità di situazioni simili. Il reale arrivo del figlio è poi un dettaglio secondario ai fini della nostra analisi. Perché quello di cui in questa sede si vuole parlare è l’enorme differenza che intercorre tra la realtà filmica o pubblicitaria dell’annunciazione e la realtà reale dell’annunciazione stessa.

Nella vita reale il rischio di una gravidanza è accompagnato da un’ansia lancinante che si manifesta già una settimana/dieci giorni prima della data prevista per l’arrivo del ciclo. Lei è tesa perché non sente in movimento la situazione al suo interno e poco conta che tu sia abbastanza sicuro considerando che lei prende la pillola da sempre, che negli ultimi due mesi l’avete fatto altrettante volte e che, in entrambe le occasioni, tu avevi tre preservativi incastonati l’uno sull’altro e, cosa non meno trascurabile, non avevi raggiunto l’orgasmo. Però lei teme comunque le perdite, queste piaghe mitologiche la cui esistenza non è accertata e dovrebbe comunque essere concepita come una mini eiaculazione di acido solforico per perforare i tre preservativi e arrivare a destinazione.  Comunque: l’ansia sale e allora non rimane che ricorrere al drammatico test. Anzi, sarebbe più corretto dire “ai drammatici test” visto che, per maggiore sicurezza, ne viene acquistato uno di ogni marca in modo da ridurre il margine di incertezza non solo in prossimità dallo zero, ma, se possibile, addirittura sotto lo zero. In pratica l’ansia di maternità viene al test stesso che, per fugare ogni dubbio, si rivolge alla tua ragazza. Nonostante i test abbiano dato tutti impietosamente esito negativo e la tua ragazza sia ormai disidratata a causa degli ettolitri di pipì necessari per gli esami del caso, l’angoscia non passa e, anzi, monta ulteriormente. Ogni giorno che scorre verso l’attesa data d’arrivo del ciclo è una sferzata alla tua improvvisa voglia di un’autocombustione. Lei è intollerabile e ti rinfaccia continuamente il tuo stato di calma, dettato dalle attenuanti di cui sopra. A ogni immagine di un bambino, da quelli della pubblicità dei pannolini fino a quelli nei vasi con i fiori in testa che popolano i poster delle cartolibrerie, la senti tirare su col naso. Speri si sia fatta di cocaina, ma poi scoppia a piangere e il dramma è ormai manifesto. Non potrai fare nulla per calmarla, tanto non riuscirai mai a pronunciare qualcosa di così sensato da risultare idoneo alla tragedia in corso. Arriva il giorno delle mestruazioni, ma non le mestruazioni. Il panico si affetta ormai con l’intero set di coltelli Shogun di Mediashopping. Le scene di isteria ricordano quelle che hanno accompagnato il terremoto dell’Irpinia. Anche la tua impotenza è pressoché simile. Ma non sei uno che si perde d’animo e inventi soluzioni creative. Nel sonno provi a spruzzarle addosso del ketchup, sperando di prenderla in confusione. Ma è tutto inutile, anzi lei si incazza il doppio perché le hai anche sporcato le lenzuola appena cambiate. Sei in balìa degli eventi: passi le giornate a parlare con un tuo amico immaginario che per empatia hai ribattezzato Ogino Knaus, fingendo sia tedesco. Lei intanto è rassegnata e ha già iniziato a mettere da parte stivali col tacco e vestitini iper-attillati per riempire l’armadio di tutoni oversize e di completini per bambini.

Insomma: è chiaro che l’importante ai fini dell’investigazione non è capire se il bambino arriva o no, ma capire che, dopo siffatto stress, quel tipo di annuncio, quel maledetto “saremo in tre”, in natura non può esistere. E se anche lei dovesse essere così brava da riuscire a dirtelo, considera seriamente l’idea che il terzo possa essere quell’omino che dice di essere il marmista e la cui funzione non ti è mai stata chiara, considerando che a casa hai il parquet.
mercoledì, 06 febbraio 2008

Lo fanno, mica non lo so. Sono un giornalista pure io e le conosco le voci che girano sui complotti orditi dalla stampa per coprire fatti scabrosi. La diretta di Alfredino nel pozzo si disse che era stata fatta per distrarre dal casino della P2. E cose così. Ora io ho sempre pensato che queste fossero cazzate, invece oggi ho scoperto che del vero c’è. Almeno qualche volta. Per esempio, non voglio tirare in mezzo storie di verità esasperate per coprire altre verità, ma posso dire che spesso una verità viene raccontata parzialmente. Che di un fatto viene fornito un solo punto di vista, come al Tg4. Che di una notizia si fornisce solo il lato raccontabile, con una metà oscura che resta tale come nel romanzo di Stephen King. Ora: oggi la notizia del giorno era il ritrovamento dello Smile sulla Luna.
 
