sabato, 22 dicembre 2007
author: tantecarecose @ 03:29
category: geni del male, tuttologo per ignoranti, anima animale, epica e mitologia
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E' tutto perfetto. Il buio di una qualsiasi sera dicembrina interrotto dalle luci della Roma natalizia. Le strade sgombre del cinquantunesimo giovedì dell’anno. Gelido, peraltro. Il freddo cane che all’interno della acid–mobile intuisco appena dallo sterzo ghiacciato che si riscalda un po’ alla volta. I bocchettoni dell’aria però alitano nell’abitacolo una clima da Tropico del Capricorno, mentre un pezzo r’n’b mi scalda le arterie e accompagna la macchina che accondiscende le curve del Muro torto. Sto bene e non so perché, giudicando la mia vita appena da 5,5. Zeppo di una calma che credo di aver provato prima solo immerso nelle pozze di acqua termale di Cura di Vetralla, con la pressione ai minimi storici. E’ tutto sin troppo perfetto perché io possa evitare di riflettere approfonditamente sull’unica considerazione che ignoro per quale motivo mi sia venuta in mente proprio in questo momento.
 
Ma a che cazzo servivano le braccia al Tyrannosaurus rex? Film, libri, documentari: qualcuno ha mai visto il T-Rex usarle?
 
trex 
 E non avrebbe potuto essere altrimenti. Cioè, parliamo di animali che potevano raggiungere i 12/13 metri di lunghezza e che avevano ‘ste due appendici anteriori lunghe appena un metro. Cento inutili centimetri per parte che intanto rendevano vane, viste le proporzioni, una lunga serie di attività quotidiane come grattarsi la schiena, allacciarsi le scarpe, tagliarsi le unghie dei piedi, mettersi il gel nei capelli, rullare una sigaretta, scaccolarsi e farsi le pippe. Viene da pensare che le usasse per mangiare. Errato. Primo: queste bestie erano troppo più alte di uomini e di gran parte degli esseri coetanei, nel senso di abitanti del Cretaceo superiore. Il che significa che il T-Rex, pur chinandosi come neanche Ilona Staller avrebbe saputo fare, non sarebbe arrivato nemmeno a raccogliere l’eventuale preda. Secondo: nel fortuito caso di successo, magari per prede più voluminose, in ogni caso non sarebbe riuscito a portarle alla bocca a causa della giuntura del gomito e della spalla che gli consentivano movimenti in un arco di non più di 40/45°. Quindi corte e pure costruite male: una tragedia. Con l’inclinazione di 45° non poteva neanche fare il gesto dell’ombrello che richiede un’angolazione prossima ai 90°. Non poteva neanche applaudire, perché ‘sti benedetti arti anteriori erano troppo rigidi e pure troppo distanti tra loro. E poi nel Cretaceo superiore, a differenza di quello inferiore, c'era ben poco da applaudire. Insomma: lungo tutto il Muro torto ho pensato che l’unica cosa a cui potessero servire quelle braccia era fare le matasse di lana. Però non esisteva la lana, quindi era impossibile anche questa ipotesi. Non riuscivo a darmi pace. Se le teorie evoluzionistiche vogliono gli esseri viventi adattarsi all’ambiente, perché quelle braccia non sparivano? Perché il T-Rex si ostinava a mantenerle? Non potevo resistere all’interrogare Wikipedia per scoprirlo.
 
“È invece possibile che il T-Rex usasse gli arti per tenere fermo il partner durante la copula (Osborn, 1906)”.
 
E poi non venite a dirmi che nella vita non si fa ogni cosa con il fine di copulare come i dannati.
sabato, 15 dicembre 2007

Che abbia ormai inesorabilmente perso il contatto con la realtà è evidente. Così, sfogliando il libro dei coniglietti suicidi – di cui segue un prezioso allegato esplicativo per chi ancora non li conoscesse – ho pensato al libro dei Tcc suicidi.
 Coniglio_suicida 
Al di là delle varianti più o meno interessanti che ho partorito, ho pensato che mi piacerebbe avere sette vite come i gatti. Che poi tutte le volte che ho ammazzato dei gatti questi sono morti davvero. E pure dopo settimane passate ad aspettare che resuscitassero la sostanza non cambiava. O, dunque, ho sempre ammazzato gatti che aveva già sprecato i sei bonus precedenti o ‘sta storie delle sette vite non è vere. Ma questo è un altro discorso. Io pensavo che, avendo sette vite, almeno sei le sprecherei per provare delle morti assurde. Ché tanto già in una vita mi rompo abbastanza le scatole, pensa in sette... Quindi, tenendo per buona la settima vita, ho fatto un elenco approssimativo delle morti che sperimenterei.
 
