venerdì, 28 settembre 2007

Dice: buone le Reset, brava la Virgosol, bella la pubblicità con il cane che si pomicia il fidanzato sfigato della sua padrona. Bravi tutti. Peccato che alla Vigorsol non abbiano tenuto in conto i sei milioni di effetti collaterali delle loro micro-gommine. Intanto le Reset rendono impossibile qualunque sommatoria del chewing gum. Ne metti in bocca una e senti questa cosa microscopica che ti si agita tra i denti. Ogni tanto la perdi, proprio. Per evitare che ti ostruisca l'esofago, uccidendoti, metti in bocca la seconda, ma l’effetto con cambia molto. Provi a buttare nella mischia pure la terza. Ma ormai questo senso di insoddisfazione è cronico e altera tutte le precedenti categorie di classificazione della mole di una gomma che hai usato nei precedenti anni della tua vita. Nel giro di venti minuti, alla Reset numero 32, avverti che la consistenza della cicca è soddisfacente e lo capisci dal fatto che non riesci più a muovere la lingua ché nella bocca non c’è più spazio. In più, nella ricerca della giusta consistenza, hai dimenticato che trattasi di Instant freshness. Dopo 32 powermint grains la concentrazione di menta in bocca è tale che hai perso ogni sensibilità delle papille gustative e il senso di fresco esagerato ti stordisce le cervella, dandoti quella sgradevole e ovattata sensazione di quando, dormendo, sogni di precipitare.

 

Al di là delle dimensioni, le Reset generano un problema con il prossimo. Quando qualcuno ti chiede se hai una gomma, infatti, non puoi comportarti come se avessi delle gomme normali. Se ne offri una sola, fai la figura del taccagno. Offrendone due rischi di mettere in imbarazzo il richiedente, che magari sente il chewing gum troppo piccolo ma non osa chiedertene altri perché pensa “già me ne ha dati due...”. Con tre questa spiacevole sensazione aumenterà. Dalla quarta in poi ti sentirai in colpa per i danni che la menta sta procurando al suo apparato oro-gengivale. Per cui, normalmente, quando uno ti chiede se hai una gomma – e se tu hai ovviamente solo le Reset – la strategia ideale è quella di regalargli il pacchetto intero, lasciando a lui la gestione della somministrazione. Se uno è bastardo, ti chiede una gomma appena hai comprato il pacchetto, obbligandoti moralmente a regalarglielo, seppur intonso.

 

Ma il fatto di gran lunga più fastidioso è che le Reset sono intrasportabili. Cinquanta micro-palline che si muovono in una scatola di cartone. L’effetto è quello di una maracas gigante di un metro e settantacinque circa. Ogni passo, un suono da scuotimento. All’inizio non l’avevo capito e mentre andavo per strada credevo di essere costantemente seguito da Compay Segundo. Scoprii l’inganno quando, per seminare il musicista cubano, iniziai a correre e, di colpo, le maracas iniziarono ad andare a ritmo di calipso. Poi scoprii pure che Compay Segundo era morto. Feci due più due, mettendo in bocca un totale di quattro Reset, e capii che ero io la maracas gigante. Da allora cerco di camminare a tempo. Se riesci a muoverti in quattro quarti può venire fuori una suadente rumba. Magari è pure piacevole per chi ti vede passeggiare.

 

Comunque oggi ho incrociato un messicano che mi ha gridato: “Olè”. Reset di merda.

venerdì, 21 settembre 2007

Tropea è bella ma non ci vivrei. Anzi, forse non ci andrei neanche mai più in vacanza. Ché bello il mare, bello il paesaggio, belli tutti ma non c’è spazio per fare nulla. Le macchine sono più delle persone il che mi lascia supporre che:

 

a)      c’è gente che ruba le auto e le abbandona a Tropea. Ipotesi peraltro poco attendibile perché non avrebbe senso abbandonarle con i ticket per il parcheggio.

b)      ci sono delle auto che abbandonano altrove i propri conducenti e vengono a Tropea da sole. E anche questa è poco attendibile perché non vedo che senso avrebbe andarsene in vacanza e poi trascorrere tutte le ferie parcheggiate in fila sulle strisce blu.

c)      ogni abitante di Tropea possiede dalle due alle tre macchine e ogni giorno sceglie quale usare, tipo Yattaman. E questa è quella che mi convince di più.

