category: la mia parte intollerante, laif is nau
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Dice: “Andiamo al Piper ché suonano i Rio”
Dico: “Her name is
Dice: “Il gruppo del fratello di Ligabue”
Dico: “Ah... andiamo”
Faccio un rapido calcolo mentale e realizzo che non metto piede al Piper dal 1997: un buon motivo per tornare a vedere che si dice. Guidato dal fiero Simiele, mi avvio verso l’ignoto. Pare che ‘sti Rio siano una specie di Negrita con una spruzzata inevitabile del caro vecchio Liga. Quello vero.
Appena entrati, la sensazione è immediatamente quella di essere caduti in un’imboscata. Simiele e signora fanno finta di niente e intavolano discussioni sul collocamento del palco che un tempo era diverso. Il loro apprezzabile tentativo non basta però a togliere la fastidiosa consapevolezza di essere in un posto in cui non dovremmo. Vabbè. Il concerto inizia e gli occhi sono tutti su Marco Ligabue.
Marco Ligabue è la caricatura del più illustre fratello. E’ fortemente macrocefalo. L’effetto è quello dei personaggi giapponesi di Mai dire Banzai o, se preferite, delle caricature dei calciatori della nazionale che davano all’IP durante Italia ’90. Marco Ligabue ha questa testa enorme e drammaticamente uguale a quella di Luciano Ligabue. Il problema è che è montata su un corpo esageratamente più piccolo e, soprattutto, privo di spalle. Scaturiscono quindi delle difficoltà oggettive nella manipolazione dello strumento chitarra da parte del nostro.

Sul palco c’è anche il bassista meno carismatico del mondo, un tastierista-dj con il cappello di Topolino e un cantante con una camicia improbabile. Il batterista è normale. Sulle casse laterali, l’arazzo con il motto del gruppo:

Messaggio che porta me e Simiele a considerare la difficoltà del sorseggiare un Margarita o un qualsiasi altro cocktail mentre ci si dondola sull’amaca. Roba che, quando ci ho provato, mi sono rovesciato addosso un Mojito così carico di menta che dei loschi personaggi con l’alitosi cercavano di risolvere il loro problema leccandomi le braccia. Il concerto inizia e, come direbbe Richard Benson, c’è “il primo pezzo, il secondo pezzo...e siamo arrivati al decimo pezzo. Manca lo show, manca l’energia”. Io e Simiele vestiamo alla perfezione i panni degli snob culturali che buttano merda su quello che stanno ascoltando quando, all’improvviso, un evento inatteso e non calcolato ci riporta alla realtà. Una ragazzina bionda, con l’apparecchio ai denti, età stimata 16 anni (della ragazzina, ovviamente. L’apparecchio sembrava più giovane), ci porge due simpatici bengala.

E allora che capiamo di essere caduti in un’imboscata. Ci guardiamo intorno e ci rendiamo conto che gli spettatori sono non più di 40, che la loro età media fisica è 19 anni e che la loro età media mentale è di 14. Siamo al raduno degli scout e ce ne accorgiamo con colpevole ritardo. Solo che sono gli scout in incognito. Hanno infatti smesso i classici calzoncini blu con camicie azzurre per vestire la divisa da trasferta: maglia rossa con la scritta “C’è voglia di Messico” e sombrero. Sanno a memoria tutti i testi delle canzoni (nei quali dominano le parole “mariachi”, “Messico”, “margarita”, “sole”, “corazon” e altre porcate tipiche di ‘sti gruppi che non si convincono che questo genere di rock in Messico non lo ha mai suonato nessuno per davvero). Comunque: la festa impazza e i chierichetti in borghese si lasciano andare a bizzarri trenini e a esilaranti girotondi. Pogare è vietato perché il pogo è il ballo del diavolo. Io e Simiele capiamo che il pullman parcheggiato fuori è quello della gita parrocchiale e cerchiamo di scovare, tra i pochi presenti, il parroco che si è offerto di portare i bambini al concerto. Intanto in pista sparano i coriandoli e parte una specie di quadriglia. Mentre una ragazza copia gli appunti del catechismo, ci accorgiamo che ci sono proprio tutti gli stereotipi adolescenziali. C’è la ragazza di 800 chili con gli occhiali innamorata del cantante, c’è quella che di chili ne pesa solo 100 ma, poiché è riuscita a trattenersi rispetto al resto delle amiche, si atteggia a figa clamorosa con tanto di pantaloni a vita bassa e tatuaggio infrachiappale. Il tatuaggio, però, rappresenta il martirio di San Sebastiano. C’è la panterona con i capelli ricci che, siccome è più figa anche della ragazza tatuata, non mette la maglia rossa ma sta tutto il tempo in disparte con un vestitino bianco e nero a fare pensieri sconci sul piccolo Ligabue. C’è l’amicone sfigato che balla con tutte. C’è quello con i jeans a vita bassa che si bea del saper riconoscere le canzoni dalle prime tre note. C’è la coppia di brufolosi che si bacia sui lenti. Le macchinette ai piedi del palco iniziano a sparare fumo ma si capisce ben presto che è incenso. Un ragazzo accenna un saltello da pogo ma viene segnalato alla perpetua che lo manda in ginocchio sui ceci dietro alla lavagna, appositamente montata in un cantuccio. I ceci, peraltro, sono l’unica cosa che il bar riesce a vendere visto che nessuno consuma alcool. Il più audace si avvicina al bancone e fa il figo sorseggiando una cedrata Tassoni. Con ghiaccio, però. Intanto partono le tarantelle, tutti sottobraccio. La fan di San Sebastiano si stacca dal gruppo e ci viene incontro con l’intenzione di redimerci. Ci porge dei santini dei Rio: li baciamo, ormai devoti, e li conserviamo nel portafoglio. Intanto, il concerto è finito e le giovani marmotte intonano “fuori, fuori”. I Rio non sono abituati ai concerti e lo prendono come un grido di sfida: vanno via. Il parroco, Don Giulio, li richiama all’ordine e loro tornano sul palco accolti da un’ovazione. Ci aspettiamo “tu sei la mia vita, altro io non ho”, ma i Rio ci spiazzano e intonano “strega comanda colore”. A quel punto scappiamo prima che parta anche “la brum del mh ha un pssss nella mh”.


Usciamo da locale e ci sono due scout che fumano di nascosto forse la loro prima sigaretta. Molto più giù, in un angolo buio e appartato, il tastierista-dj tresca con la ragazzina del bengala. La sua groupie. Per lei, forse, il primo bacio con lingua della vita.






Non ho idea di chi sia questo Gresso ma probabilmente c’è anche lui su Toilet. Di sicuro c'è il simpatico omino che sproloquia su questo blog. E se questo vi sembra un buon motivo per evitare la più geniale idea partorita nell’ultimo anno dal mondo dell’editoria italiana, e forse mondiale, bene... continuate pure con orgoglio a sguazzare nella vostra ignoranza. Non sarò certo io a salvarvi. Se invece appartenete all’eletta schiera di illuminati che votano la propria esistenza alla ricerca disperata di un modo intelligente per spendere cinque euri e avete già bevuto una chiara media, potete: