sabato, 30 giugno 2007

I piedi fanno schifo. E’ inutile stare a girarci intorno. I piedi sono indecorosi, eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Anzi. C’è questa sorta di psicosi collettiva che tende a mettere il piede in cima alla classifica delle zone erogene o delle parti del corpo che fanno sangue, fanno sesso o fanno come cacchio si dice nella vostra città. Io, però, nel ciucciare un alluce non riesco francamente a trovare motivi di attizzamento. Tanto più che le insidie del piede sono ben note. Sì, perché anche volendo andare oltre il discorso ben noto – ma sempre efficace – dell’olezzo improponibile, specie a fine giornata, il suddetto terminale basso del corpo umano tende a mettersi in evidenza per una serie di produzioni proprie. Che nel caso di un agriturismo può essere anche un concetto positivo; nel caso di un piede lo è molto meno, specie se per produzioni proprie intendiamo quello strato di sostanza indefinibile che si genere tra un dito e l’altro o i simpatici batuffoli neri che costellano la pianta quando si indossano i calzettoni di spugna nuovi per la prima volta. E, d’altra parte, i motivi dell’inutilità del piede sono sotto gli occhi di tutti. Forse per le pressioni delle lobby delle pedicure e dell’industria di calzature, però, il dna umano evita di ribellarsi, di auto-modificarsi e di trasformare questa inutile appendice in qualcosa di più concreto. Ma guardiamo perché il piede è effettivamente la parte del corpo più sbagliata di un essere umano.

 

Praticità: Il piede non serve ad altro che a camminare. A qualsiasi altra parte del corpo potete trovare altri usi, oltre a quello convenzionale. Passi le mani, che sono le più versatili in assoluto. L’organo genitale ha la funzione sessuale e quella meramente espulsiva (il fatto che ad alcuni piaccia mischiare i due ambiti è poco funzionale alla nostra analisi). La bocca e la lingua servono per mangiare e parlare. Il naso per annusare e respirare. Le orecchie per ascoltare e appoggiare gli occhiali. Persino i peli del naso hanno due funzioni: trattenere le sostanze estranee inalate e riscaldare l’aria in entrata nel corpo. Solo il piede non è riuscito a trovarsi un’altra occupazione. Parassita.

 

Peculiarità: Il piede può essere sostituito senza che il resto del corpo ne risenta. Mi spiego. Se al posto degli occhi avessimo il radar come i pipistrelli, morfologia corporea e stile di vita ne risentirebbero in maniera radicale. Se al posto delle mani avessimo una tenaglia e una trivella come Getter-2 di Space Robot, sarebbe un casino pure mangiare un panino o grattarsi la schiena. E se al posto dei piedi avessimo degli zoccoli, tipo capre? Uguale. Con i piedi palmati? Uguale. Potremmo avere dei cingoli a mo’ di carro-armato ma camperemmo nello stesso identico modo. Anonimo.

 

Sincerità: Il piede fa il doppio gioco. Esempio classico: arriva l’estate, le ragazze con i sandali e giù commenti sui bei piedi che si sprecano. Ma cosa ci mostra il piede di sé? La parte superiore. Così è facile. Prendete quello stesso piede e mostratelo alla stessa persona che prima lo ha esaltato. Mostrateglielo però dal basso, dalla pianta. Potrà mai essere bella una cosa lunga, pallida, aggrinzita e dalla forma ridicola? E’ come commentare un bel fondoschiena di una ragazza che poi di viso è una specie di Picasso molto più cubista. Ipocrita.

 

Credibilità: Il piede viene costantemente deriso. Qui veniamo alle note di gran lunga più dolenti. Perché il vero problema del piede è culturale. Nasce dal fatto che da secoli venga sbeffeggiato con associazioni poco edificanti. I bambini lo accomunano al formaggio per motivi olfattivi che non devo essere certo io a spiegare. Il cinema e il cabaret sono pieni di sketch in cui uno si toglie le scarpe e tutti gli altri presenti muoiono (qualche attore pare sia anche morto davvero. Piede assassino). E poi il piede ispira da secoli oggetti che hanno il dichiarato obiettivo di risultare ridicoli. Hanno mai fatto un gelato a forma di orecchio? Avete mai visto un tappetino da bagno o una zerbino a forma di ginocchio? E un gomito di peluche rosa? Ogni volta che qualche azienda vuole lanciare sul mercato qualche prodotto simpatichino pensa al piede. Umiliato.

 

Opportunità: Il piede è solo un escamotage psicologico. Questa è la verità. Ci si potrebbe infatti chiedere come mai l’uomo sia di piede dotato di fronte a tale inutilità. Il motivo è semplice. Quando Cristo o chi per lui ha creato l’uomo sapeva bene anche dove sarebbe andata a parare la scienza secoli più tardi e, di conseguenza, sapeva bene che l’uomo non avrebbe gradito la scoperta della propria discendenza dalla scimmia. In quest’ottica il piede è l’alibi del creatore. Via via che muoiono tutti quelli che non si sono mai rassegnati al fatto di essere una scimmia evoluta, il siparietto è lo stesso:

“Creatore, ma lei mi ha fatto discendere da una scimmia...”

“Ma cosa dice, creato?”

“Beh, effettivamente ci somigliamo molto. Io ho passato una vita a radermi per convincermi di essere diverso da un cercopiteco...”

“Ma tu sei diverso, creato. Tu hai i piedi...”

“Ah, già...”

E il creato va via sorridente, ignorando che la scimmia, con le sue quattro mani e senza inutili piedi, è decisamente più evoluta di lui. Contentino.

lunedì, 25 giugno 2007
author: tantecarecose @ 22:52
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, questa cosa secondo me
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Intanto è bene chiarire: il dj è un po’ come quello che suona la chitarra al falò. Fa il figo per una serata intera, si dimena ai piatti alcolico come non mai, raccoglie urla compiaciute riesumando pezzi dimenticati dai più, ma alla fine si porta a letto, mediamente, una su 13.786 donne presenti alle sue feste. Dove la cifra è ovviamente complessiva, serata dopo serata. Altrimenti si farebbe sesso solo dopo una festa allo stadio Olimpico. Ovviamente, più è grande il posto in cui si suona, prima si raggiungono le 13786 unità. Questo è l’unico vero motivo per cui Paul Oakenfold e Claudio Coccoluto hanno mediamente più rapporti di Tantecarecose. Perché io sabato ho suonato davanti a 50 persone. Metti che la metà erano donne, dovrei essere all’incirca sulle 8.953. Comunque il punto è un altro. Che se a guardare il mondo da un oblò ci si annoia un po’, a guardare il mondo da una consolle non hai nulla che faccia rima. Detto questo anche sabato si è riproposta in tutte le sue mille sfaccettature questa figura mitologica del richiedente. Colui che non accetta l’idea che il dj sia un po’ come il conducente dell’autobus: nel senso che non devi rivolgergli la parola ma non perché sia concentrato nel suo lavoro quanto perché sta rosicando come una scimmia nana per le tresche innumerevoli che si consumano sotto i suoi occhi. Colui che non accetta che il dj possa essere zeppo e zuppo d’alcol come un babà e che non abbia dunque voglia di intavolare una discussione sulle nuove tendenze musicali. Colui che non capisce che chiedere alle 6 del mattino una vagonata di pezzi fino ad allora ignorati significa dirgli che la musica fino a quel momento ha fatto cagare. Il richiedente si suddivide nelle seguenti famiglie:

 

Richiedente approssimativo: è colui che tende a ignorare, nel migliore dei casi, il nome della canzone o il nome dell’artista. Nella stragrande maggioranza dei casi, però, ignora entrambi. Lo si riconosce perché inizia sempre la frase con un “Ce l’hai quella” che a volte si snoda attraverso un “che fa” e finisce con un’improbabile melodia fischiettata, cantata in inglese maccheronico e intonata con un casta melodia a bocca chiusa. Al dj è qui richiesta una preparazione da Sarabanda e una capacità di decodificare codici che neanche Matrix. Ma dopo il “Ce l’hai quella” può arrivare inatteso un richiamo a un film o una pubblicità dei quali la canzone in questione è colonna sonora. Al dj è qui richiesta una preparazione da Mereghetti e Rondolino messi insieme, nel primo caso, e da Armando Testa trapiantato in Saatchi & Saatchi, nel secondo. Anche se il più temuto è il richiamo temporale, tipo “ce l’hai quella che andava l’estate scorsa?”. Al dj è qui richiesta una mente calendariata alla frate Indovino e un’innata capacità di azzeccare le cose, sempre alla frate Indovino.

 

Richiedente egoista: meglio conosciuto come “richiedente Bignami”. E’ quello che arriva alla festa a tre quarti d’ora dalla fine e comincia a chiedere tutti i cosiddetti riempi-pista che tu ovviamente avrai già passato da tempo. Tende, per leccarti il culo, a darti del “capo”, se è uomo, o a fare le vocine da bambina e gli occhi dolci se è donna. Nel prima caso va più o meno così:

“Oh capo, mi metti quella degli Outkast?”