1) Frenare di colpo in autostrada, quando sono sulla corsia di sorpasso e c’ho il coatto che mi lampeggia a dieci centimetri dal culo della mia macchina. Giù il pedale senza preavviso e chi s’è visto s’è visto. Muori, coglione.
 
2) Precipitare con l’ascensore. Avrei voluto dire lanciarmi da un palazzo per provare il senso del volo o perlomeno della caduta libera ma avevo paura di passare per sentimentale. L’ascensore mantiene una sua dimensione più pulp.
 
3) Travestirmi da Orso Balosso e andare a fare un giro in barca, sapendo di non avere i remi, che non ci sarà vento e che Ballina e il delfino Simone non potranno salvarmi. A quel punto morire disidratato al largo. La bellezza di questa morte sta nel godersi il ritrovamento della salma: un cadavere travestito da orso con gli stivali a pois. Per comprendere meglio il senso di questo apprezzabile decesso osservare con attenzione e con le casse accese il video che segue.
 
 
4) Darmi fuoco durante una serata tra amici. Pensa che scena! Tutti sulla spiaggia a bere una cosa, Tcc tira fuori una tanica di benzina, se la rovescia addosso e si dà fuoco. Che matte risate tra gli amici increduli! Che poi i miei amici sono talmente abituati a sentirmi dire e a vedermi fare cose senza senso che lì per lì non ci farebbero neanche caso. Che scena al sopraggiungere della consapevolezza che l’amico Tcc è ormai una salma carbonizzata! Morirei dal ridere se non fossi già morto bruciato.
 
5) Provare a morire di immobilismo. Questa è la più lenta ma per certi versi la più stimolante. Consiste nello svegliarsi un giorno, sedersi sul letto o dove meglio si crede e basta. In sostanza sedersi e stare immobile finché morte non sopraggiunga. E’ vietato mangiare, bere e andare in bagno. In un versione più soft si può guardare la tv, leggere, ascoltare musica e persino usare il telefono. L’unica regola è non alzarsi mai: devi pensare che staccandoti da quella sedia vanificherai tutto, rischiando di non morire più.
 
6) Sperimentare se è possibile morire di astinenza sessual... Argh!... Add...i...o.........
domenica, 09 dicembre 2007
author: tantecarecose @ 17:22
category: geni del male, amare considerazioni, devianze mediatiche
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A me che a “Più libri, più liberi” ci fosse pure lo stand di Splinder mi sembrava una cosa fantastica. Già mi immaginavo questa piccola area con decine e decine di blogger infoiatissimi, pronti a passare ore lì dentro sperando di incontrare altri blogger che hanno sempre e solo conosciuto tramite i loro deliri scritti. Gente con magliette inneggianti ad Alebenfenati, grossi cuori gonfiabili con la faccia di Katana che manda baci e ancora stormi di giovani blogger che sperano di diventare un giorno come Almost30. Fatezuccherine, elfi e altre creature del bosco che parlano tra di loro. Integralisti di Personalitaconfusa, in coda ai cancelli sin dalle prime ore del mattino. Persone che scherzano con Nessuno77, mentre altri si beano dell’irresistibile verve di Fran. Wilcoyote con i suoi amici suona la chitarra in un angolo dello stand, con Minkiarobby che si lascia andare a improbabili coreografie. Tutti, comunque, si complimentano con Monicamarghetti che tanto qualcosa all’interno dello stand l’ha organizzata di sicuro pure lei. Forse i reading di QueenIshtar e Anneheche. Comunque i più sono là per conoscere dal vivo la conturbante SexyHelenCam. Chi per un motivo, chi per un altro, nello stand di Splinder c’è davvero un sacco di gente. Nella mia mente, però.
 
Ore 18.22. Tcc passa una porta grigia ed entra in una sala dove ci sono tre computer con altrettante persone di spalle che scrivono le loro cagate. Non sono blogger: solo giornalisti che scrivono i loro pezzi. Due segretarie-manager ridono tra loro, mettendomi anche un po’ a disagio. Poi c’è una sala conferenze mezza vuota, che vabbé i convegni interessanti, ma io voglio il cazzeggio tra blogger. Non è possibile però che non ce ne siano altri. E’ allora che capisco tutto. Splinder è come Truman show. Mi ha fatto credere che ci sia una realtà che non esiste. Tutti i blogger non esistono e i blog sono aggiornati da un programma che sfrutta algoritmi diversi per dare l’impressioni di stili diversi. Anche le telefonate di Alebenfenati e Katana erano fatte in realtà da una segretaria preposta (forse la Marghetti, che in tal caso sarebbe l’unica a esistere davvero). Ilsolecheride su Msn è sempre la Marghetti.
 
