domenica, 30 marzo 2008
author: tantecarecose @ 17:40
category: laif is nau, amare considerazioni, tcc nel paese delle meraviglie
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Domani mi faccio i buchi. Dice: alle orecchie? No, al ginocchio.

Artroscopia, artroscopia
per leggera che tu sia
io mi faccio l'anestesia.


Se mi risveglio, scrivo.
venerdì, 28 marzo 2008

A leggere la Bibbia ci si fa l’idea che Dio ce l’avesse un po’ con gli egiziani, altrimenti non si spiegherebbero le dieci piaghe. A leggere la storia moderna, invece ci si fa nettamente l’idea che Iddio ce l’ha molto di più con i romani. Le piaghe, nella loro drammaticità, si esaurivano là. Quanto saranno durate? Una settimana? Un paio d’anni? Non di più. Contro Roma invece è stata lanciata una piaga molto più crudele che va avanti da 14 anni. Così, se gli egiziani hanno dovuto fronteggiare l’invasione delle cavallette e dei mosconi nell’arco di un paio di mesi, il romano vero e quello acquisito lottano da anni contro l’invasione dei maratoneti.

La maratona di Roma è una cosa che io non augurerei neppure al mio peggiore nemico. Cioè, non di correrla. Ma di viverla da osservatore sedentario che più che farsi 42 chilometri di corsa si farebbe staccare le unghie dei piedi con una tenaglia. Tipo che tu lavori tutta la settimana, la domenica è l’unico giorno libero che hai e non puoi muoverti per la città perché Roma è transennata da parte a parte. C’è gente che muore ogni anno per la maratona di Roma: sono quei pedoni che, per la sola colpa di essersi fermati a guardare una vetrina o un monumento, sono stati racchiusi tra tre transenne e lì lasciati, isolati, a morire di stenti. Che poi, a ben vedere, uno non è che se la prenda proprio con la maratona in quanto fatto sportivo. Se fosse per quel centinaio di etiopi e nordafricani che la corrono con cognizione di causa ogni anno, durerebbe quelle due ore e mezza e poi tutti a casa. Il vero problema sono gli altri 978 che si iscrivono senza sapere in realtà perché. Sono quelli che al decimo chilometro iniziano a camminare, chiacchierando con il vicino di sventura. E’ per colpa loro, amico romano, che la città rimane transennata fino alle sette di sera, mentre tu imprechi perché sai che hai buttato la giornata e che domani ricominci a lavorare. E ti chiedi con insistenza sempre maggiore: “ma se volevi solo passeggiare, perché non lo hai fatto nei precedenti 35 anni della tua vita?”. Eticamente ti sembra sbagliato restare isolato a casa tua mentre una massa informe di gente cammina per la città, ma la televisione che parla di evento importante per la capitale e cose così alla fine sembra quasi riuscire a convincerti che la maratona serva. Illuso. E capisci di esserlo, un illuso, quando ti rassegni ed esci di casa almeno per comprare il giornale. Ti avvicini a una transenna, incuriosito da questi esseri autolesionisti e lì si materializza la beffa del destino. Ti passa davanti quello con il cappello “Stars & Stripes” dello Zio Sam, poi quello con le punte della statua della Libertà e quello che corre con le scarpe a forma di piede palmato. Irrimediabilmente c’è il coglione che crede sia geniale affrontare la corsa con i pratici abiti del centurione. C’è quello vestito da donna e quello con la parrucca fosforescente alla Cindy Lauper e gli occhialoni esagerati alla Mughini. E mentre inconsciamente aspetti di veder comparire da un momento all’altro il Mago G o i Teletubbies, capisci che ciò che ti fa incazzare davvero è la simpatia. Il gioioso folclore che notoriamente accompagna le gare podistiche. Capisci che quello con i piedi da papero non finirà la gara prima di mezzanotte e per colpa sua tu non potrai mai più uscire di casa.