“L’ho messa due ore fa”

“Dai...e rimettila che le persone la ballano”

“L’ho messa due ore fa”

“E allora metti 50 Cent?”

“L’ho messo dopo gli Outkast”

“Dai...e rimettila che le persone la ballano”

“L’ho messo dopo gli Outkast”

E così ad oltranza. La ragazza tende a iniziare il discorso senza “Oh capo”, a usare il condizionale al posto del presente indicativo e a pronunciare il tutto, come detto, con vocine infantili. Il nesso con il Bignami è ovviamente nel fatto che questa specie di richiedente pretende che il dj condensi il meglio della serata che va concludendosi nei venti minuti finali.

 

Richiedente timido: è quello preferito dal dj. Sostanzialmente vorrebbe chiedere un pezzo, ma si vergogna. Lo si riconosce perché passa l’intera serata a ballare nei pressi della consolle, cercando l’incrocio con gli occhi del dj. Quando lo trova lancia sorrisi di apprezzamento ma non una parola. Però si avvicina sempre di più. E guarda sempre di più. Purtroppo, il tempo necessario per raggiungere la consolle con convinzione è normalmente superiore al tempo della serata stessa. Nessun dj ha idea dei gusti musicali di un richiedente timido.

 

Richiedente pindarico: o di nicchia. E’ quello al quale sfugge la divisione dei generi musicali e che tende sostanzialmente a ignorare di essere finito in un posto a lui non idoneo. E’ quello – l’esempio è illuminante – che mentre stai mixando i Chemical Brothers con i Prodigy ti chiede “Scusa, ce l’avresti un tango?” (questa mi è successa sabato, peraltro).

 

Richiedente ipertecnico: tende a sovrastimare le conoscenze musicali del dj. Normalmente non esce allo scoperto fino a quando il dj non tira fuori il pezzo che fa dire alla gente “Senti che pezzo ha tirato fuori il dj...”. A quel punto si fionda verso la consolle, vedendo di colpo nel dj l’intero scibile musicale, la bibbia delle sette note, l’almanacco deambulante della storia della musica. Le sue richieste sono così particolari che il dj smette di colpo di pensare ai cd e ai vinili e fa mente locale tra le TDK da 60 minuti registrate ai tempi delle medie. I pezzi voluti sono normalmente in inglese e hanno titoli lunghissimi. E’ l’unico però che, nella richiesta, fornisce nome dell’artista e nome del pezzo. Il problema però è che spesso chiede “Ce l’hai ‘Brotha, don’t getcha for fucking funk in the jungle’ di ‘Mystical river & bloodless revenge’?”.

 

Richiedente inascoltabile: è quello che richiede il medley di Grease o dei Gipsy kings.

mercoledì, 20 giugno 2007

Attenzione: questo è un post che tratta l’arte in maniera del tutto qualunquistica. Agli esteti si consiglia di astenersi dalla lettura.

 

Sapevo benissimo che non avrei dovuto mettere piede alla Biennale. Io, al liceo, ho imparato l’arte e l’ho messa subito da parte, in maniera tale da non essere costretto a ritirarla fuori, se non in situazioni del tutto eccezionali. Un tornado che spazza via l’Heineken Jammin’ Festival, purtroppo, mi sembra possa entrare di diritto nella categoria. Dicevo: sapevo di non dover mettere piede alla Biennale perché il rischio di fare la fine di Alberto Sordi in “Dove vai in vacanza?” era elevatissimo. Dopo un’accurata centrifuga del cervello a base di “premetto che io l’opera d’arte non la so interpretare, quindi la valuto in base all’emozione che mi dà” e cagate del genere, mi sono auto-convinto di poterne uscire con dignità. Purtroppo non avevo fatto i conti con Tracey Ermin, della quale allego un breve biografia presa dal Sole 24 Ore o dal sito della Biennale o non mi ricordo dove.