Smilesmile.happy


Stoltamente starete pensando che oggi hanno pure sciolto le Camere. Ingenui che siete. Siamo proprio nel caso di cui sto parlando. Lo scioglimento delle Camere è stato deciso solo per coprire una scottante verità che non poteva essere raccontata. Bella la Luna, bello lo Smile e giù pagine di giornali con il disegno del satellite affiancato a quello della simpatica faccina. Due simboli puliti, pubblicabili, persino benauguranti. Pensare che ci siano marziani che viaggiano nello spazio disegnando faccine sorridenti, alla fine, rasserena pure quelli che aspettano – giustamente – che prima o poi arrivi sulla Terra un’orda di extraterrestri incazzati a romperci il culo per qualche motivo. Un’ipotesi probabile e non ancora smentita. Sì, perché Napolitano e le elezioni sono solo una copertura per evitare che la concentrazione cadesse su un’altra verità. A qualche metro di distanza dallo Smile lunare, infatti, è stato ritrovato anche questo.

Cippaconiglio LunareCippa_Coniglio_2


Chiaro, no? Ma quali marziani cordiali e simpatici… Il ritrovamento del Cippa-coniglio lunare testimonia che per le galassie si aggirano bande di extraterrestri, non dico pericolosi, ma quantomeno minchioni, sì. Immaginate la Terra invasa da creature così.

Primo incontro del terzo tipo
Marziano: Tidssbvsdbv!
Terrestre: Eh?
Marziano: Sto cazzo! AHAHAHAHAH!!!!

Secondo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io parlare tua lingua e venire da posto dove tutti conoscere te!
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Terrestre, e sai chi salutare molto te?
Terrestre: No…
Marziano: Sto cazzo!  AHAHAHAHAH!!!!

Terzo incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io venire in segno di pace (e tende la mano)
Terrestre: Davvero? Grande! (e tende la mano)
Marziano: AHAHAHAHAH!!! (dopo aver dato la scossa al terrestre con il pulsante nascosto nella mano e averlo innaffiato con la margherita spruzza-acqua, appuntata sulla giacca)

Quarto incontro del terzo tipo

Marziano: Terrestre, io insegnare te nostro saluto
Terrestre: Davvero? Grande!
Marziano: Tu tirare mio dito
Terrestre: (esegue)
Marziano: Prrrrrrrrr AHAHAHAHAHA!!!

Quanti insegnamenti si possono trarre da questa storia… I marziani parlano come i neri delle barzellette, i terrestri sono un po’ ripetitivi e a fare le gare di flatulenze ci si diverte comunque pure sulla Via Lattea.
venerdì, 18 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 01:51
category: laif is nau, geni del male, agenti e reagenti, amare considerazioni
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Ci sono le domande secche, per le quali si presume che il domandante voglia una risposta. Ci sono le domande retoriche, che invece sono quelle per le quali la risposta non è necessaria perché non hanno fini conoscitivi. Poi ci sono delle domande che hanno la forma della domanda retorica, però in realtà esigono una risposta di fronte alla quale il domandante si troverà sistematicamente spiazzato al punto da rimpiangere di avere scelto una domanda della suddetta categoria. Di questa categoria di domande, in realtà, fa parte una sola domanda:
 
“Lo sai che sei bellissima?”
 
Io non so da Roma in su, ma da Roma in giù è un classico del non-rimorchio. E’ la classica frase tamarra usata da noi orgogliosi abitanti del Mezzogiorno per importunare le donne in discoteca, per strada o in qualsiasi altro luogo. Ora: un siffatto quesito, nella mente del domandante, dovrebbe generare un sorriso imbarazzato della ragazza, che comunque, secondo copione, dovrebbe andare via senza rispondere. Il problema è che il copione non sempre viene rispettato. Anzi i copioni che c’erano in classe da me non erano rispettati mai. Molti di loro sono stati bocciati. E quando ciò si verifica – che il copione non sia rispettato, non che venga bocciato – il dramma è manifesto.
 
