lunedì, 26 novembre 2007

Il paradiso esiste davvero: si chiama Spazio Novecento. Io ci sono stato e ho capito che era il paradiso perché era tutto bello. Lo Spazio Novecento è un non luogo, nel senso che non è una discoteca e non è un locale. E’ un posto dove viene stipata beltà in ogni sua fattezza. Allo Spazio Novecento il brutto – in ogni sua forma – non esiste. All’ingresso è tutto bianco e c’è un letto con una figa bestiale che ti accoglie vestita da angelo delle tenebre: vestito scuro e trucco da donna di malaffare. Con le ali, però. Poi c’è una scalinata imponente con altri due divani e altre due fighe-angelo sedute. La mia prima escursione in paradiso, intanto, sfata un luogo comune: non è vero che gli angeli non hanno sesso. Quelli dello Spazio Novecento ce l’hanno, secondo me anche più di uno a sera. Comunque le fighe-angelo sono ovunque, tranne che nello spazio adibito alle danze. Lì ci sono le fighe e basta. Ma non ragazze fighe normali. Proprio ragazze superlative che io prima non le avevo mai viste. Le tocco per accertare che non si tratti di ologrammi e le denunce per molestie sessuali che ricevo il giorno dopo mi confermano che non lo fossero. Ma allo Spazio Novecento è tutto il brutto a non essere ammesso. Quindi anche il ragazzo più inguardabile è tipo Brad Pitt e Johnny Depp con una spruzzata di Sean Connery. Se fosse stato un locale terreno, sarei stato clamorosamente fuori posto. Invece è il paradiso e tutti mi accolgono con il sorriso. Tranne le fighe-angelo che per contratto devono mantenere la faccia da stronze. Intorno a me regna il buonumore. Tutti si divertono dimenandosi su ritmi che non mi aspettavo di trovare in paradiso. Sarà perché alla consolle ci sono due delle fighe-angelo. Penso al luogo comune che vede il dj scopare come un riccio ogni sera e mi convinco che forse è il caso di provare un approccio con una delle due fighe-angelo-dj. Mentre provo ad avvicinarmi alla consolle, però, il bello tutt’intorno mi distrae. Schiene scoperte a perdita d’occhio, tette senza reggiseno che prendono per il culo le teorie di Newton, culi scultorei da “perché non parli?”, gambe slanciate, sandali profumati, ombelichi del mondo, coppe C del nonno. A causa dell’ormone che si sposta nell’aria mi accorgo di avere una pettinatura diversa. La cosa non turba la popolazione del non luogo. Le ragazze mi parlano, bevono con me, mi dicono che sono simpatico e nessuna di loro pretende soldi. Uno strano flusso di persone attira la mia attenzione verso i cessi. Non le persone brutte che qua non esistono. Proprio i wc. Mi avvicino e scorgo un piccola fila che aggira i bagni. La seguo e sbuco in un piccolo spazio in cui ballano stipate diverse centinaia di persone. Allora ci sono! Sono i brutti del non locale appositamente ghettizzati. Quelli che escono dalla zona vengono dotati di mascherine tipo Eyes wide shut. E io che la credevo una deliziosa trovata degli organizzatori! Comunque i brutti sono discreti e non rompono le palle. Torno tra i belli. Scosto con un piede di porco i pettorali dei due ragazzi che parlano davanti a me, impedendomi il passaggio. Trovo i miei amici alle prese con due tardone di Praga e, fiutato l’andazzo, dono loro due rotoli di cellophane per evitare malattie. Una delle due ha le tette sblusate. L’altra ha tre tette: penso a un errore di chirurgia, poi mi ricordo che sono in paradiso. Intanto le fighe-angelo-dj, smesse le ali, bevono cuba libre al bancone del bar con due belli alla moda. Io continuo a parlare con tutte, ma la gente intorno a me è sempre meno. Le fighe-angelo sono sparite. La musica è finita, gli amici se ne vanno. Vado anch’io ma non me ne accorgo. Mi sveglio nel letto di casa molte ore dopo. Ho sognato la mia morte? Cazzo, se ho rimorchiato così tanto avrò il cellulare pieno di nuovi numeri di telefono! Come ho fatto a non pensarci prima? La rubrica delude le mie aspettative. Il portafoglio, però... Fedele amico: lui sì che non rifila pacchi. Mancano i 70 euro che avevo prelevato la sera prima. Difficile che siano sublimati nottetempo. Per fortuna non era un sogno.
venerdì, 23 novembre 2007
author: tantecarecose @ 00:04
category: amare considerazioni
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Ho iniziato a scrivere il mio terzo libro. Avevo bisogno di un altro progetto da lasciare a metà.
mercoledì, 14 novembre 2007
author: tantecarecose @ 22:56
category: laif is nau, amare considerazioni
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Metti che un lunedì vai all’Auditorium a sentire i Radiodervish. Sei pur sempre un giornalista e un accredito ogni tanto riesci a scroccarlo. Mentre esci di casa e ti avvii in macchina verso il luogo del concerto realizza che ci stai andando da solo.
 
