mercoledì, 30 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 00:25
category: tuttologo per ignoranti, il caso moccia
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Per aiutare il lettore a risparmiare qualche ora del suo tempo prezioso, fornisco un compendio di libri sopravvalutati dall’uomo e dal fluire della storia che potrebbero tranquillamente non essere mai consultati da un individuo senza che la vita di questi risenta del benché minimo contraccolpo.
 
“Siddharta” di Herman Hesse: storia di un povero cristo che, in diverse fasi della sua vita viene abbandonato da chiunque: dagli amici, dal figlio e pure da un barcaiolo semi-muto. Siddharta ha i complessi di inferiorità verso l’amico Govinda, al quale i Kula Shaker hanno dedicato una canzone. Forse è questo a far sbroccare Siddharta, al quale mi sembra che nessuno abbia mai dedicato neanche un giro di do. Comunque: Siddharta e Govinda viaggiano e decidono di andare a vivere con i “Samana”, pensatori che imparano a impersonarsi con tutto ciò che incontrano. Tipo che se incontrano un masso, tutti i Samana si fermano a fare il masso e non si muovono finché non passa di lì una cosa deambulante nella quale possano impersonarsi. Poi Govinda decide di aggregarsi a una setta, mentre Siddharta incontra Kamala, la lascia incinta senza saperlo e se ne va. Poi incontra il pescatore muto che lo abbandona dopo un po’ e, di fronte alle limitazioni imposte dall’handicap, questo la dice lunga sul grado di zelo ed entusiasmo che Siddharta riusciva a portare nella vita della gente. Poi Siddharta trova il figlio, che però lo odio e lo abbandona a sua volta dopo poco. Intanto Govinda, con i neuroni ormai bruciati da anni di droghe e alcool con quelli della confraternita, torna da Siddharta e lascia che si sfoghi raccontando le sue cazzate metafisiche. 
 
“L’alchimista” di Paulo Coelho: serie di riflessioni sul viver bene che spaziano dall’ovvio all’assurdo. Tipo: non dormire con il cellulare acceso ché se qualcuno ti chiama ti svegli. Oppure: se quando sei in macchina vedi la luna piena fermati e parlale, non curandoti del fatto che sei in autostrada e che ti sfrecciano i tir da tutti e due i lati a 180 km/h. Nella versione originale, quella in portoghese, i protagonisti si chiamano Santiago e Fatima. In quella italiana si chiamano Catanzaro e Isernia. Santiago/Catanzaro è povero ma grazie all’alchimia diventa ricco. Un po’ come Wanna Marchi. Da uno che si chiama Paolo Coniglio, d’altra parte, non era lecito attendersi di più.
 
“I promessi sposi” di Alessandro Manzoni: al capitolo 2 Lucia Mondella ha già il match-point: con un “sì” pronunciato di fronte al curato – che finalmente sta bene – potrebbe chiudere la storia dopo circa una ventina di pagine. Manzoni, però, si accorge che così non sarebbe passato alla storia e, rosicando, fa fallire il piano di Renzo e Lucia, che ci metteranno altre 500 pagine prima di riuscire a diventare marito e moglie. Il romanzo ha dunque avuto successo solo perché ha dimostrato che l’inevitabile prima o poi accade. In tal senso è stato decisivo il cambio del nome del protagonista. Nella prima versione, infatti, il romanzo si chiamava “Fermo e Lucia”. Il problema è che, ogniqualvolta ci si trovasse nel mezzo di un’azione per cui era opportuno che Lucia chiamasse per nome il suo fidanzato, questi, ubbidiente, rimaneva impalato, non portando a termine la propria azione. A pagina 14.362, Manzoni si accorse che così non sarebbe mai riuscito a farli arrivare all’altare e decise di cambiare il nome di Fermo. Per vendetta, però, li fece comunque sposare in un lazzaretto.
 
“Due di due” di Andrea De Carlo: ci sono due amici che non si sa come facciano ad esserlo. Uno è sfigato, l’altro è da paura, infrange i vetri dell’imbarazzo e se le scopa tutte lui. Al punto che risulta difficile capire perché quello da paura abbia interesse a portare avanti questi amicizia. E riesce ancora più difficile spiegarselo per lo sfigato che, a una certa, va a vivere lontano dalla civiltà, campando di autoproduzione, tanta è la poca voglia di avere contatti con un mondo che ormai lo deride anche nella figura del fruttivendolo o del giornalaio sotto casa. Quello da paura ovviamente muore giovane e dannato, mentre lo sfigato è condannato a una vita di merda e morirà 96enne, solo e povero. Ma questo nel libro non è detto.
 
“Tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia: cioè ci sta Step che è un figo proprio da panico e che je piace ‘sta Babi che però non se lo incula de pezza. Allora Step je fa le poste co’ la moto, ma Babi je a fa solo annusa’. Poi Step però la conquista e mettono i lucchetti a Ponte Milvio. Poi Step parte per l’America che vuole fare le sue esperienze con le magliette della Pickwick e Babi si dispera con gli orsi di peluche attaccati allo zaino. Il romanzo è stato venduto in tutti i Paesi d'Europa e persino in Giappone e in Brasile. Senza essere tradotto, però.
venerdì, 25 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 02:41
category: la mia parte intollerante, geni del male, tuttologo per ignoranti, il caso moccia
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Beh, nelle ultime ore è successo qualcosa di davvero clamoroso, è inutile che stia qui a parlarne. D’altra parte quando ci sono in giro personaggi di questo spessore non è che puoi aspettarti molto altro. La verità è che uno pensa che al peggio non ci sia mai fine, però poi deve sempre ricredersi. Insomma, per uno che ha idee simili alle mie, oggi è un giorno di merda perché, più o meno intorno alle 20, mentre succedevano cose di poco conto tipo la caduta del governo, su uno schermo di una sala del cinema Adriano di Roma passavano i titoli di coda del film di Federico Moccia.
 
Ora accogliere con un sorriso benevolo l’esordio alla regia di Moccia dopo aver già dovuto mandare giù i suoi libri è un po’ come accettare con lo stesso sorriso che Rocco Siffredi, oltre alle fighe assurde che si ciulla per professione, inizi a trombarsi anche tua madre, tua sorella e ogni componente femminile della tua famiglia. Che io ci provo a non parlarne, ma proprio non ce la faccio. Così ho deciso di fare come Beppe Grillo, rubando la celebre campagna “Boicotta Esso e Shell”, che per l’occasione diventa:
 
BOICOTTA MOCCIA
Anche se non vai al cinema dai tempi dell’Istituto Luce e se sei analfabeta e dunque inabilitato alla lettura, per favore fai circolare il messaggio agli amici.
 
Diamoci da fare... Siamo venuti a sapere di un'azione comune per esercitare il nostro potere nei confronti di Federico Moccia. Si sente dire che dopo i libri e i film la sua attività creativa si estenderà anche alla poesia, alla musica, al teatro sperimentale, al cabaret, alle arti figurative tutte, alla medicina, alla cucina, al bricolage, al decoupage, alla veterinaria applicata e alla metempsicosi.
 
La presenza di Moccia aumenterà fino a saturare il mondo della comunicazione.
 
UNITI possiamo fermarlo, muovendoci insieme, in modo intelligente.
 