Situazione 1:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Sì
Tu: ...
Lei: ...
Epilogo: Conversazione finita. Fingi che ti abbia chiamato un amico (se sei per strada) e ti allontani scusandoti, come se lei avesse un qualche reale interesse a sopportare la tua inutile presenza. Fingi che il dj abbia messo il pezzo che aspettavi da inizio serata (se sei in un locale), anche se sei al sesto minuto dell’ipnotico remix  di Dj Cosmonaut di “Sinergy for the devil in the blockin beats”, che notoriamente di minuti ne dura 23 minuti. Nei casi più estremi fingi che ti abbia chiamato un tuo amico in discoteca. Il che, con le sonorità di Dj Cosmonaut che martellano, è francamente improbabile. In ogni caso lei racconterà alle sue amiche che un coglione l’ha abbordata con la classica frase. E, nell’ipotesi migliore, ti rimuoverà dalla sua memoria a breve termine.
 
Situazione 2:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: No
Tu: Come no? Non ci credo che non te l’ha mai detto nessuno...
Lei: No, davvero (dice lei, grattandosi compiaciuta il grosso brufolo sul naso)
Tu: Mi stai prendendo in giro...
Lei: No, davvero (dice lei, togliendosi con i denti il nero depositato tra le unghie)
Tu: Vabbé, allora sono io il primo che te lo dice...
Lei: Grazie (dice lei, scrollandosi la forfora dalla giacca)
Epilogo: A lei non pare vero di aver trovato finalmente uno disposto a portarsela a letto. Tu di auto-insulti per non essere riuscito ad arginare il gusto di rompere le palle a qualsiasi cosa semovente di genere femminile. A quel punto puoi scegliere di starci, per dimostrarle che tra le tue qualità, oltre al coraggio, c’è la coerenza. Oppure puoi usare i due escamotage della situazione 1. In ultima battuta puoi fuggire senza motivo (per lei), imbarcarti sul primo volo disponibile e procurarti in fretta dei documenti falsi.  
 
Situazione 3:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: E tu lo sai che sei patetico?
Tu: ...
Lei: Muori, coglione
Epilogo: Per dei sinistri meccanismi intrinseci alle mente maschile, ti innamori. La disfatta serale sarà dunque quella di tornare a casa umiliato e innamorato di una donna che non vedrai mai più nella tua vita.
 
Situazione 4:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Dipende cosa intendi per “bellissima”...
Tu: Beh, che hai un corpo perfetto, un viso stupendo... Bellissima, insomma
Lei: Quindi tu sei uno che non va oltre le apparenze?
Tu: No, ma per conoscersi c’è tempo...
Lei: Certo, ma se fossi stata un cesso non ti saresti neanche avvicinato...
Tu: Non è vero (menti), mag...
Lei: Però sei partito subito con la menata che sono bellissima. (ti interrompe)
Tu: Sì, perch...
Lei: Ah già, perché tu guardi alla simpatia. Quindi immagino che userai la stessa tattica con tutte per scoprire se sono simpatiche. Dunque, per te non sono affatto speciale. (incalza)
Tu: No, ma tu...
Lei: Ma io cosa? Non vedi che ti stai arrampicando sugli specchi?
Tu: ...
Lei: Cos’è? Non parli più?
Tu: ...
Lei: Senza palle, fai schifo.
Epilogo: Ormai esausto la colpisci con una testata, fingendo di starnutire. Fuggi prima che possa riprendersi, anche se l’ingresso al locale ti è costato una buona ottantina di euro. 
 
Situazione 5:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Evidentemente sì, altrimenti Brad non mi avrebbe sposata
Tu: Scusa, Angelina, non ti avevo riconosciuta...
Lei: ...
Epilogo: Torni a casa con una foto autografata e cerchi di riflettere sul fatto che per una volta che incontri casualmente Angelina Jolie potevi fare una figura migliore.
 