Cazzo, sono l’unico blogger di Splinder.
lunedì, 03 dicembre 2007

Mi si dirà che il seguente è il solito post nostalgico da trentenne che non smette di pensare alle cose che c’erano nella sua infanzia/adolescenza e che adesso non ci sono più. Giusto: lo è. Ma con grossa consapevolezza. E, soprattutto, con l’enorme amarezza di chi ha scoperto che il vero mito della sua gioventù è ormai morto. Guardate qua.
 
Ora io potrei tacere sulla morte di Mazinga e del pupazzo Uan, di “Doppio Slalom” e di “Deejay Television”, di Edwige Fenech e di Lilli Carati, ma sul decesso di Postalmarket...beh, su quello no. Perché il catalogo Postalmarket non è mai stato solo un oggetto. Era al contempo un rito familiare, un processo di socializzazione, un evento ludico, un amico di mille avventure, una linea del tempo della crescita. Quando lo scoprivi da piccolo ti rapivano le pagine con i giocattoli. Poi, dopo anni passati in stanza con tuo/a fratello/sorella, arrivava la tua cameretta e iniziavi a sognare con le pagine con i prodotti di cancelleria e con tutte quelle diavolerie per colorare e costruire cose. Ancora poi entravi nella fase dello sviluppo sessuale ed era lì, inesorabilmente, che Postalmarket dava il meglio di sé. Quando ti dicono che il sesso si impara con gli amici o con i discorsi di papà mentono spudoratamente. E’ Postalmarket che per primo ti fa – d’ora in poi, ti faceva – capire com’è fatto il corpo femminile. Scoprivi quelle pagine con la biancheria intima femminile e la tua mente, di colpo, precipitava più leggera di Patrick de Gayardon e veniva poi salvata – a differenza di Patrick de Gayardon – dal tuo paracadute di ormoni esplosi, che puntualmente si apriva e ti cullava adagio fino alla pagina successiva. Quante scuole di pensiero si sono formate tra quelle pagine! Il partito dell’adolescente medio puntava con decisione alle mutande di pizzo. Quei ciuffetti neri che facevano capoccella tra le trasparenze dello slip – elegantemente indossato da una modella che potenzialmente potrebbe non aver avuto alcun volto – ti facevano finalmente capire che l’uomo e la donna non sono proprio uguali uguali. Capivi che ti mancava qualcosa ma che ti andava benissimo che non fosse su di te. Quel qualcosa dovevi cercarlo all’esterno, anche se non ne avevi molta voglia. Sai che sbattimento con tutti quei brufoli che avevi in faccia e con i capelli con la riga di lato? In fondo da ragazzino guardare e non toccare non ti pesava: tanto Postalmarket ti faceva guardare comunque e poi a toccarti ci pensavi tu. Ma tra un confronto con la tua sessualità che si espandeva e un altro, scoprivi che non tutti puntavano con decisione su culotte di pizzo e tanga minimalisti. I più seguaci di Renzo Montagnani pare preferissero intuire il capezzolo che si celava dietro i reggiseni vedo-non-vedo. I più espliciti guardavano il reggiseno da allattamento, che in sé era la morte del sesso – con quel suo orribile color pelle – ma che era l’unico che mostrava il capezzolo nudo e crudo. Il più delle volte in un riquadro che mostrava come sfilare il copri-tetta per dare da mangiare al neonato. Un capezzolo solo, ma bastava: tanto l’altro sarà uguale, pensavi. Infine c’erano i più audaci, tra i quali, non senza orgoglio, vado a collocarmi. Quelli che si attizzavano con i completi intimi, con le parigine, con le sottane alla Laura Antonelli e, nei casi più estremi, con le camicie da notte di raso. Non si intravedeva nulla, ma le modelle intere, con indosso quello che avresti voluto vedere su qualsiasi donna...Un effetto devastante. Tutto finito: Postalmarket non c’è più. Forse è colpa di eBay, forse del tempo che si è portato via molte di quelle persone – come la mia adorata nonnina – che di Postalmarket erano delle ultrà sfegatate. O forse è solo colpa di Michael Jackson. Che c’entra? Subito dopo l’intimo c’erano le pagine con i bambini in pigiama. E volete che nessuno si sia sbagliato mai?  
  
Comunque se qualcuno si trovasse a conoscere qualche vecchia modella di Postalmarket è autorizzato a passarle il mio numero di cellulare.

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