Ecco come: La parola d'ordine è "colpire il portafoglio dei cinema che NON trasmettono i suoi film". I proprietari dei cinema ci hanno fatto sempre credere che un prezzo che varia tra 6 e 7 euro al biglietto sia un buon prezzo, anche per un film di Moccia, ma noi possiamo far loro scoprire che un prezzo ragionevole anche per loro è circa la metà. Meno della metà se parliamo di un film del pelatone. Cinefili e cinofili possono incidere moltissimo sulle politiche delle aziende: bisogna usare il potere che abbiamo. La proposta è che, da qui alla fine dell'anno, nessuno vada più a vedere – che so? – un film di Quentin Tarantino. Il gestore della sala che non si dà pace per l’imprevisto flop del caro vecchio Quentin sarà obbligato a calare i prezzi. A quel punto, con il biglietto a un euro, anche i più convinti denigratori di Tarantino decideranno di affollare le sale. Se l’Adriano, ad esempio, cala i prezzi di Tarantino, tutte le altre sale dovranno fare altrettanto. Lo stesso Adriano dovrà adeguarsi per evitare che nella sala di Moccia ci siano dieci persone, tra cui Babi e Step, e che nella sala di Tarantino siano accatastati 2673 spettatori. A quel punto calerà il prezzo anche del film di Moccia. Per evitare però che la gente, a quel punto, cominci ad andare a vedere anche “Scusa ma ti chiamo amore” bisognerà agire su più fronti nella prima fase. Come fare? Facile. Nelle sale di Tarantino stracolme, tra il primo e il secondo tempo, verrà proiettato un video di un attivista anti-Moccia che racconta per filo e per segno la trama della pellicola, concentrandosi ovviamente sul finale, rigorosamente svelato. Così si scoraggiano gli esseri pensanti che non hanno letto il libro. Poi, però, l’attivista racconterà anche una serie di sventure capitate a suoi amici immaginari a causa delle turbolenze dei fan di Moccia. Dirà di quel ragazzo investito dalla moto del fan che si credeva Step e che è entrato nella sala dell’Adriano impennando. Racconterà della ragazza rimasta sei notti e sette giorni chiusa nel bagno del cinema a causa dei lucchetti che i fan avevano attaccato dietro la porta del cesso. Ricorderà la ragazza affogata nel Tevere dopo essere precipitata da Ponte Milvio a causa del peso degli orsi di peluche attaccati allo zaino. Insomma, anche i fan del Moccia più accaniti dovrebbero sentirsi a questo punto sufficientemente demotivati. A quel punto si potranno rialzare i prezzi di Tarantino, tanto il film del pelatone se lo andranno a vedere solo Cristiana Capotondi e le sue amiche. Si può fare, dunque, solo che per farcela dobbiamo essere milioni di non clienti dell’Adriano in tutto il mondo. Il che verrà facile a uno che vive a Sydney, meno a chi abita a Piazza Cavour. Questo messaggio è stato inviato a una trentina di persone; se ciascuna di queste aderisce e a sua volta lo trasmette a...diciamo una decina di amici, siamo a trecento. Se questi fanno altrettanto, siamo a 3000, e così via. Di questo passo, quando questo messaggio sarà arrivato alla.... settima "generazione", avremo raggiunto e informato trenta milioni di potenziali spettatori.
 
Chi ti Moccia, ti spegne: digli di smettere.
PS: peraltro Moccia picchia i bambini, si scaccola in macchina e attacca i suoi prodotti sotto il sedile del passeggero, aiuta le vecchiette ad attraversare ma le lascia a metà della carreggiata, racconta i finali dei film e dei libri ai suoi amici, quando sta con la sua ragazza fa commenti pesanti sulle altre donne, rutta durante i pasti anche ai pranzi di lavoro, lancia i petardi allo stadio, ride quando vede in tv le immagini dello tsunami, si mangia le unghie dei piedi e non compra un cd originale da un decina d'anni. Fate voi.
venerdì, 18 gennaio 2008
author: tantecarecose @ 01:51
category: laif is nau, geni del male, agenti e reagenti, amare considerazioni
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Ci sono le domande secche, per le quali si presume che il domandante voglia una risposta. Ci sono le domande retoriche, che invece sono quelle per le quali la risposta non è necessaria perché non hanno fini conoscitivi. Poi ci sono delle domande che hanno la forma della domanda retorica, però in realtà esigono una risposta di fronte alla quale il domandante si troverà sistematicamente spiazzato al punto da rimpiangere di avere scelto una domanda della suddetta categoria. Di questa categoria di domande, in realtà, fa parte una sola domanda:
 
“Lo sai che sei bellissima?”
 