E’ allora che ti spunta la proposta geniale. Partendo dal presupposto che di una maratona ci si ricorda a stento il nome di chi l’ha vinta, il Comune, invece di creare la navette per cittadini, dovrebbe creare delle navette che, non appena il prima keniano arriva il traguardo, partono dalla linea del via e raccattano tutti quei simpatici atleti amatoriali che hanno intenzione di arrivare al traguardo passeggiando, dopo sedici ore. Roba che se io fossi Rutelli la metterei subito tra le proposte elettorali. “Maratona di Roma: se ti svegli con calma non te ne accorgi nemmeno”, sarebbe uno slogan di rara efficacia. E poi imporrei ai volontari assegnati ai punti di ristoro di non dare acqua e spugne a tutti quelli vestiti da coglioni. Che di fronte alla prospettiva di morire vestiti da Cindy Lauper vedi come ci ripensano.
martedì, 25 marzo 2008

La mia vita mi fa abbastanza schifo. E' inutile girarci intorno. O, comunque, ci si può anche girare intorno, a patto di non aspettarsi grosse sorprese una volta tornati al punto di partenza. Nel senso: se dovessi contare le cose che mi piacciono che faccio in questo periodo non arriverei alla fine delle dita di una mano con quattro dita. Apprezzo, in ordine più o meno sfuso:

- fare conversazioni totalmente prive di senso con Simiele, a volte prive anche di grammatica e di parole;
- fare commenti forzatamente sgradevoli con Mitch su tutte le donne con cui faremmo all'amore in questo periodo. Quindi su tutte le donne;
- continuare a pensare che prima o poi scriverò il libro che mi permetterà di andare al Maurizio Costanzo Show insieme a Federico Moccia, Aldo Nove, Pulsatilla e Andrea G. Pinketts. Dove ovviamente io e Andrea G. Pinketts ci ubriacheremo prima della registrazione e passeremo la puntata a ridere per fatti nostri, tra l'odio generale e Costanzo che ripete: "Boni, state boni".

La mia vita mi sta stretta. Deve essersi infeltrita quando l'ho lavata insieme alla roba del calcetto. Mi sento una puttana della fantasia: vorrei darla a tutti (la fantasia) ma intorno a me vedo solo depressione e scazzo e noia. E mi deprimo e scazzo e annoio pure io. In questi giorni ho conosciuto - o meglio, ho rincontrato dopo qualche tempo - l'arroganza, l'ignoranza disarmante, il ricatto, il dubbio, la delusione, l'insoddisfazione, la malinconia, il rimpianto, la tristezza per la chiusura di Blogbabel (questa per la prima volta) e la rinuncia al pranzo di Pasqua (questa per la quarta consecutiva). Ho sentito le lacrime di mio padre e le avrei rovesciate addosso a chi mi ha spinto a barattare tre giorni di ferie con tre giorni d'ospedale. Il rispetto, cazzo.

Toni inusuali e tendenti al criptico. Attendo tempi migliori per rovesciare nell'aria secchi di vaffanculi e delle mie simpatiche cazzate. Torno subito, abbiate fede.
sabato, 15 marzo 2008

In balera ci trovi quelli che ballano il liscio. Nelle cantine messicane i provetti ballerini di salsa e merengue. In discoteca tutti dimenano le proprie membra secondi canoni variabili in base alla selezione dance della discoteca stessa, ma sempre secondo schemi più o meno codificati. E nelle tane dell’hip hop tutti sanno che grossomodo le dinamiche del ballo black sono quelle. C’è solo un posto dove la danza umana si lascia andare a varie e improbabili interpretazioni: è il posto rock. Un tempo c’era il pogo (da cui si sarebbe originata più avanti la famosa “c’era Pogo”), ma anche lì, la questione non appariva totalitaria. Cioè, c’era chi pogava e chi ne stava fuori. Ora il dilagare del brit pop e di altri suoni meno da pogo ha fortemente limitato il fenomeno, lasciando che gli orfani del pogo scegliessero la propria strada. E i risultati, come anticipato, sono stati un caleidoscopio di balli. All’interno di tale varietà, però, c’è un tot di figure che sono assurte al grado di stereotipo e che ritornano costantemente in qualsiasi posto rock. Segue una breve disamina di tali figure. (N.B.: nelle classificazione che segue, alcune etichette saranno maschili, altre femminili. Non si tratta di pari opportunità: è solo che alcune figure seguono scientificamente il sesso)

L’invasiva: è la più diretta erede del pogo. E’ colei che danza in maniera del tutto scomposta, andando inesorabilmente a invadere lo spazio vitale di chi le sta affianco. L’invasiva si manifesta soprattutto con un mulinare scriteriato delle braccia, che fluttuano a mo’ di tentacoli, e con una propensione estrema al saltello, ma non sul posto. Quindi l’invasiva salta e agita le braccia muovendosi in giro per il locale e urtando qualsiasi cosa, persona o animale incontri lungo il suo cammino. Fisicamente, non si sa perché, non è mai bionda. Ha sempre i capelli neri e lunghi e raccolti nella coda o corti e castani o rossi. Nel primo caso veste con jeans e maglia/canotta nera. Nel secondo pantalone marrone o rigato stile pigiama e maglia verde o rossa con scritte e disegni simpatichini.

