mercoledì, 28 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 02:19
category: momenti di vana gloria
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Chi ha letto i commenti del post precedente, al numero 13 si sarà trovato di fronte alla seguente opinione di Nav:

 

Simiele, hai fatto l'equivalente musicale del monologo social-antropologico di Edward Norton nella 25esima ora.

Solo che, con tutta l'amicia del mondo, per essere davvero un fenomeno, avresti dovuto finire così:
"E alla fine in culo a te, simiele, brutta testa di cazzo, incapace di trovare un cantante decente: anche Ad occhi chiusi era Si minore, Sol, Re, La!"

 

Ora, a parte il fatto che “amicia” non significa un cazzo, resta che Simiele effettivamente aveva un gruppo che avrebbe meritato un cantante migliore e che “Ad occhi chiusi” effettivamente era Si minore, Sol, Re, La.

 

Bene: a me “Ad occhi chiusi” piaceva un bel po’. Quindi:

 

-      siccome la ricordiamo solo io e pochi altri sfigati che passavano i pomeriggi guardando Videomusic e Red Ronnie

-      dato che i programmi di file sharing spesso non hanno una memoria così forte per il sottobosco musicale italiano

-      considerando che è sempre bello far riascoltare quel pezzo che hai sentito una volta per sbaglio, che ti era anche piaciuto, ma che non avevi mai saputo di chi fosse

-      dato che il suddetto pezzo avevi finito per rimuoverlo dalla tua memoria a lungo termine

-      supposto che in periodo sanremese non è dato ascoltare di meglio

-      siccome simiele è un amico fortemente depresso

 

il qui presente blog Tantecarecose affida al web il brano “Ad occhi chiusi”, sperando che la memoria dei Denzoe resti viva almeno quanto quella dei Rock Galileo e dei Doc Rock, di Lara Martelli e di Marcello Pieri, di Enrico Sognato e di Mauro Di Maggio, e di tutti gli altri “volevamo essere gli U2” che hanno sognato almeno cinque minuti parlando con Red Ronnie (e questo basti per rendersi conto dell’entità del sogno...).

 

 Ad occhi chiusi

   

venerdì, 23 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 00:27
category: la mia parte intollerante
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Andreotti ha fatto cadere il governo e alle mie spalle la televisione trasmette Maurizio Costanzo Show. Ma in cazzo di anno mi trovo?

 

Mah... A parte queste considerazioni, l’argomento del giorno sono i cantautori che ti insegnano a vivere. O meglio, il mio odio viscerale per i cantautori che vogliono insegnarti a vivere. O, meglio ancora, il mio odio viscerale per i cantautori che un tempo avevano cose da dire e che, con il passare dagli anni, non so per quale strano meccanismo, si sono erti a depositari unici del segreto del viver bene. Il cantautore-maestro lo si distingue dal cantautore-comune per la sua propensione a dividere il mondo in due grandi blocchi: VOI, le persone di merda, e NOI, quelli troppo fighi che si spaccano il culo al lavoro ma sempre col sorriso sulle labbra e, nonostante le dieci ore in fabbrica, riescono comunque a uscire ogni sera, a ubriacarsi con gli amici ogni notte e a svegliarsi accanto a una tipa/un tipo diversa/o ogni santa mattina. Gli appartenenti al NOI, peraltro, hanno una morale ferrea che non gli impedisce di disdegnare quelle sane trasgressioni che contribuiscono a dare un’aurea di magia alla persona. Il membro del NOI scopa come Rocco Siffredi elevato alla potenza di se stesso, ma se trova quella giusta si trasforma nel fidanzato modello. Odia la discoteca ma adora stare in giro a cazzeggiare con gli amici e aspettare l’alba in spiaggia su un grosso plaid a quadri. Se alle sette di sera viene divorato dall’arsura, preferirà sempre l’happy hour all’aperitivo, tipico invece del membro del VOI. Vuole la pace nel mondo e sostiene fortemente che anche la Polonia, se avesse voluto, avrebbe potuto ricacciare Hitler e i nazisti con il dialogo. Il membro del NOI si ammazza di canne e alcool, mica come i VOI che tirano di coca. I NOI odiano Berlusconi e i fascisti ma anche tra gli esponenti della sinistra "non c’è un partito che mi rappresenti davvero". I NOI non usano la consecutio temporum ma si affidano a una più brillante sequela di presenti e imperfetti. I NOI sono amici dei gay, dei neri, degli ebrei (ma non troppo degli israeliani per la questione palestinese), dei nordafricani, delle donne, degli islamici, degli anziani, dei portatori di handicap, dei matti e di qualsiasi altra categoria sociale, etnica, religiosa o cronologica che, per un motivo o per un altro, possa essere soggetta a discriminazioni. I NOI non credono in Dio ma "in qualcosa che sta lassù e che non importa se si chiama Dio, Allah o Buddha". E comunque gli danno del tu quando gli parlano. I NOI sono furbi, sono quelli che non li puoi fregare mai per quanto sono dannatamente arguti. Sono quelli che non ti parlano mai alle spalle e che qualsiasi problema te lo sbattono in faccia. Sono quelli che hanno il coraggio di chiedere scusa quando sbagliano e, soprattutto, sono quelli che sbagliano. Perché proprio nell’errore trovano la forza della loro integrità. I NOI parlano poco e si capiscono con gli sguardi. I NOI ridono per ore per delle stronzate. I NOI sono proprio da paura. I VOI invece fanno schifo. Pensano solo ai vestiti e all’apparenza fisica. Sono superficiali e arrivisti. La carriera è il loro obiettivo, ma spesso vogliono farla ricorrendo a squallidi mezzucci. I VOI sono quelli che a una povera ragazza che cerca lavoro, il lavoro glielo danno solo se la ragazza dà loro qualcos’altro. I VOI sono intolleranti, sono ricchi e pensano di poter comprare tutto, anche le persone. I VOI amano Berlusconi e tutti gli altri sono fottuti comunisti. Anche quelli che stanno nel partito di Berlusconi. Sono decisamente filo-americani e adorano la cultura yankee fatta di fast food, Superbowl e action movie. Ma soprattutto – secondo i NOI – i VOI sono quelli che vogliono insegnarti a vivere.