Io non so da Roma in su, ma da Roma in giù è un classico del non-rimorchio. E’ la classica frase tamarra usata da noi orgogliosi abitanti del Mezzogiorno per importunare le donne in discoteca, per strada o in qualsiasi altro luogo. Ora: un siffatto quesito, nella mente del domandante, dovrebbe generare un sorriso imbarazzato della ragazza, che comunque, secondo copione, dovrebbe andare via senza rispondere. Il problema è che il copione non sempre viene rispettato. Anzi i copioni che c’erano in classe da me non erano rispettati mai. Molti di loro sono stati bocciati. E quando ciò si verifica – che il copione non sia rispettato, non che venga bocciato – il dramma è manifesto.
 
Situazione 1:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Sì
Tu: ...
Lei: ...
Epilogo: Conversazione finita. Fingi che ti abbia chiamato un amico (se sei per strada) e ti allontani scusandoti, come se lei avesse un qualche reale interesse a sopportare la tua inutile presenza. Fingi che il dj abbia messo il pezzo che aspettavi da inizio serata (se sei in un locale), anche se sei al sesto minuto dell’ipnotico remix  di Dj Cosmonaut di “Sinergy for the devil in the blockin beats”, che notoriamente di minuti ne dura 23 minuti. Nei casi più estremi fingi che ti abbia chiamato un tuo amico in discoteca. Il che, con le sonorità di Dj Cosmonaut che martellano, è francamente improbabile. In ogni caso lei racconterà alle sue amiche che un coglione l’ha abbordata con la classica frase. E, nell’ipotesi migliore, ti rimuoverà dalla sua memoria a breve termine.
 
Situazione 2:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: No
Tu: Come no? Non ci credo che non te l’ha mai detto nessuno...
Lei: No, davvero (dice lei, grattandosi compiaciuta il grosso brufolo sul naso)
Tu: Mi stai prendendo in giro...
Lei: No, davvero (dice lei, togliendosi con i denti il nero depositato tra le unghie)
Tu: Vabbé, allora sono io il primo che te lo dice...
Lei: Grazie (dice lei, scrollandosi la forfora dalla giacca)
Epilogo: A lei non pare vero di aver trovato finalmente uno disposto a portarsela a letto. Tu di auto-insulti per non essere riuscito ad arginare il gusto di rompere le palle a qualsiasi cosa semovente di genere femminile. A quel punto puoi scegliere di starci, per dimostrarle che tra le tue qualità, oltre al coraggio, c’è la coerenza. Oppure puoi usare i due escamotage della situazione 1. In ultima battuta puoi fuggire senza motivo (per lei), imbarcarti sul primo volo disponibile e procurarti in fretta dei documenti falsi.  
 
Situazione 3:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: E tu lo sai che sei patetico?
Tu: ...
Lei: Muori, coglione
Epilogo: Per dei sinistri meccanismi intrinseci alle mente maschile, ti innamori. La disfatta serale sarà dunque quella di tornare a casa umiliato e innamorato di una donna che non vedrai mai più nella tua vita.
 
Situazione 4:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Dipende cosa intendi per “bellissima”...
Tu: Beh, che hai un corpo perfetto, un viso stupendo... Bellissima, insomma
Lei: Quindi tu sei uno che non va oltre le apparenze?
Tu: No, ma per conoscersi c’è tempo...
Lei: Certo, ma se fossi stata un cesso non ti saresti neanche avvicinato...
Tu: Non è vero (menti), mag...
Lei: Però sei partito subito con la menata che sono bellissima. (ti interrompe)
Tu: Sì, perch...
Lei: Ah già, perché tu guardi alla simpatia. Quindi immagino che userai la stessa tattica con tutte per scoprire se sono simpatiche. Dunque, per te non sono affatto speciale. (incalza)
Tu: No, ma tu...
Lei: Ma io cosa? Non vedi che ti stai arrampicando sugli specchi?
Tu: ...
Lei: Cos’è? Non parli più?
Tu: ...
Lei: Senza palle, fai schifo.
Epilogo: Ormai esausto la colpisci con una testata, fingendo di starnutire. Fuggi prima che possa riprendersi, anche se l’ingresso al locale ti è costato una buona ottantina di euro. 
 
Situazione 5:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Evidentemente sì, altrimenti Brad non mi avrebbe sposata
Tu: Scusa, Angelina, non ti avevo riconosciuta...
Lei: ...
Epilogo: Torni a casa con una foto autografata e cerchi di riflettere sul fatto che per una volta che incontri casualmente Angelina Jolie potevi fare una figura migliore.
 