Considerazione collaterale: A trent’anni faccio cose che non avrei fatto dieci anni fa. E comunque è ora che mi trovi una donna da contaminare musicalmente, fallendo come nelle precedenti occasioni.
 
Parcheggi, esci dall’auto che c’è un freddo bastardo, e ti incammini verso la biglietteria. Il sito del gruppo dice che il concerto inizia alle 21.30 per cui sei fiduciosamente sereno, nonostante lo spettacolo sia in realtà iniziato alle 21. Entri nella biglietteria, dici che per te dovrebbe esserci un accredito e ti confronti subito con la diffidenza dell’hostess preposta che non trova il tuo nome nella lista. Dopo cinque minuti buoni ti accorgi che la lista giornalisti è da un’altra parte e che lei sta cercando nella lista amici. Glielo fai notare, lei si scusa e ti dà il biglietto.
 
Considerazione collaterale: Del giornalista avrò anche l’accredito, ma non certo l’aspetto.
 
Sala Sinopoli. Bene. All’Auditorium non ci sei stato così di frequente e ti ci orienti più o meno come faresti a Istanbul. In più il concerto è iniziato da tempo e non c’è più nessuno in giro a cui chiedere informazioni. Comunque vai a passo spedito, quasi corri, e nel mentre sudi nonostante gli zero gradi intorno a te. Trovi la sala ma è al primo piano. Fai anche le scale, sempre traspirando con brio. Trovi la porta. Appena la apri di 23° ti illumina una torcia e la donnina preposta all’accompagnamento ti sussurra: “Ti faccio sedere al primo posto libero, ok?”. Accetti di buon grado per evitare il terzo grado. L’unica poltrona libera è libera per modo di dire. Una signora con 7-8 etti di capelli bianchi – al concerto dei Radiodervish? Mah... – vi ha infatti parcheggiato 12 tra maglioni e cappotti, quattro sciarpe, un paio di Moon Boot  e qualche colbacco peloso. Tutta roba sua. La raccoglie a malincuore e ti fa posto. La signora sparisce: sommersa dal suo guardaroba, è isolata visivamente e acusticamente. Di lei non si avranno più notizie. Tu ti siedi, esausto. Sei così sudato che scivoli sulla poltrona. Ma hai vinto. Ti ricomponi. Ti metti comodo, alzi lo sguardo verso il palco e finalmente... otto vecchi che parlano in inglese e fanno jazz. I Radiodervish sono due e parlano uno barese e l’altro tunisino. C’è qualcosa che non va.
 
Considerazione collaterale: O i Radiodervish hanno drasticamente cambiato formazione oppure sto decisamente assistendo al concerto sbagliato. In effetti il biglietto che nella Sinopoli colloca una cosa tipo James Parker & Chuck Morrison Blues Ottet porta acqua al mulino della seconda sensazione.
 