Situazione 6:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Bellissimo, semmai.
Tu: Oh, scusa Mario, non ti avevo riconosciuto.
Lui: Figurati. Birra a casa mia?
Epilogo: Rifiuti e pensi che dovresti sentire più spesso i tuoi amici ché la gente con il tempo cambia. E pure parecchio.
martedì, 08 gennaio 2008

Ci sono tante cose che non saprò mai fare nella mia vita. Come, ad esempio, sconfiggere le forze del male, risanare il debito pubblico o resuscitare i morti. Poi ce ne sono altre che, pur essendo infinitamente più piccole e in apparenza insignificanti, non saprò fare lo stesso. Uno di esse, di gran lunga quella che mi crea il maggior numero di problemi, è salutare le cassiere del supermercato. Non è un’osservazione classista, nel senso che lo so che per salutare la cassiere basta dirle “ciao”. Solo tecnicamente, però. Nel senso: se entri nel supermercato vuoto e alle casse non c’è nessuno, arrivi, saluti, paghi e vai via. Magari prima di andare via regali anche qualcuna delle tue irrefrenabili battute umoristiche. Ma se alla cassa c’è fila... Lì sì che si materializza il dramma. Perché scegliere il tempo del saluto è impossibile e comunque finirai per fare la scelta sbagliata. Per questo io odio le cassiere dei supermercati. Perché ci provano gusto a fingersi amiche con il solo intento di rendere la mia vita un inferno.
 
Caso 1: la fila è interminabile e tu, che ti sei appena messo in coda dietro la vecchina imbottita di detersivi, inizi a cercare freneticamente lo sguardo della cassiera. Lo trovi e la saluti sprezzante del resto della gente. Bene, è questo il caso in cui sarai malvisto da tutto il resto della fila. Quel saluto verrà inevitabilmente visto come quello di chi arriva alle poste e, mascherandosi dietro uno “scusate, devo solo chiedere un’informazione”, scavalca tutta la fila, arriva allo sportello dall’impiegato che conosce, consegna il modulo o il bollettino del caso e conclude l’operazione in due minuti e tredici secondi netti. Tutti inizieranno a guardarti di traverso. La vecchina con i detersivi attaccherà discorsi ovvi sulla maleducazione dei giovani d’oggi. E se poi trovi pure il moralizzatore, dovrai sorbirti frasi volutamente provocatorie che spaziano dal vago “in questo supermercato c’è chi ha l’impressione di stare in salotto con gli amici” al diretto “mi raccomando, non iniziamo a fare i furbi e rispettiamo la fila”. Senza contare che se la cassiera non la conosci ti prenderà per una sorta di Charles Manson che cerca di sedurre le cassiere per poi ucciderle in un parcheggio di un centro commerciale.
 
Caso 2: ti metti dietro la vecchina e per i primi tre metri di fila fai il vago come in ascensore. Guardi ovunque, fisse le scarpe, ti concentri sul colorato banco che mischia senza logica i prodotti Kinder e quelli Hatù. Comunque eviti di incrociare lo sguardo della cassiera. Quando arrivi a due-tre persone dal pagamento, cerchi il suo sguardo e, infine, saluti. Bene, penserà che sei un classista del cazzo e ti vergogni di essere suo conoscente. E’ ovvio. Perché non avresti dovuto salutarla appena arrivato in fila, sennò? Lei ti ha notato mentre fingevi interesse per gli Happy Hippo. Ma tu, destrorso dei miei coglioni, hai fatto il vago per tutto il tempo pur di non mostrare agli altri soci del Rotary in fila con te che rivolgi la parola a gente di così bassa levatura. Sei proprio una merda.
 
Caso 3: la ignori fino al tuo turno. Sei un maleducato approfittatore. Certo, perché per te i rapporti sociali hanno un senso solo se sono funzionali a qualcosa vero? Scommetto che se non fossi obbligato a pagare fileresti via liscio senza nemmeno un “ciao” al volo. E, poi, scusa, perché non salutarmi mentre passavo i detersivi della vecchina prima di te? Stavi già sistemando la tua roba sul nastro gommato, dietro la barra “cliente successivo”. Cosa c’é? Fin quando non lavoro per te non sono degna di saluto? Stronzo.
 