Situazione 6:
Tu: Lo sai che sei bellissima?
Lei: Bellissimo, semmai.
Tu: Oh, scusa Mario, non ti avevo riconosciuto.
Lui: Figurati. Birra a casa mia?
Epilogo: Rifiuti e pensi che dovresti sentire più spesso i tuoi amici ché la gente con il tempo cambia. E pure parecchio.
sabato, 12 gennaio 2008

In Campania l’emergenza rifiuti c’è e alla gente giustamente girano le palle. Altrettanto giustamente, però, girano le palle tipo a quelli delle altre regioni, alquanto seccati dall’arrivo di navi stracolme di rifiuti. Svegliarsi la mattina (tu-turu-turu-tuttu) e vedere dalla finestra di casa il porto assediato da navi ricolme di immondizia può essere effettivamente seccante. Specie se vivi in Trentino Alto Adige e non hai il mare. Oggi girano le palle anche a Prodi che dice che non esiste proprio che le regioni si ribellino alla ricezione dei rifiuti campani. Ma girano le palle anche a Napolitano, a Fini e Marini, a Bertinotti, Berlusconi, Bertolaso e alla Bertè, a De Gennaro e a San Gennaro, ad Alemanno e all’impero austro-ungarico, alla Iervolino, a Bassolino a Topolino e a Paperino.
 
Insomma girano le palle e tutti e, chi per un motivo, chi per un altro, sembra che abbiano tutti ragione. In sostanza, però, nessuno sa che pesci prendere, a parte la Bertè che credo lo sappia abbastanza bene. E’ per questo che ho sprecato il mio unico giorno libero della settimana per pensare a un escamotage che permetta di uscire dall’emergenza. Alla fine, ovviamente, l’ho trovato. Perché, vedete, per risolvere i problemi basta fermarsi un attimo e pensare con calma.
 
Allora: cos’è che da sempre spaventa gli italiani? Le cose troppo grandi o, comunque, più grandi di quanto l’italiano medio sia abituato a vederle. Non si spiegherebbe altrimenti la gag sempreverde del marito cornuto che sta per diventare papà e, in sala parto, si trova in braccio il bambino di colore. Perché vanno tutti da Ikea la domenica? Perché è un posto troppo grande e la gente ha paura di andarci da sola durante la settimana. E’ evidente. Quanti italiani conoscete che abbiano letto per diletto un libro con più di mille pagine? Io nessuno. Potrei andare avanti per ore, con altri esempi inventati esattamente come questi (a parte quello delle situazione pubica afro-americana che è oggettivamente un incubo per il 90% degli abitanti del Belpaese).
 
Il problema è che l’uomo non ha paura di un sacchetto dell’immondizia, ma di una nave stracolma, sì. Ecco allora la soluzione di Tcc: scomporre l’emergenza. Vogliamo portare via l’immondizia da Napoli? Bene, facciamolo. Ma non la carichiamo tutta su una cargo battente bandiera partenopea che dà l’impressione al sardo di venire sommerso a sua volta dal pattume. Trasportiamola nottetempo con tanti camion in tutte le città italiane, nessuna esclusa. Quindi migliaia di precari assunti a progetto dal Comune di residenza (e si dà una mano anche al mondo del lavoro, con conseguente crescita del potere d’acquisto e benefici al Pil) avranno il compito di smistare l’immondizia nelle case della gente. In ogni busta verrà collocato anche un pratico Arbre Magique, in modo tale da non dover sopportare fastidiosi olezzi. Inoltre l’Arbre Magique verrà quotata in Borsa con capitale italiano e così finalmente - dopo il boom delle vendite per fronteggiare l'emergenza - avremo un’azienda competitiva a livello internazionale. Ogni nucleo familiare, dunque, riceverà un sacchetto di spazzatura arrivato direttamente dalle zone sotto emergenza della Campania. E il gioco è fatto. Il giorno dopo, uscendo di casa, tutti quelli che hanno ricevuto il sacchetto lo butteranno nel cassonetto sotto casa, come fanno ogni giorno. In più molti lo dimenticheranno sul balcone per un paio di giorni, come avviene nelle case degli studenti fuorisede, così che le buste non saranno tutte gettate nella stessa notte ma spalmate in 48/72 ore. Ora: in Italia ci sono 59.206.382 abitanti che, considerando mediamente un nucleo di quattro persone, fa 14.801.595 famiglie eventualmente destinatarie del sacchetto. E volete dirmi che a Napoli e dintorni in questo momento ci sono più di 14 milioni di buste dell’immondizia di cui non si sa che fare?
 
