Diciamo la verità: uno all’esame da giornalista dovrebbe sperare di essere bocciato per tutta la vita. Il motivo? Tra i candidati c’è un mare di figa (non vorrei offendere la sensibilità delle lettrici... Ho cercato un altro modo per esprimere il concetto ma non ce n’era uno ugualmente efficace). Si diceva: tipo che tu arrivi a questo Ergife trafelatissimo, con un braccio che trattiene lo zaino, un altro che porta la macchina da scrivere e un altro che porta l’ombrello, perché lunedì pioveva pure. E non provate a chiedermi dove abbia trovato il terzo braccio. Hai un’ansia che ti sbrana dall’interno e non ti aiuta affatto trovare i nugoli di previdenti che sono sul luogo dell’esame già da due ore nella speranza di captare la fuga di notizie sugli argomenti dei quiz. In più, per paura di non trovare parcheggio nei pressi dell’aula, hai parcheggiato due chilometri fa e ora, con il bomber che hai addosso perché fa freddo e con tutta quella roba che dovevi trasportare, sei sul luogo d’esame orribilmente sudato. Sei il ritratto della sfiga, in tutto e per tutto. E non ti senti nemmeno unico nel tuo genere, perché intorno a te ci sono solo tuoi simili.
(se tra chi legge ci fosse qualcuno interessato alla professione, sappia sin da subito che il ritratto del giornalista è questo e non quello del rampante cronista abbronzato in pantaloni beige e camicia azzurra, con la tazza di caffè sempre in mano, che esce di corsa dalla redazione alla chiamata del suo informatore, avendo appena il tempo di prendere al volo la giacca dall’attaccapanni)
Sei il ritratto della sfiga ma, di colpo, ti senti baciato dalla fortuna. Entrati in aula, infatti, e abbandonate zavorre varie e piumini ipercoprenti, ti accorgi di essere nel paradiso terrestre. Ci sono tutte quelle che un uomo medio potrebbe desiderare. Forse ci sono tutte quelle che un uomo riuscirebbe a immaginare. Questa volta che sei più lucido, capisci perché a ottobre sei stato bocciato. Raggiungo la mia postazione e di colpo scopro di essere circondato. A destra ho l’etnica: capello riccio, lungo e castano. Carnagione scura e accento centro-meridionale. Maglia e pantalone in indefinite tinte masai. Tocco glamour: il sandalo col tacco che sfida la pioggia. A sinistra ho la pertica bionda. Di bianco vestita e con tutte le caratteristiche della teutonica rappresentante. Pelle chiara, capelli biondi lisci, occhi chiari. Sportiva, nel complesso. Davanti ho la pornosegretaria siciliana, carnagione scura e capelli neri sul corto. Irresistibile accento catanese e occhiali con la montatura nera e spessa e il taglio delle lenti sfuggente. Mi conquista, subito. Anche se per innamorarmi definitivamente di lei è necessario che si chini per raccogliere una penna, palesando un filo interdentale nero che stringe i miei ormoni a mo’ di cilicio.
Cerco di mantenere la calma e mi ricordo il mio obiettivo: cercare tre che dall’aspetto mi sembrino meno preparati di me per salvarmi dalla statistica dell’uno su quattro, illustrata nel post precedente. Scopro subito che ho l’imbarazzo della scelta. Il primo a conquistarmi è il salernitano seduto dietro di me. E’ stato bocciato anche a lui, ma ad aprile e ha saltato l’appello di ottobre perché era ancora incazzato. Diventa il mio eroe e lo arruolo idealmente nel poker di saggi. Il secondo posto se lo conquista la pertica bionda alla mia sinistra. Bionda e – sarà sicuramente un caso – stupida come un citofono. Anzi, più che stupida direi ansiosa come dieci Margherite Buy con una spruzzata di ventisei Laure Morante. Inizia a palesare un ventaglio invidiabile di tic dettati dal nervosismo cronico. A occhio e croce è il suo quarto tentativo. La voglio. Mi manca l’ultimo pretendente: mentre penso ciò mi passa affianco una ragazza in cerca del suo posto. Poi ripassa ancora in senso contrario, quindi una terza volta. Non ha capito che i tavoli sono in ordine alfabetico o, peggio, non sa collocare il suo cognome nelle sequenze alfabetiche: è il soggetto che fa per me. La quartina è completa, guardo all’esame con più ottimismo.
Infilo i tappi nelle orecchie e mentre la mia Lettera 32 racconta le gesta di Luna Rossa e Mascalzone Latino mi rendo conto che, immancabili, ci sono anche i giornalisti vip: nella fattispecie Rocco del Grande Fratello, quello che non si è mai capito se è gay o no.
Non mi resta che eleggere il comitato di consulto per i quiz. Come ovvio, applico l’ineffabile regola estetica, il cui vademecum pubblico a seguire. Nel ricordare che le donne, come livello di preparazione, sono mediamente da preferire agli uomini, la selezione è effettuata valutando i seguenti stereotipi:
La strafiga fashion: va evitata assolutamente. Ha curato con dovizia maniacale ogni singolo dettaglio del suo abbigliamento da lasciare supporre che nell’ultimo mese non si sia occupata d’altro. Un consulto ha senso solo per provare a batterle il numero di telefono all’uscita.