Caso 4: fingi di soffrire di forti amnesie e ogni giorno che vai al supermercato ti cali nel ruolo di quello che va in quel supermercato per la prima volta. Se poi hai dei colleghi disposti a perorare la causa tanto meglio. Le prime volte, di fronte ai volti inferociti delle cassiere, potranno scusarsi loro per te, spiegando la tua malattia.
 
Caso 5: ordini la spesa per telefono. Spendi di più, ma sei felicissimo di poter accogliere il filippino che te la porta a casa con un sorriso a 384 denti.
sabato, 03 novembre 2007
author: tantecarecose @ 23:03
category: agenti e reagenti, questa cosa secondo me
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Ti insegnano che le parole si disperdono nell’aria manco fossero un peto. Anzi, quest’ultimo, in molti casi, tende a disperdersi più lentamente di aggettivi e avverbi vari. Il punto però è che le parole volano in modo molto diverso a seconda dei segni di interpunzione che le accompagnano. L’altro punto però è che se hai modo di leggere i segni di interpunzione significa che non di verba che volant stiamo parlando, ma di scripta che, in quanto tali, manent. E allora tutto quello che ho scritto finora perde di senso o, per lo meno, fornisce la giusta impressione che abbia preso la questione un po’ alla larga.
 
In realtà cercavo solo il solito modo simpatichino di iniziare il post per introdurre, poi, l’ennesima classificazione della mia vita. Che, nella fattispecie, è relativa alla punteggiatura e alla diversa percezione del mondo che è in grado di favorire. Così accade che un banale “a presto” in chiusura di una mail assuma nella mente di un uomo mediamente paranoico una serie di connotazioni impazzite di significato legate ai segni grafici che lo seguono. Vediamo nel dettaglio.
 
A presto, (con la virgola e la firma seguente) = E’ il saluto ammazza-ormone. Anzi, in realtà ti fa anche incazzare un bel po’. Perché quella virgola fa solo capire che alla tua corrispondente non gliene frega una cippa di te, ma che, al contempo, forse per motivi lavorativi o di comodo cerca una forma che ti faccia sentire in confidenza con lei senza illuderti su una sua presunta e irrefrenabile voglia di dartela. Lei crede che sia l’apresto a fare tutto ciò; in realtà è la virgola. Chi ti saluta con l’aprestoconlavirgola va di fretta, non ha voglia di soffermarsi con te più di tanto ma deve farlo per chissà quale motivo.
 
A presto? =Amico scrittore, ma che ci farai alle donne tu? Con l’interlocutrice interrogativa, infatti, hai scazzato per qualche motivo, ma finalmente lei si accorge – o sei riuscito a convincerla – che hai sempre avuto ragione tu. Anche quando cercavi di farle capire che la sua migliore amica non aveva avuto l’idea più geniale del mondo decidendo di sposarsi nel giorno della finale dei mondiali. Ovviamente invitandovi alla cerimonia. La ragazza che usa l’aprestointerrogativo parla con le amiche di te dicendo frasi tipo “e quel povero di Tcc” o “quel santo del mio fidanzato” e cose così. In definitiva è caduta nella tua trappola fatta di inutili sacrifici tipo “amore, mangia tu l’ultimo supplì tanto io ne ho già mangiati sedici” e ora spinge per la tua canonizzazione. L’aprestointerrogativo, quindi, indica che se non altro un approccio fisico c’è già stato. Quindi questa è l’unica chiusura di mail che spinge l’uomo paranoico non a chiedersi “me la dà o no?” ma semmai “me la ridà o no?”.
 