Ti alzi e come la gazzella sai che devi correre. La signora però è sommersa dai suoi abiti e accessori e non se ne accorge. Farfugli delle cose alla ragazza con la torcia che ti fa uscire senza capire. Rifai le scale al contrario, ritorni correndo alla biglietteria e spieghi l’increscioso errore. Ti danno il biglietto giusto e ricominci a correre verso la sala giusta. Ormai non sudi più perché di liquido in corpo ti è rimasto solo il sangue. Fatalità, anche per la sala giusta devi fare le scale. Trovi la porta, la apri e c’è uno che parla tunisino. Finalmente ti senti a casa. La sala è incredibilmente piena e tu, saggiamente, decidi che non è il caso di mettersi a cercare il posto. Tanto in piedi si vede anche bene.
 
Considerazione collaterale: O i Radiodervish sono davvero famosi o a Roma ci sono più baresi di quanto io abbia mai pensato.
 
Il concerto è molto bello, peccato che si avvii ormai alla conclusione. L’età degli spettatori è varia ma proliferano le tardone che, cullate dalle suadenti melodie intonate da Nabil, si alzano e si lasciano andare a improbabili danze. C’è chi si abbandona alla piroetta fine a se stessa, chi a movimenti casuali che risultano del tutto fuori tempo, chi improvvisa addirittura una cosa orientale, tipo danza del ventre. Nel mentre tu tenti di socializzare con una delle ragazze della sala con frasi di circostanza tipo “Scusa, hanno già fatto ‘Yara’?”. Ma di fronte al suo imbarazzo, capisci che lei è una fan di Ligabue e lì si sta divertendo più o meno come un impiegato delle poste.
 
Considerazione collaterale: Se una fan di Ligabue si annoia dai Radiodervish, immagina Ligabue... E comunque anche i Radiodervish si annoierebbero al concerto della fan di Ligabue.
 
Esci dalla sala e corri di nuovo per non trovarti nel casino. Ti infili in macchina prima di tutti e finalmente allo stereo metti il cd con le canzoni dei Radiodervish che, tra un ritardo e l’altro, non hai sentito al concerto. Sei sempre più soddisfatto della tua serata minimal, quando il rimorso ti assale.
 
Considerazione collaterale: La signora sommersa dai suoi abiti e accessori, con ogni probabilità, non si è accorta che il concerto jazz è finito. Morirà di stenti nella sala Sinopoli.
sabato, 10 novembre 2007

Il mio mondo è fatto essenzialmente di personaggi immaginari. Spesso animali con facoltà umane. E’ bene ammetterlo, una buona volta. A me del reale me ne frega davvero poco. L’abbiamo sempre detto con Simiele: tra ricevere una chiamata del Corriere della Sera e incontrare – che so – un cavallo che canta tipo quello di Top secret, vince la seconda tutta la vita. Il problema è che se fino a poco tempo fa eravamo in pochi a pensarla così, una nicchia di simpatici visionari, ora stiamo diventando sempre più. E lo dimostrano la Pixar che continua a fare film animati che hanno per protagonisti animali assurdi, la Playstation, la Wii e le altre console che investono su giochi con conigli rosa e cani che ballano e, soprattutto, il fatto che l’Ansa abbia messo in piedi una redazione apposita. Credo che mesi fa, nel palazzo di via della Dataria che ospita il dna dell’informazione italiana, ci deve essere stata una riunione tipo tra il direttore, i vari caporedattori, Piero Angela, Steve Irwin, Licia Colò, i suoi orsi polari, e Gianfranco D’Angelo, eccezionalmente nei panni del Tenerone. Dopo un dibattito fiume, la task force animalista è arrivata alla conclusione che l’agenzia dovesse dotarsi di una redazione dedicata al racconto del mondo animale e, per certi versi, immaginario.
 