 

Inoltre, in quel di Tropea, ci si veste in modi davvero poco consueti. Gli uomini hanno le maglie a rete e usano il Das al posto del gel. Questa cosa del gel è fondamentale perché anche quando sono in spiaggia, e magari c’è il classico venticello, i capelli non si muovono e, anzi, si avverte quel classico rumore degli alettoni della Ferrari che fendono l’aria. Gli uomini di Tropea non a caso sono più aerodinamici di quelli normali e infatti ballano più veloce. Non parlerò delle donne di Tropea perché non ce ne sono. O comunque sono talmente poche che rappresentano un’entità trascurabile. Quindi tutte le macchine di Tropea, per forza di cose, sono degli uomini. Le ex-donne comunque io le capisco. Perché le donne che ancora ci sono, appena mettono piede sulla pista da ballo (definizione ormai desueta, soverchiata com’è dal più moderno “dancefloor”) si trovano circondate mediamente da 35 uomini di Tropea. Che con tutta l’aria che passa grazie dai capelli aerodinamici, non sai che spifferi micidiali che ci sono. Ah, e poi, cosa più importante, a Tropea non ci sono persone di Tropea. Nel senso che senti tutti gli accenti del mondo tranne quello calabrese. Qualcuno prova a dire “melanzhhaana” e “peeperuncino cahlhabrehese” ma si capisce chiaramente che sono dei figuranti pagati dal Comune per fare finta di essere indigeni. Ma la cosa più terribile di Tropea è che ci sono dei palazzi a strapiombo sulla strada. Cioè, c’è tipo il palazzo costruito a filo su un burrone che dà sull'asfalto. In pratica, anche se vivi al primo piano, quando ti affacci alla finestra vedi il nulla sotto di te per almeno una cinquantina di metri. Prendi la situazione classica di quando stendi le mutande sui fili che notoriamente popolano le finestre del sud. Quanto volte capita che ti sfugga di mano una molletta? Spesso, spessissimo. Coca Cola e Microsoft avevano cominciato con un’azienda di mollette e poi guarda dove sono arrivate. Il punto è che se a Tropea ti sfugge di mano una molletta, dopo i 150 metri avuti per prendere velocità, ammazza il malcapitato che passa per strada in quel momento. Deve essere per questo che a Tropea le mollette si vendono solo al mercato nero e, mediamente, la gente non stende i panni e li mette addosso appena tolti dalla lavatrice. Bagnati, ma comunque puliti.

mercoledì, 12 settembre 2007
author: tantecarecose @ 20:23
category: geni del male, epica e mitologia, momenti di vana gloria
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L’epica – quella vera, non quella di un banale esame da professionista – si compie venerdì sera, quando una macchina verde con cinque folli raggiunge la Daunia. Quattro dei cinque folli non sanno cosa sia la Daunia. Missione: presenziare alla serata di premiazione dell’Argos hippium.

 

Nel mezzo della traversata Roma-Manfredonia ho il coraggio di vuotare il sacco:

“Raga’, a Manfredonia piove e forse la serata salta”.

L’affermazione è accolta da pacche sulle spalle e risate benevole. Capisco che qualcosa non va e, in effetti, quando spiego nel dettaglio che se la serata salta significa che stiamo facendo 800 km a vuoto, vengo preso di peso, imbavagliato, incappucciato e messo di peso nel portabagagli. Per fortuna sento qualcuno che dice:

“Dai, appena troviamo il cartello ‘inversione di marcia’ torniamo indietro”.

Il fatto che in autostrada non ci siano cartelli ‘inversione di marcia’ mi aiuta non poco nell’arrivare in semi-orario a casa mia.

 

Effettivamente piove, la gatta non si muove, ma in compenso si muove il mio cane che, appena arrivati, ci salta addosso lasciandoci sui vestiti quel simpatico effetto zampette di animale. Comunque: si accende una candela, diciamo buonasera  ai miei genitori e andiamo a prepararci. Indomiti.