A presto! = Qua non si scappa: hai intercettato la zelante! Quella che ha un sacco di amici e che può venire a cena indifferentemente con te, con Carmelo Bene o con Mister Bean, riuscendo a intessere con tutti e tre delle conversazioni entusiasmanti. L’aprestoesclamativo è sinonimo di donna iperattiva, ben oltre i limiti della frenesia, che va sui roller con l’iPod che le spara nelle orecchie quel gruppo troppo figo che un suo amico ha scoperto a Londra. Poi va alle mostre, passa ore nei negozi di dischi e nelle piccole librerie indipendenti, ama lo shopping, meglio se nei mercatini dell’usato, fa le foto, passeggia scalza nei parchi, va al cinema di pomeriggio che fa un sacco simpatica mattacchiona, va in palestra, fa i massaggi, studia teatro, non perde un aperitivo dal 1997 e nel week-end visita le capitali d’Europa con i voli a basso costo. Probabilmente ha la Smart e le sue amiche “sono tutte delle matte”. Purtroppo – e qui c’è il controsenso – l’aprestoesclamativo è usato da donne che, di fatto, non hanno amiche. Sì, perché questa assurda frenesia fa inspiegabilmente presa più sull’uomo paranoico, che la vede come un’affascinante molteplicità di interessi, che sulle altre donne, che la identificano con la mera zoccolaggine. A ben guardare anche l’uomo la vede come mera zoccolaggine, per questo tende a rispondere con zelo alle mail chiuse dall’aprestoesclamativo. Purtroppo però la donna che si congeda con l’aprestoesclamativo decide di concedersi – anche con frequenza – ma con criteri ignoti ai più, spesso contrari a molte delle logiche conosciute e comunque al vaglio degli esperti comportamentisti ormai da decenni.
 
A presto. = Qui la faccenda si fa interessante. La donna dell’aprestocolpunto vuole fare l’enigmatica ma, sotto sotto, ha già deciso che almeno una pomiciata ci scappa. Nelle sue teorie il punto dovrebbe spiazzare. Sa che non ha i requisiti per il punto interrogativo, che non ha gli interessi giusti per il punto esclamativo e che, in fin dei conti, ti ritiene meritevole di qualcosa in più di una virgola. “Con il punto sono decisa, secca. E lui non ci capisce nulla”, ghigna malefica sotto i baffi. Ma ignora che tu sia un esperto di punteggiatura. Oltre che di donne baffute.
 
A presto... = Fin troppo facile. Ma se una donna che usa l’aprestocolpunto ha deciso che almeno una pomiciata ci scappa, una che di punti ne usa tre? Sesso assicurato.
 
A presto$*&#§^^ = Ti sta prendendo per il culo.
lunedì, 22 ottobre 2007

Che quando Padoa-Schioppa ha detto “fuori di casa i bamboccioni” io ero pure mezzo d’accordo. Nel senso: se avesse detto “tutti i trentenni sono dei bamboccioni del cazzo e meriterebbero i lavori forzati” mi sarei pure risentito, obiettando che molti trentenni i lavori forzati li fanno già. Ma non avendo dato del “bamboccione” a ogni trentenne esistente, io mi rifugio nelle consapevolezze di stare tra i non bamboccioni e che di gente della mia età che sta ancora a casa perché gli pesa il culo effettivamente ce n’è e non è che bisogna dire di no. Il punto, però, è un altro. E cioè che quello che vive fuori casa fa una vita abbastanza di merda. A conti fatti l’unico vantaggio è di non dover fare sesso in macchina. Per il resto è una tragedia. Specie quando ti accorgi che la tua vita sociale è solo nel luogo di lavoro. Specie quando senti che tutti i tuoi amici vanno d’accordo con i loro colleghi ed essendo statisticamente molto improbabile che 25 amici – per dire – siano stati così fortunati, capisci che è sufficiente passare dieci ore al giorno nello stesso edificio con chiunque perché diventi tuo amico. E che poi magari quella persona, conosciuta al supermercato, l’avresti uccisa investendola con un carrello carico di Mastro Lindo. Il lavoro è il vero argomento inesauribile di conversazione. Hai voglia a dire “io non lavorerei mai nello stesso ufficio di mia moglie”. Di fatto sarebbe l’unico modo per avere sempre qualcosa di cui sparlare. La panacea contro le serate passate ad aspettare i Bellissimi di Retequattro. Il problema semmai sarebbe che a parlare sempre di lavoro finiresti con un esaurimento nervoso di tutto rispetto. Ma questa è un’altra storia.
 
Dicevo: ragionando sul fisiologico crollo di rapporti sociali che si accusa all’inizio della vita lavorativa, sono arrivato alla conclusione che il segreto è ottimizzare i tempi. Tanto in ufficio ci devi stare e non ci sono santi e madonne. Ma fuori... Beh, fuori sì che scatta l’ottimizzazione. Io per esempio, considerato che non aggiorno il blog da dieci giorni perché non ho più una vita, ho messo a punto un piccolo ed efficacissimo vademecum per riappropriarsi della propria socialità al di fuori del lavoro. E funziona! Infatti adesso ho finalmente trovato il tempo di scrivere. Vediamo nel dettaglio, come al solito andando in crescendo sulla rilevanza del suggerimento.
 