In principio, dunque, era Knut, l’orso dello zoo Berlino abbandonato dalla mamma subito dopo la nascita. Una storia difficile la sua, divisa tra una famiglia che non ti vuole e un’inaspettata popolarità arrivata troppo presto. Il successo di Knut è planetario, nonostante lui sia di poche parole. Non una battuta ai giornalisti che assediano lo zoo, al punto che molte malelingue motivano la sua popolarità con la diceria: c’è chi giura di averlo visto a letto con la figlia del direttore dello zoo. Poi arriva il libro, scritto a quattro mani con tale Christiane F., e il successo di Knut diventa mondiale. Ma le luci della ribalta logorano e così Knut si ritrova schiavo della sua stessa immagine, ossessionato dal mantenere un successo effimero. Una delle ultime immagini prima del suicidio lo ritraeva così, narciso e infelice.
 
Delle formiche asociali di Fred Adler si è disquisito in abbondanza. Ma grazie all’Ansa (e al sito in costruzione illaidonicotra.it), per esempio, ho scoperto che piccioni e babbuini memorizzano le foto, soprattutto se correlate a qualche loro interesse. Conosco babbuini che hanno un book completo di tutte quelle che sono riusciti a portarsi a letto. Certo niente a che vedere con gli elefanti che si riconoscono davanti allo specchio. E che ci perdono ore davanti a quello specchio se la sera devono uscire. Ci sono elefanti poi che lo specchio hanno imparato a farlo come la buonanima di Marcelle Marceau, altri si stanno specializzando nel mimare il tiro alla fune ma la rappresentazione è meno efficace. Le aragoste e i gamberetti invece piangono per il dolore, smentendo anni e anni di teorie che attribuivano la lacrimazione a una forma patologica di depressione. Il tutto aspettando il super-topo, recentemente creato a Cleveland e che, stando agli studiosi, ha capacità fisiche – per la sua categoria – paragonabili a quelle di Lance Armstrong, vincitore di sette Tour de France consecutivi. Il super-topo mangia il doppio di un topo normale (come Gianpiero Galeazzi) ma non ingrassa (come Kate Moss, ma il super-topo non vomita dopo il pasto), può correre per oltre cinque ore senza interruzione  (come Robert Korzeniowski), alla velocità di 20 km/h, ha un'aggressività inaudita (come Mike Tyson), mantiene l’attività sessuale anche in età avanzata (come Franco Califano) e, soprattutto, non ha paura dei gatti (come un cane). Bisogna solo sperare che non si appassioni alla letteratura altrimenti non ci saranno più topi da biblioteca da prendere per il culo.
 
 
sabato, 03 novembre 2007
author: tantecarecose @ 23:03
category: agenti e reagenti, questa cosa secondo me
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Ti insegnano che le parole si disperdono nell’aria manco fossero un peto. Anzi, quest’ultimo, in molti casi, tende a disperdersi più lentamente di aggettivi e avverbi vari. Il punto però è che le parole volano in modo molto diverso a seconda dei segni di interpunzione che le accompagnano. L’altro punto però è che se hai modo di leggere i segni di interpunzione significa che non di verba che volant stiamo parlando, ma di scripta che, in quanto tali, manent. E allora tutto quello che ho scritto finora perde di senso o, per lo meno, fornisce la giusta impressione che abbia preso la questione un po’ alla larga.
 
In realtà cercavo solo il solito modo simpatichino di iniziare il post per introdurre, poi, l’ennesima classificazione della mia vita. Che, nella fattispecie, è relativa alla punteggiatura e alla diversa percezione del mondo che è in grado di favorire. Così accade che un banale “a presto” in chiusura di una mail assuma nella mente di un uomo mediamente paranoico una serie di connotazioni impazzite di significato legate ai segni grafici che lo seguono. Vediamo nel dettaglio.
 
A presto, (con la virgola e la firma seguente) = E’ il saluto ammazza-ormone. Anzi, in realtà ti fa anche incazzare un bel po’. Perché quella virgola fa solo capire che alla tua corrispondente non gliene frega una cippa di te, ma che, al contempo, forse per motivi lavorativi o di comodo cerca una forma che ti faccia sentire in confidenza con lei senza illuderti su una sua presunta e irrefrenabile voglia di dartela. Lei crede che sia l’apresto a fare tutto ciò; in realtà è la virgola. Chi ti saluta con l’aprestoconlavirgola va di fretta, non ha voglia di soffermarsi con te più di tanto ma deve farlo per chissà quale motivo.
 