L’intimista: anche lei è una diretta erede del pogo. Lei era quella che mentre gli altri si saltavano addosso, rimaneva ai margini della pista, con i piedi inchiodati al terreno, gli occhi chiusi e il busto che segue la musica con oscillazioni appena percepibili. E’ rimasta uguale ad anni fa, solo che intorno a lei il pogo è sparito e ora balla anche in mezzo alla pista. Ma sempre senza spostare mai i piedi.

La deambulante: mentre tutti ballano, a un certo punto, arriva sempre una tipa, generalmente tra le più alte del locale, che cammina in giro per la pista, come se stesse cercando qualcuno. Il passo è però a ritmo di musica e la falcata sempre molto ampia, a sottolineare che non si tratta di una camminata smarrita ma di una consapevole deambulazione-ballereccia. Questa figura ha spaccato la critica e l’opinione pubblica: molti sostengono si tratti di una leggenda metropolitana.

Il finto strumentista: è colui che fa del ballo rock la maschera per il suo mancato successo da musicista. Magari sono persone che non hanno mai neanche preso una chitarra in mano, ma che, chissà perché, sentono di aver lasciato passare davanti ai propri occhi una folgorante carriera discografica. Il finto strumentista, in estrema sintesi, è colui che balla mimando uno strumento. Cioè, non lo strumento in sé, quanto uno che suona uno strumento. Ne consegue che all’interno di questa famiglia ci siano diverse sottofamiglie. C’è il batterista – tra i più scalmanati – che incrocia le braccia e fende l’aria con mortali colpi di piatto e di tom. C’è il bassista – forse il più ricercato – che allunga il braccio sinistro a dismisura e con quello destro pizzica le corde inesistenti. E poi c’è il chitarrista, forse il più diffuso, che ha al suo interno altre sottofamiglie. C’è quello che tiene il braccio sinistro adeso al corpo, appena sporgente, tanto per dare l’impressione della chitarra, mentre con il braccio destro dà delle schitarrate che nemmeno Tom Morello. Poi c’è il chitarrista ipertecnico che maltratta le corde in maniera più contenuta, ma con la mano sinistra, questa volta più lontana dal corpo, mima sequenze di tasti casuali che, nella sua mente, dovrebbero produrre l’accordo che genere il suono che sta ascoltando in quel momento.
   
La fuori-luogo: generosissima. E’ colei che viene trasportata a sua insaputa nel posto rock e, di colpo, viene chiamata a tarare nuovamente tutti i registri di ballo precedentemente appresi. La si distingue per due fattori. Innanzi tutto perché balla assolutamente fuori tempo e con una rigidità che non asseconda in alcun modo la ritmica della canzone. E poi perché è vestita bene, a livello di vestitino nero carino, scarpa o stivale con il tacco, occhiali neri con la montatura spessa, capelli appena stirati e borsetta piena di cose inutili che verrà posata ai margini dell’area di ballo e scrutata almeno dieci volte ogni millisecondo.

Il fuori-luogo timido: un vero stratega. Lui ha lo stesso problema della sua variante femminile, ma, a differenza del gentil sesso, non ha il coraggio di mettersi in gioco. Allora inventa l’escamotage: fa in modo di avere sempre un birra piena in mano, in modo tale da poter giustificare alla gente, con rapide occhiate verso il suo bicchiere, l'astensione dal ballo. Il FLT si aggira per la pista a piccoli passi, scuote un po’ le spalle e, subito dopo, sorseggia la birra. A fine serata è il più ubriaco di tutti, il meno sudato e quello che ha speso di più al bar.