Ma com’è che devo sempre pensarci io? Sto iniziando ad accusare il peso delle responsabilità.
martedì, 08 gennaio 2008

Ci sono tante cose che non saprò mai fare nella mia vita. Come, ad esempio, sconfiggere le forze del male, risanare il debito pubblico o resuscitare i morti. Poi ce ne sono altre che, pur essendo infinitamente più piccole e in apparenza insignificanti, non saprò fare lo stesso. Uno di esse, di gran lunga quella che mi crea il maggior numero di problemi, è salutare le cassiere del supermercato. Non è un’osservazione classista, nel senso che lo so che per salutare la cassiere basta dirle “ciao”. Solo tecnicamente, però. Nel senso: se entri nel supermercato vuoto e alle casse non c’è nessuno, arrivi, saluti, paghi e vai via. Magari prima di andare via regali anche qualcuna delle tue irrefrenabili battute umoristiche. Ma se alla cassa c’è fila... Lì sì che si materializza il dramma. Perché scegliere il tempo del saluto è impossibile e comunque finirai per fare la scelta sbagliata. Per questo io odio le cassiere dei supermercati. Perché ci provano gusto a fingersi amiche con il solo intento di rendere la mia vita un inferno.
 
Caso 1: la fila è interminabile e tu, che ti sei appena messo in coda dietro la vecchina imbottita di detersivi, inizi a cercare freneticamente lo sguardo della cassiera. Lo trovi e la saluti sprezzante del resto della gente. Bene, è questo il caso in cui sarai malvisto da tutto il resto della fila. Quel saluto verrà inevitabilmente visto come quello di chi arriva alle poste e, mascherandosi dietro uno “scusate, devo solo chiedere un’informazione”, scavalca tutta la fila, arriva allo sportello dall’impiegato che conosce, consegna il modulo o il bollettino del caso e conclude l’operazione in due minuti e tredici secondi netti. Tutti inizieranno a guardarti di traverso. La vecchina con i detersivi attaccherà discorsi ovvi sulla maleducazione dei giovani d’oggi. E se poi trovi pure il moralizzatore, dovrai sorbirti frasi volutamente provocatorie che spaziano dal vago “in questo supermercato c’è chi ha l’impressione di stare in salotto con gli amici” al diretto “mi raccomando, non iniziamo a fare i furbi e rispettiamo la fila”. Senza contare che se la cassiera non la conosci ti prenderà per una sorta di Charles Manson che cerca di sedurre le cassiere per poi ucciderle in un parcheggio di un centro commerciale.
 
Caso 2: ti metti dietro la vecchina e per i primi tre metri di fila fai il vago come in ascensore. Guardi ovunque, fisse le scarpe, ti concentri sul colorato banco che mischia senza logica i prodotti Kinder e quelli Hatù. Comunque eviti di incrociare lo sguardo della cassiera. Quando arrivi a due-tre persone dal pagamento, cerchi il suo sguardo e, infine, saluti. Bene, penserà che sei un classista del cazzo e ti vergogni di essere suo conoscente. E’ ovvio. Perché non avresti dovuto salutarla appena arrivato in fila, sennò? Lei ti ha notato mentre fingevi interesse per gli Happy Hippo. Ma tu, destrorso dei miei coglioni, hai fatto il vago per tutto il tempo pur di non mostrare agli altri soci del Rotary in fila con te che rivolgi la parola a gente di così bassa levatura. Sei proprio una merda.
 