 

Nata a Londra nel 1963, con le sue opere Tracey Emin racconta, con ineguagliabile candore, il nostro tempo. Attraverso differenti mezzi espressivi, come il ricamo, la fotografia, il video, il disegno, la pittura, la scultura, il neon, l’artista mette in scena diverse storie con voce personale e convincente. La Biennale sarà un'opportunità per conoscere i suoi nuovi lavori, dopo il successo della sua ultima mostra, When I think about sex. Andrea Rose, direttore delle Arti Visive del British Council e Commissario del Padiglione della Gran Bretagna, ha detto: “I lavori di Tracey sono sempre più potenti. La Emin è una affabulatrice, capace di evidenziare in modo straordinario, quello che si cela sotto l'apparenza. Vedere le sue opere nella cornice della Biennale di Venezia sarà una magnifica opportunità di avvicinarsi alla sua arte in un contesto internazionale e a una certa distanza dalla generazione dalla quale è emersa”.

 

Bene. Quella che segue è l’opera della cara vecchia Tracey.

 

Meta_Uccello 

 

Un cazzo-missile - dal quale poi Ufo Robot avrebbe tratto ispirazione per la sua sigla, riadattandola comunque al mondo dei bambini con la famosa frase “si trasforma in un razzo missile” -, cavalcato da un uccello. Un uccello su un uccello. Il meta-uccello al quadrato. E’ stato a quel punto che l’ignoranza che è in me è emersa tipo batuffolo di ovatta buttato nel cesso e ha iniziato a generare i consueti deliri di onnipotenza. Che, nella fattispecie, hanno assunto i contorni dello stand della Puglia alla Biennale.

 

Nato a Foggia nel 1977, con le sue opere Tanthek Arecose racconta il nostro tempo con immagini crude e al tempo stesso ironiche. Attraverso mezzi espressivi totali come la scultura di un uomo che filma un fotografo mentre scatta un'istantanea a  un pittore che disegna una donna che ricama un neon, l’artista pugliese mette in scena diverse storie con voce personale e convincente, cui la R moscia conferisce quel tocco di esotismo tipico delle terre africane di madrelingua francese. La Biennale sarà un'opportunità per conoscere i suoi nuovi lavori, dopo il successo della sua ultima mostra, “Amm’ fatt’ e amm’ fatt’ e n’amm’ fatt’ nind” (“Per quanto ci si sia dati da fare, i risultati ottenuti sono stati ben lontani dalle nostre aspettative”), impeccabile rappresentazione del vorrei-ma-non-posso che spesso relega l’uomo a mero spettatore dell’estrinsecarsi del fato. Nav Tomada, direttore delle Arti Visive del Daunia Council e Commissario del Padiglione del Gargano, ha detto: “I lavori di Tanthek sono sempre più potenti. Arecose è capace sempre di evidenziare quello che si vede oltre la prima impressione. Le sue opere nella cornice della Biennale di Venezia sono esemplari sotto questo aspetto. Il “Cippa-coniglio”, tanto per citare il suo capolavoro, è la chiara metafora di come nella vita cambi il punto di vista sulle cose e ciò che di primo acchito sembra un pene stilizzato trasforma in pochi passaggi la sua essenza, assurgendosi a simpatico coniglietto dai gran dentoni e dalle orecchie ciondolanti”.

 

L’opera, ovviamente, sarà l’acclamatissimo “Cippa-coniglio”.

 

Cippa_Coniglio_2

 

venerdì, 15 giugno 2007

C’è al mondo chi si batte per un’idea e chi si batte per gridare al mondo che un’idea ben precisa non ce l’ha. Prendete i sondaggi. Potete sceglierne uno qualsiasi, compreso quello qui a sinistra. Una domanda, tante opzioni più o meno plausibili, poi lei, l’ultima casella, quella che arriva inesorabile come il sudore dopo tre etti di ‘nduja: “non so / non risponde”. Suddetto manifesto dell’indecisione trae motivo di essere qualora i simpatici amici del marketing ti tartassino ti telefonate a casa con domande improbabili su oggetti tecnologici o servizi economici dei quali ignorate ogni benché minima funzione e ragione di essere.

 

“Qual è secondo lei la banca che offre i migliori bonifici con il Rid a tasso invariato rateizzabile?”

“Non so”

“Qual è la migliore start-up della web-tv per ottimizzare lo streaming?”

“Non so”

“Qual è la piattaforma radiotelevisiva che secondo lei dovrebbe occuparsi della distribuzione in digitale terrestre del segnale decriptato dal decoder via satellite?”