 

Arrivati allo Sporting Club, in Siponto, cirrostrati e cumuli-nembi danno prova di grande generosità e iniziano a dare tutto quello che hanno da dare. Arriva un signore che ordina alle acque di aprirsi: mi inginocchio e prego, pensando sia Mosé. Ma è solo l’organizzatore del premio che supplica il cielo di non fargli saltare la serata.

 

Intanto vengo a sapere di essere stato clamorosamente demansionato. Niente premiazione, niente ospitata d’onore. Sarò solo un sorta di valletto evoluto che premia chi l’Argos Hippium se l’è guadagnato davvero. Inviperito, mi munisco di Superliquidator e ci metto del mio sulla pioggia che imperversa sulla città.

 

Intanto il tempo passa, la pioggia non cessa e i bookmaker danno ormai la serata 1:80. In lontananza si vede un barca con un uomo, fiero, in piedi nel mezzo che agita un grosso remo. Sembra Caronte. Realizzo che in tal caso sarei morto, così mi inginocchio e prego. Ma quando la barca si avvicina mi accorgo che a bordo c’è ancora l’organizzatore del premio che si aggira nervosamente per Siponto, imprecando contro il fato avverso. Intanto i quattro folli mi guardano minacciosi, temendo ormai il peggio. Di conseguenza temo il peggio anch’io.

 

Poi, l’imponderabile. La pioggia si ferma e parte la serata. Lo Sporting è allagato. La tensione è alle stelle e non aiutano le seimila battute sullo tsunami e sulle gondole del comico sardo di Zelig. Viene distribuita carta in ogni sua forma per asciugare sedie e tavoli. Quelli che non hanno voglia di lavorare di gomito si fingono gentili e porgono le sedie alle signore. Quando l’ignara vittima si è accomodata, asciugando la sedia, fanno finta di aver sbagliato signora e la invitano ad andare via. Altri provano a rubare le sedie asciutte: un signore se ne accorge e cerca di strangolare il ladro con un rotolo di carta igienica. Intervengono le forze dell’ordine che obbligano il ladro, come pena, a sedersi e a strusciarsi su almeno venti sedie. Comunque, la serata inizia.

 

Per prima sale sul palco tale Jonie Falcone, giovane argentino-casertana della quale Tcc si innamora con effetto immediato. Jonie è una sorta di Shakira di bufala, ha fatto un singolo che si chiama “Hasta el sol” che contiene tutte le parole richieste da una canzone latino-americana (hasta, sol, corazon, vida, barrio e un, dos, tre) e con la più famosa collega ha in comune il pantalone di pelle e un invidiabilissimo movimento d’anca. Tcc decide che la sua gag sarà quella di salire sul palco e dire cose tipo: “Sono qui stasera solo per avere il numero di telefono di Jonie”. Applausi del pubblico, per la bella Jonie e per la battuta futuribile di Tcc.

 

Sul palco, intanto, si alternano foggiani illustri: c’è il foggiano che ha centuplicato gli utili di un’azienda, c’è la Top gun foggiana – sulla quale si sprecano le battute della Topa gun –, c’è il finanziere foggiano e altri foggiani vari. Poi, a una certa, chiamano sul palco il signor Maina – quello dei panettoni...è foggiano pure lui – e annunciano che a consegnare il premio sarà Tcc. Il signor Maina, in realtà, non c’è e ha mandato un suo rappresentate, tipo il presidente dei troiani nel mondo (per chi mastica poca Daunia, Troia è provincia di Foggia). Mentre salgo sul palco penso che sto per consegnare il premio a uno di Troia. Il mio protagonismo mi porta ad urlare “Questa...è...Spaaaarta!” e a scaraventare giù dal palco il cordiale signore, colpendolo con un calcio sullo sterno. Tra gli applausi generali, il troiano nel mondo si arrampica a fatica sul palco e, dopo la firma di un armistizio, gli consegno il premio. Intanto sul palco nessuno mi caga. I conduttori parlano solo con il vice-Maina e io sembro quello inutile degli 883. In realtà non sono turbato perché posso finalmente osservare da vicino la presentatrice della serata, Marzia Campagna, che scalza dal mio cuore Jonie Falcone, causando il mio secondo innamoramento della serata. Marzia fa la giornalista per un’emittente foggiana ed è la classica ragazza che hai visto crescere, che poi perdi di vista e che ribecchi dopo anni, con uno stupore piacevole che ti fa tirare fuori solo le classiche frasi pugliesi tipo: “Madonna, ti sei fatta veramente un pezzo di ragazza...”. Benché anche Pacciani si sia fatto un pezzo di ragazza, l’effetto-Marzia è esattamente quello.