Caso 3: la ignori fino al tuo turno. Sei un maleducato approfittatore. Certo, perché per te i rapporti sociali hanno un senso solo se sono funzionali a qualcosa vero? Scommetto che se non fossi obbligato a pagare fileresti via liscio senza nemmeno un “ciao” al volo. E, poi, scusa, perché non salutarmi mentre passavo i detersivi della vecchina prima di te? Stavi già sistemando la tua roba sul nastro gommato, dietro la barra “cliente successivo”. Cosa c’é? Fin quando non lavoro per te non sono degna di saluto? Stronzo.
 
Caso 4: fingi di soffrire di forti amnesie e ogni giorno che vai al supermercato ti cali nel ruolo di quello che va in quel supermercato per la prima volta. Se poi hai dei colleghi disposti a perorare la causa tanto meglio. Le prime volte, di fronte ai volti inferociti delle cassiere, potranno scusarsi loro per te, spiegando la tua malattia.
 
Caso 5: ordini la spesa per telefono. Spendi di più, ma sei felicissimo di poter accogliere il filippino che te la porta a casa con un sorriso a 384 denti.
mercoledì, 02 gennaio 2008

Il 2008 fa schifo. Non sono passate neanche 24 ore e già il 2007, con il suo carico di nulla, mi manca come se m’avessero estirpato i due reni in una volta sola. Aver evitato il brindisi di mezzanotte, quello sì che mi inorgoglisce. Ma aver passato la notte di capodanno a fare il dj sotto antibiotici, e quindi sobrio, è stata una tortura. Che a me, poi, la notte di capodanno mi ha storicamente sempre fatto un po’ cagare. Deve essere per via dell’euforia immotivata. Comunque, sei ore alla consolle da sobrio hanno se non altro contribuito a sviluppare una serie di riflessioni assolutamente calzanti sulle prime ore dell’anno nuovo.
  • Le prime ore dell’anno nuovo, almeno le prime sei, necessitano di musica di merda. Se tu metti della roba della madonna che ballano sempre tutti in qualsiasi altro giorno dell’anno ma che, sventuratamente, non ha una melodia vagamente happy a capodanno non balla nessuno. Ragion per cui, per fare sei ore di musica da cazzeggio, l’anno prossimo inviterò alla festa Pupo, Raffaella Carrà, Lorella Cuccarini, Heather Parisi, il ministro Parisi, i Village people, i Gipsy kings, l’intero cast di Grease e tutti i gruppi brasiliani che almeno una volta nella vita hanno intonato Fio maravilhia.
  • Dal punto precedente resta miracolosamente esclusa l’house. Cioè tutti ti chiedono cazzeggio o house, che è un genere che a me personalmente non mi riconcilia proprio con la gioia di vivere. Ne scaturisce la necessaria considerazione che l’uomo sia un essere dalle sinapsi bizzarre.
  • E comunque fare il dj a capodanno è molto più remunerativo che fare il giornalista all’incirca per una ventina di giorni.
  •  Anche quest’anno dalle parti di casa mia, ma anche a Napoli e da altre parti, c’è stato il solito festival dell’arto amputato dai botti. Il che lascia supporre che a Napoli e dalle altre parti vicino casa mia si festeggi fino alle sei per aver passato incolumi la mezzanotte.
  •  Bisogna spiegare agli inguaribili ottimisti che dicono “guarda, quest’anno sento che cambierà tutto” che i due minuti che vanno dalle 23.59 del 31 dicembre alle 00.01 dell’1 gennaio sono decisamente insufficienti per stravolgere un’esistenza. Non è il caso della morte, ma in tal caso lo stravolgimento sarebbe in peggio e dunque fuori dalle pretese del richiedente ottimista. 
  • A capodanno fare i pessimisti fa molto disfattista dandy – è vero – ma obiettivamente ci si diverte anche di più. Per esempio, tra tutti i messaggi che auguravano la gioia eterna a me e a tutti i miei discendenti fino alla terza generazione, che promettevano la pace del mondo, che mi auguravano di sguazzare nell’oro manco fossi una formina forgia-anelli, quello che ho gradito di più è stato quello che mi augurava un 2008 di merda. Grazie Simiele.

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