L’aspirante suicida: variante estrema dell’intimista, è colei che, a un tratto e senza motivazioni apparenti, si appoggia a una colonna o alla parete e lì rimane per ore. Senza parlare con nessuno, senza ballare, muovendosi appena di tanto in tanto per far capire a tutti che l’insano gesto ancora non si è consumato. Anche lei di colori tendenzialmente scuri, sia nelle fattezze che nelle vesti, nessuno ha mai capito se sia la più distrutta della comitiva o la guidatrice responsabile.

Il ricercatore di consensi: non scopa moltissimo e, guardandolo, già lo si evince. Però lui ha una certezza che si porta dietro da sempre: se in un posto rock canti tutte le canzoni hai più possibilità di rimorchiare. Perciò il ricercatore si aggira per la pista, ballando in modo appena accennato, ma ostentando una conoscenza enciclopedica di tutti i pezzi rock dal 1970 a oggi. Il ricercatore conosce a memoria tutti i testi delle canzoni, ma conosce a memoria anche tutti gli assoli e gli stacchi di batteria. E canta anche quelli. E’ una sorta di Neri per caso, tutti racchiusi nella stessa persona. E’ talmente preso dal canto, da non accorgersi che quella strategia che lui ritiene vincente è fallimentare o quantomeno neutra.

La zelante pisciatrice sfortunata: è la figura che si incontra più spesso in assoluto. La situazione è questa: lei è andata in bagno, accompagnata, come da copione, dalla sua amica. Per uno scherzo del destino, proprio mentre fa la pipì, il dj mette la sua canzone preferita. Allora lei, urinato in un tempo da Guinness, inizia una corsa furiosa dal bagno verso la pista, trascinandosi per mano l’amica e cantando a squarciagola, come a dire: “Toglietevi di mezzo ché questa è la mia canzone”. In questa barbara transumanza, urta otto milioni di persone e rovescia dai bicchieri altrui 15 ettolitri di birra. Invade gli spazi degli altri avventori, canta come il ricercatore di consensi, urta l’intimista, fa cadere la birra del fuori-luogo timido sull’aspirante suicida. Una tragedia. Nei pressi di molti posti rock è iniziata la raccolta firme per chiederne la messa al bando.
domenica, 09 marzo 2008
author: tantecarecose @ 15:28
category: tuttologo per ignoranti, il caso moccia
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Sempre per aiutare il lettore a risparmiare qualche ora del suo tempo prezioso, vado avanti nell’analisi dei libri sopravvalutati dall’uomo e dal fluire della storia che potrebbero tranquillamente non essere mai consultati da un individuo senza che la vita di questi risenta del benché minimo contraccolpo.

“100 colpi di spazzola prima di andare a dormire” di Melissa P.:
storia di una minorenne che la dà in giro come non fosse sua. Trasposizione librica del classico concetto che tira più un pelo di figa che un carro di buoi, anche se ci si trova in libreria. Scritto sotto forma di diario, il libro alterna i racconti sessuali della giovane Melissa con i compiti di latino e matematica da fare per il giorno successivo. Ben presto la giovane Melissa confonde i due piani – quello ormonale con quello scolastico – e inizia a parlare di sesso come un sussidiario. L’unico dubbio, alla fine del libro, sono i 100 colpi di spazzola, secondo alcuni un’ardita metafora. Secondo Wikipedia, “il libro ha riscosso un grande successo tra le ragazze di età compresa tra i 16 e i 25 anni”. Le prime intente a capire da dove cominciare, le seconde a interrogarsi sugli errori commessi in passato.

“Il codice da Vinci” di Dan Brown:
tutta comincia con l’assassinio di Jacque Sauniere, curatore del Louvre. E, con questo omicidio, si chiude la parte logica del libro e inizia il delirio dell’autore. Nelle pagine successive si scopre che Sauniere è stato ucciso perché un suo vecchio zio, parente alla lontana di Leonardo da Vinci, odiava il cristianesimo e aveva scoperto che il Santo Graal altro non era che un bicchiere di plastica di una festa delle medie organizzata da Leonardo sul quale campeggiava il nome “Leonardo” scritto con il pennarello. Da qui si evince dunque che la vera scoperta che il libro vuole portare alla luce è l’esistenza dei bicchieri di plastica e degli Uniposca Osama già tra la fine del 1400 e l'inizio del 1500. Almeno questo è quello che ho capito io.