A presto? =Amico scrittore, ma che ci farai alle donne tu? Con l’interlocutrice interrogativa, infatti, hai scazzato per qualche motivo, ma finalmente lei si accorge – o sei riuscito a convincerla – che hai sempre avuto ragione tu. Anche quando cercavi di farle capire che la sua migliore amica non aveva avuto l’idea più geniale del mondo decidendo di sposarsi nel giorno della finale dei mondiali. Ovviamente invitandovi alla cerimonia. La ragazza che usa l’aprestointerrogativo parla con le amiche di te dicendo frasi tipo “e quel povero di Tcc” o “quel santo del mio fidanzato” e cose così. In definitiva è caduta nella tua trappola fatta di inutili sacrifici tipo “amore, mangia tu l’ultimo supplì tanto io ne ho già mangiati sedici” e ora spinge per la tua canonizzazione. L’aprestointerrogativo, quindi, indica che se non altro un approccio fisico c’è già stato. Quindi questa è l’unica chiusura di mail che spinge l’uomo paranoico non a chiedersi “me la dà o no?” ma semmai “me la ridà o no?”.
 
A presto! = Qua non si scappa: hai intercettato la zelante! Quella che ha un sacco di amici e che può venire a cena indifferentemente con te, con Carmelo Bene o con Mister Bean, riuscendo a intessere con tutti e tre delle conversazioni entusiasmanti. L’aprestoesclamativo è sinonimo di donna iperattiva, ben oltre i limiti della frenesia, che va sui roller con l’iPod che le spara nelle orecchie quel gruppo troppo figo che un suo amico ha scoperto a Londra. Poi va alle mostre, passa ore nei negozi di dischi e nelle piccole librerie indipendenti, ama lo shopping, meglio se nei mercatini dell’usato, fa le foto, passeggia scalza nei parchi, va al cinema di pomeriggio che fa un sacco simpatica mattacchiona, va in palestra, fa i massaggi, studia teatro, non perde un aperitivo dal 1997 e nel week-end visita le capitali d’Europa con i voli a basso costo. Probabilmente ha la Smart e le sue amiche “sono tutte delle matte”. Purtroppo – e qui c’è il controsenso – l’aprestoesclamativo è usato da donne che, di fatto, non hanno amiche. Sì, perché questa assurda frenesia fa inspiegabilmente presa più sull’uomo paranoico, che la vede come un’affascinante molteplicità di interessi, che sulle altre donne, che la identificano con la mera zoccolaggine. A ben guardare anche l’uomo la vede come mera zoccolaggine, per questo tende a rispondere con zelo alle mail chiuse dall’aprestoesclamativo. Purtroppo però la donna che si congeda con l’aprestoesclamativo decide di concedersi – anche con frequenza – ma con criteri ignoti ai più, spesso contrari a molte delle logiche conosciute e comunque al vaglio degli esperti comportamentisti ormai da decenni.
 
A presto. = Qui la faccenda si fa interessante. La donna dell’aprestocolpunto vuole fare l’enigmatica ma, sotto sotto, ha già deciso che almeno una pomiciata ci scappa. Nelle sue teorie il punto dovrebbe spiazzare. Sa che non ha i requisiti per il punto interrogativo, che non ha gli interessi giusti per il punto esclamativo e che, in fin dei conti, ti ritiene meritevole di qualcosa in più di una virgola. “Con il punto sono decisa, secca. E lui non ci capisce nulla”, ghigna malefica sotto i baffi. Ma ignora che tu sia un esperto di punteggiatura. Oltre che di donne baffute.
 
A presto... = Fin troppo facile. Ma se una donna che usa l’aprestocolpunto ha deciso che almeno una pomiciata ci scappa, una che di punti ne usa tre? Sesso assicurato.
 
A presto$*&#§^^ = Ti sta prendendo per il culo.

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