5) Trasferitevi in ufficio. E’ la cosa più ovvia da pensare. Dormendo in ufficio finalmente non dovrete più effettuare spostamenti per andare al lavoro. Però... No, in realtà questo punto non è valido. Nel senso: mettiamo che eliminando andata e ritorno dall’ufficio riusciste a guadagnare due ore. Per dare sfogo alla socialità comunque dovreste uscire dall’ufficio. E poi tornarci. Vanifichereste tutto. No, no...sarebbe tutto inutile. Quindi i punti diventano quattro.
 
4) Non passate dal bagno. Sembra un’eresia, ma l’astuzia dell’uomo a volte può lasciare stupefatti. Abolire la doccia e i vari lavaggi mattutini non è poi così difficile. Senza pregiudicare l’igiene, ovviamente. Prima di andare a dormire immergete il vostro pigiama in una bacinella contenente acqua e bagnoschiuma. Quindi, dopo averlo accuratamente inzuppato, indossatelo. Dopo aver collocato svariate stufe in direzione del vostro letto, andate a dormire. La mattina vi sveglierete asciutti e profumati. In breve: pronti per uscire di casa. Tempo guadagnato: un’ora. Controindicazione: se le stufe sono troppe, potreste sudare. In tal caso la mattina sarete costretti a lavarvi, vanificando il tutto.
 
3) Lasciatevi. Se siete tra i pochi eletti che sono riusciti a preservare una vita sentimentale, nonostante il lavoro, non c’è che dire: bravi! Ora potete anche lasciarvi. Rinunciare alla relazione e al sesso vi permette di risparmiare il cinema del mercoledì sera, l’uscita con trombata del sabato e le telefonate serali nel resto della settimana. Tempo guadagnato: 5x20 min. al telefono, 3h il cinema del mercoledì, 3h l’uscita del sabato, 10 min. la trombata del sabato (totale 7h e 50 min. a settimana. In media 1h e 8 min. circa al giorno). Controindicazioni: scordate il sesso.
 
2) Abolite i pasti. Avete capito bene: questo è un passaggio fondamentale. Eliminando pranzo e cena, guadagnate qualcosa come due ore di socialità al giorno. Per nutrirvi basterà acquistare una fornitura stagionale di flebo e nutrirsi durante il sonno, mentre si lavora o quando più vi piace. Io per esempio lo sto facendo adesso. Tempo guadagnato: 2 ore. Controindicazione: alla lunga potreste non avere più vene da bucare. Evitate quindi di estrarre l’ago a pasto consumato.
 
1) Letto verticale. Sembrerà strano, ma mettere in verticale il materasso vi aiuterà non poco a espandere la socialità. Intanto perché è scientificamente provato che a dormire in piedi ci si stanca. Così eviterete di dormire per sette o più ore, limitandovi a 4 oneste orette tutte di fila. E poi evitereste la fastidiosa fase dell’alzarsi dal letto che, dal suono della sveglia al primo piede nella ciabatta, dura almeno 20 minuti. Dormendo in piedi, basterà aprire gli occhi e iniziare a camminare. Tempo guadagnato: 3 ore e 20 minuti. Controindicazioni: cambiare le lenzuola con il materasso in verticale e più difficile e potrebbe farvi perdere qualcuna delle ore guadagnate.
 
Con il metodo Tantecarecose, dunque, avete risparmiato 7 ore e 28 minuti al giorno. E poi voi lavoratori vi lamentate che non avete tempo libero. Bamboccioni del cazzo.
sabato, 06 ottobre 2007
author: tantecarecose @ 15:06
category: laif is nau, agenti e reagenti, amare considerazioni, momenti di vana gloria
comments: commenti (67)(popup) | commenti (67)

Ho aperto un blog perché era un po' che non facevo all'amore o non faccio all'amore perché passo il mio tempo a scrivere sul blog?

Nel giorno in cui dovrei festeggiare un anno di vaccate on-line - con annesse e connesse analisi sul numero dei post scritti, sui contatti aumentati, sulla demenza dei commenti e cose così - questa è l'unica riflessione che merita una certa considerazione.

Buon compl... Vabbé, va...


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