 

Dicevo: mentre apprendo vita, morte e miracoli del troiano nel mondo, capisco di essere caduto in un’imboscata. E’ evidente che hanno deciso di farmi pagare la spavalderia del blog e l’idiozia di quanti, da me spronati, hanno votato con motivazioni davvero poco terrestri.

 

E invece Siponto mi ama e la serata cambia improvvisamente piega. Mentre il troiano continua a sproloquiare, Jonie Falcone, forse perché ingelosita dal mio amore per Marzia, sale sul palco e lo stende con  un colpo di lucha libre (Jonie ne sa a pacchi di lucha libre). Io la amo nuovamente. Allora Marzia, capito che le sto sfuggendo dalle mani, decide di farmi suo con i mezzi del mestiere e inizia a intervistarmi. Non riesco a sopprimere il mio ego che prende la parola al posto mio e inizia a sparare cazzate. Strappa anche qualche sorriso ai presenti. Al mio fianco il comico sardo di Zelig prova a rubarmi la scena, insultandomi per il mio abbigliamento, ma Jonie lo stende. Poi mi chiedono perché dovrei essere premiato e io comunico che risponderò solo in presenza del mio avvocato. Ma mentre il legale arriva, Marzia conquista definitivamente il mio amore, annunciando che sarò premiato anche io. Però non con l’Argos hippium ma con un quadro che, oggettivamente, è molto più figo. Nonostante rappresenti l’Argos hippium. Che è un po’ come organizzare una rimpatriata con gli amici del liceo e poi invitare solo le loro foto. Ma va bene così. Tcc posa per i fotografi con tanto di quadro, firma il registro dei premiati, sempre posando per i fotografi e, alla fine, posa il quadro davanti ai fotografi e va a sedersi tra i folli.

 

Tra i folli intanto si parla di Fiordaliso, ospite della serata incredibilmente rifatta. Sono le donne folli che lo sostengono. Ma quando Fiordaliso compare sul palco – manco a dirlo, per cantare “Non voglio mica la luna” – i folli uomini e Tcc concordano che è la classica tardona che fa la fortuna di un uomo. Tcc si innamora per la terza volta nel corso della serata, nel momento preciso in cui Fiordaliso, in evidente competizione con Jonie Falcone, muove il culo davanti alla telecamera.

 

Il resto è il mini-concerto di Bennato e la mega-cena terrona gentilmente offerta dai coniugi Tcc e finita orientativamente intorno alle tre di notte. Quando un giorno è appena finito e un nuovo giorno sta per iniziare.

mercoledì, 12 settembre 2007
author: tantecarecose @ 11:47
category: laif is nau, epica e mitologia, momenti di vana gloria
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Il 12 settembre 2003 moriva Johnny Cash. Il 12 settembre 2007 Tcc beneficia di quella “saggia irriverenza”, come la definisce Mau, regalatagli dall’uomo la cui musica, per interposta persona, ha turbato diverse mattine al Circeo.

 

Non è ancora l'una quando ti scopri incredibilmente più leggero, manco ti avessero fatto il vuoto lunare attorno, quando capisci che da oggi puoi fare tutti gli errori di grammatica che vuoi senza paura che prima o poi ti si possano ritorcere contro, quando pensi che non potrai più lamentarti che “Fede, Mosca e Vespa sì e io no” e, soprattutto, quando realizzi che anche se non sarai mai professionista nell’amore come Julio Iglesias, se non altro sei professionista altrove. Che poi forse non è così vero che gli esami non finiscono mai.

 

Finiscono. E definitivamente. Passatemi subito una Dreher gelata.

sabato, 08 settembre 2007
author: tantecarecose @ 21:55
category: laif is nau, amare considerazioni, momenti di vana gloria
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Non esisto fino a mercoledì. Poi giuro che racconto tutto.

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