“Ho voglia di te” di Federico Moccia:
cioè Step è tornato dall’America dove c’ha avuto un sacco de problemi perché quanno diceva a la ggente che se chiamava Step, tutti se mettevano a cammina’ o a sali’ le scale. E lui non ce capiva una mazza così torna a Roma e trova n’artra co’ un nome bestiale, tipo Gin. Che poi se chiama Ginevra che esce co’ l’amiche sua Fra (da Francesca), Anto (da Antonella), Lau (da Laura), Pin (da Pina) e Pi (da Pia). Però poi torna pure Babi e Step scopa co’ tutte e poi inizia a bere come un dannato. Forse è per questo che si riavvicina a Gin e alla fine scrive sul muro “Ho voglia di te”. Nel primo libro aveva scritto “Io e te 3 metri sopra il cielo”. Dopo questo libro l’associazione nazionale degli amministratori di condominio ha imposto alle sue future fidanzate di dichiarare l’eventuale unione con Step all’Ufficio igiene cittadina del Comune di residenza onde evitare imbrattamenti di muri supplementari.
mercoledì, 05 marzo 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, amare considerazioni, anima animale
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Riflettevo sulla mia condizione. L’unica conclusione alla quale sono arrivato è che sono un disadattato. Anche partendo da presupposti diversi, finisco sempre là. E siccome su alcune cose – davvero poche, ma questa è una di esse - sono un metodico assurdo, ho buttato giù una rapida lista dei motivi che mi rendono un disadattato. Per cui il seguente post non ha alcuno scopo divulgativo, se non per me. Consideratelo un ragionamento a voce alta. Sono un disadattato perché:

1.    perché ogni volta che mi trovo in un luogo pubblico e superaffollato, in maniera del tutto indipendente dalla solennità del momento o dalla concentrazione richiesta dallo stesso, la mia occupazione principale diventa, in automatico, rintracciare sosia dei miei amici e di personaggi famosi;
2.    perché quando esco di casa affido l’esito della mia giornata a sfide improbabili con il destino. Mi spiego. Metti che io stia percorrendo una strada, che nel verso opposto arrivi un’altra persona e che a metà strada tra noi ci sia un palo della luce. Il mio primo pensiero mattutino è: se arrivo lì prima di lui, oggi succede questa cosa (dove “questa cosa” è un evento che cambia di volta in volta, ndr);
3.    perché alle sfide col destino ho imposto anche un regolamento ferreo. Tipo che non si può correre per vincere la sfida e che, allo stesso modo, se si mette a correre il tuo inconsapevole avversario tu non puoi fare altrettanto perché il destino ha evidentemente fatto la sua scelta;
4.    perché non riesco a cogliere il senso traslato delle parole e dei cognomi, specie se associati ad animali. Perciò, se nell’esercizio delle mie funzioni, incontro il titolo “Draghi a Palazzo Chigi” non posso che immaginare Prodi circondato da mitologiche creature sputafuoco. Se si parla di “Talpe al commissariato di polizia” vedo solo degli agenti che dialogano con dei roditori miopi;
5.    perché se una battuta mi ha fatto particolarmente ridere, sono capace di farlo anche ore dopo e in contesti sociali drammaticamente diversi. Il che comporta immotivate manifestazioni di ilarità – che so? – nel mezzo di un film drammatico al cinema o nel corso di una commemorazione funebre;
6.    perché questo devastante effetto della risata in differita si manifesta anche per battute che ho fatto io. Il che palesa un tasso di autocompiacimento senza precedenti. E in questo momento immagino ovviamente un tasso (l'animale) che tesse (l'enimele) le sue lodi in modo insistente;
7.    perché mi piace fare il pioniere musicale che ascolta cd di gente sconosciuta ai più. Il che non significa gruppi di nicchia, che una loro nicchia comunque ce l’hanno. No, io ascolto solo cd di gente sconosciuta davvero a tutti, finendo per ascoltare musica oggettivamente di merda 24 ore su 24;
8.    perché una volta, per provarci con una ragazza, l’ho invitata a casa mia a guardare “Hot shots”;
9.    perché una volta, per vincere un sombrero (valore commerciale credo 2 euro), ho bevuto dieci tequila bum bum di seguito (valore commerciale 10 euro), finendo quasi in coma etilico (avevo bevuto il mondo anche prima, ovviamente);
10.    perché, stanco di vivere nell’anonimato, ho deciso di aprire un blog che, in maniera del tutto geniale, non ho chiamato con il nome.

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