“Non so”

 

E questo per limitare l’analisi al caso in cui si abbiano la freddezza e la dignità necessarie per ammettere i propri limiti cognitivi. Ma vediamo lo stesso esempio senza questi requisiti.

martedì, 12 giugno 2007
author: tantecarecose @ 01:35
category: la mia parte intollerante, laif is nau, amare considerazioni
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Avevo voglia di scrivere qualcosa, ma sto sudando oltre ogni logica.

lunedì, 11 giugno 2007
author: tantecarecose @ 00:51
category: laif is nau, amare considerazioni, sportobello, devianze mediatiche
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Tornato a casa non trovai nulla di meglio da fare che accendere la tv. C’era il programma dei due vip che fanno il viaggio in macchina da Roma a Milano. Al volante uno del Grande Fratello. Al suo fianco, una pornostar poco vestita. Si parlava ovviamente di sesso. Lei esponeva le sue perversioni e spiegava le sue posizioni preferite. Illuminava tutti sulla filosofica differenza fra performance private e prestazioni davanti alla macchina da presa. Poi simulava un orgasmo. Ebbi un picco ormonale e pensai che se fossi stato il tipo del Grande Fratello non so se avrei accettato di fare quel viaggio. Cioè, senza dubbio, una conversazione ravvicinata con un’attrice hard era una cosa della quale avrei parlato con gli amici anche nel 6020. Poi però aveva il sopravvento l’idea della sofferenza che avrei provato stando vicino a quel silos ripieno di sesso senza poterle saltare addosso e senza, tanto meno, poter sperare in un imprevedibile post-viaggio nella sua camera d’albergo. Stare vicino ad una pornostar, chiacchierando in tranquillità per non so quante ore: era l’autocontrollo di uomo contro l’impulso testosteronico.

giovedì, 07 giugno 2007
author: tantecarecose @ 00:27
category: geni del male, questioni varie ed eventuali, epica e mitologia
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Non dite che non ve l'avevo detto... Ed era appena una settimana fa...

Papa-mobile

lunedì, 04 giugno 2007
author: tantecarecose @ 20:09
category: geni del male, questioni varie ed eventuali, momenti di vana gloria
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Una vittoria sindacale di quelle senza precedenti. E’ bastato questo post per convincere la Vigorsol a fare retromarcia (il post, per un sinistro gioco del destino, è alla fine di tutti i commenti). Ora il simpatico scoiattolo, messe da parte le vesti del petomane criogeno, iberna la città con un’alitata. Che non sarà troppo invogliante come messaggio pubblicitario, ma almeno è più in linea con il prodotto. Ma la vera sconfitta morale della Virgosol sta nella censura acustica finale. Tutta racchiusa in quel bip copri-bestemmia usato nell’occasione per occultare la flatulenza d’assestamento fuoriuscita dall’orifizio dello scoiattolo mentre scala il tronco dell’albero. E’ solo una delle tante vittorie, reali o mancate, conseguite finora da noi, popolo di cordiali frequentatori di questo blog. Segue un breve riassunto delle altre, partorito ieri nel bel mezzo di una domenica sostanzialmente inutile:

 

Quando scrissi il post sulla strategia da usare per finire su Repubblica.it (il post, sempre per il sinistro gioco del destino di cui sopra, è alla fine di tutti i commenti) arrivarono un po’ di spunti che io non ho messo in pratica, ritenendoli poco credibili come le persone che li avevano partoriti. Bene, almeno un paio di quelli sono stati attuati da persone che sono finite sul Repubblica e Corriere. Su tutti quella delle ragazza che ha iniziato a minacciare il suicidio sul proprio blog, scatenando il salvifico intervento dei lettori. Scusa, Tomada.

 

Punto pallini, tanto per stare aggiornati. Parlando un po’ da presidente di una multinazionale, direi che abbiamo rafforzato la nostra presenza in Spagna, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti, dove siamo sbarcati sulla East cost. Ma ciò che ci inorgoglisce maggiormente è esser approdati in Messico, Argentina, Colombia e Finlandia. Resta il giallo di un pallino sul Canada che ancora non compare. Sporgerò reclamo alle autorità competenti anche se ignoro quali siano.

 

Ieri peraltro ho raggiunto la consapevolezza che la cosa più pallosa nella storia dell’uomo sia guidare le ammiraglie al seguito dei corridori del Giro d’Italia. Che uno già normalmente smadonna nel traffico, quando vai a 2 all’ora e c’hai quello davanti che frena ogni 8 microsecondi. Pensa quando devi seguire uno che, se ti dice bene, va a 20 all’ora. Senza contare poi, che se sei sullo Zoncolan, a 2 all’ora ci va il tuo atleta, quindi tu sei costretto a fare frizione e freno per cinque ore.

 

Ultimo concetto sfuso: Youtube ha aperto le gabbie della follia. Ve ne presento un geniale esempio. Il riccio malefico...


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