Lo strafigo fashion: non sa un cazzo. Quel poco che sapeva, tipo il titolo del libro, lo ha dimenticato leggendo le istruzioni della nuova lampada UVA che ha comprato per abbronzarsi all’interno della sua Smart.
Il comunista: lo si riconosce dall’immancabile giacca di velluto a costine. Va consultato con moderazione. Può essere molto utile per i quesiti che abbracciano concetti propriamente di sinistra: libertà di informazione, storia della Fnsi, contratto nazionale dei giornalisti e cose così. Viceversa diventa letale su argomenti tipicamente di destra, dei quali disconosce l’oggettività storica. La censura? E’ uno strumento nelle mani dei potenti. Le regole del giusto processo? In Italia non esistono, vedi Berlusconi... I rapporti tra Stato e Chiesa? Non dovrebbero avere rapporti, la Chiesa predica la castità...
La comunista: come sopra con un’insidia in più. Si mimetizza ed è impossibile riconoscerla.
Quelli/e con la tuta: non accetterò mai consigli da uno/a che si presenta a un esame con l’acetato. Ma perché? Non puoi stare comodo/a pure con dei semplici jeans?
Quello in completo scuro e cravatta: piccola premessa. Tutti quelli che arrivano all’Ergife in completo scuro e cravatta sono irrimediabilmente i giornalisti laureati in giurisprudenza. Non si scappa: è la divisa d’ordinanza. Sono i più pericolosi di tutti. Ostentano sicurezza su qualsiasi cosa ma il più delle volte ne sanno meno della signora seduta davanti ai cessi degli Autogrill con il piattino per gli spiccioli. L’avvocato giornalista cita articoli a caso, tira in ballo codici normativi neanche mai lontanamente pensati da un qualsivoglia legislatore, si esprime con lo stesso linguaggio di un curriculum vitae e, soprattutto, si incazza come una biscia nana se provi a contraddirlo. Un avvocato giornalista contraddetto sul segreto istruttorio ha strangolato uno strafigo fashion con il nastro bicolore della macchina da scrivere e poi si è autoprocessato per direttissima e condannato a tre anni con la condizionale. Ma il tratto distintivo del giornalista del foro è quello di rispondere con finta cortesia alle tue domande, ma comunque in modo del tutto incomprensibile. Per poi guardare la tua faccia inebetita con quell’espressione di incredula superiorità che sembra dirti “ma davvero non stai capendo questa cosa?”. In sostanza: da non consultare per nessuna ragione al mondo.
I napoletani: amici partenopei, non me ne vogliate, ma immagino possiate immaginare senza sforzo come la tendenza tutta napoletana di mostrarsi sempre in grado di uscire da ogni situazione difficile possa risultare devastante in sede d’esame. Specie se non sai una mazza. Se lunedì ero di nuovo all’Ergife il merito era anche del simpatico amico partenopeo che mi ha passato i quiz ad ottobre. Ah, dimenticavo: lunedì all’Ergife c’era anche lui, solo che, per fortuna, c’era la pornosegretaria siciliana tra di noi.
Quelli delle scuole di giornalismo: li riconosci subito, intanto perché abbassano clamorosamente l’età dei presenti. E poi perché scoppiano di salute e non hanno nessuno di tutti quegli orrendi sintomi che si manifestano su tutti gli altri che il praticantato l’hanno fatto al servizio di un capo che ti paga lo stipendio. Niente brufoli nervosi, calli da mouse, tunnel carpale, spasmi da stress, balbuzie, alopecia, crisi di panico, imbiancamento precoce dei capelli, strabismo da Google, gobba, alienazione dalla realtà, pianto immotivato, manie persecutorie e vesciche sul sedere. Niente di tutto ciò. Solo l’irresistibile forza della gioventù. La preparazione teorica delle scuole li rende pressoché imbocciabili: se ne trovi uno, tienitelo stretto.
Gli anonimi: sono quelli descritti poc’anzi. I praticanti al soldo dell’azienda. Sono vestiti normali, tipo jeans e camicia, magari con gli occhiali. Meglio se con un taglio di capelli un po’ giovane. Dietro la riga di lato si cela il rimastone: fate attenzione! Le ragazze invece hanno i jeans e la giacca stretta ai fianchi. Un po’ di tacco se arrivano dalla politica. Mediamente hanno i capelli lunghi, con la coda o raccolti e trafitti dalla penna usata a mo’ di fermaglio. Ne sanno meno dei ragazzi delle scuole perché quando il capo grida inventando note mai scoperte dall’uomo c’hai poco da sfogliare i libri. Però sono quelli generosi, quelli che danno tutto e che, portando in dote un mezzo concetto a testa, riescono a comporre un puzzle cubista che, alla fine della fiera, almeno un 36 lo vale. Si spera.