 

Ma come? Così diventa un cane che si morde Koda fratello orso. Diventa un cane che morde un orso. Molla l’orso, cantautore-maestro.

 

E allora la domanda è: perché cazzo devo sentirmi Pino Daniele che mi viene vicino a cantare "Lavorerò / pensando forte / perché non voglio essere come te / che non fai un cazzo, no!"? "Come te" chi, Pino? Ma come ti permetti, patetico castrato che non sei altro? Tu che hai smesso di fare musica, a essere buoni, nel 1988 e da allora hai partorito canzoni ridicole che si reggevano sui seguenti concetti fondamentali:

 

"Oggi e sabato, domani non si va a scuola. Oggi è sabato se non chiami ho un nodo in gola"

"Mi hanno detto che Pasquale forse è nato a Cefalù"

"Quello che la gente dice adesso non mi piace, quello che il mondo produce no non è mai pace"

"Sai che mi piace quella faccia da furbetta con quel sorriso di plastica mentre fai la ginnastica"

 

E tu, caro vecchio Liga, sempre co’ ‘sti giorni dei giorni e con la vita da mediano, con gli happy hour e con i treni che se ho pagato il biglietto 42 euro il minimo sindacale che esigo è viaggiare in prima e non avere gente che mi rompa le palle. Che poi Ligabue mi fa anche simpatia... Purtroppo però è lo spartitraffico più autentico tra i NOI e i VOI.

Leggete il testo che segue:

 

Quelli come me si svegliano alle tre / e dicono che i giorni sono corti / e poi quelli come me si svegliano a metà / rimangono coi sogni mezzi aperti. / Avrai ragione te a fare come fai / a stare con chi vince cambiarti le camice / sta a vedere che sappiamo già com'è / ci riposiamo solo dopo morti

Quelli come me si va finché ce n'è / ma è come non venisse mai il momento / Con quei progetti lì e quei difetti lì / che ci fanno stare più contenti / Avrai ragione te a fare come fai / a startene da furbo nel mondo dei più furbi / sta a vedere che sappiamo già com'è / non ci teniamo a togliere il disturbo

Siamo quelli che da quelli come te / non si fanno mai pagar da bere / perché siamo quelli che è meglio se lo sai / con quelli come te son sempre pari / di qua tutti vogliono viaggiare in prima tutti quanti con il drink in mano / sotto come va, fuori come va?

E in questa rapida disamina tralascerò il filone dolce-simpatichino (Jovanotti), quello finto aggressivo (Piero Pelù) e, soprattutto, quello "alternativo" che, con maestri come gli Articolo 31 miete teste di VOI come fosse forfora scrollata da una giacca. Meglio Fabri Fibra che almeno il Gemello Diverso l’aveva preso sul culo davvero e ci ha fatto una canzone per dirglielo. Applausi per Fibra.

 

mercoledì, 21 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 00:55
category: epica e mitologia
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Lo so, lo so: è vecchia e gira su internet da mesi. Ma rovistando nelle cartelle del mio computer l'ho ritrovata e non ho resistito. Non potevo esimermi dal diffondere ulteriormente il verbo di quella che spero possa diventare al più presto la governatrice unica del pianeta. D'altra parte, se il nostro destino è morire nel 2036 schiacciati da un asteroide a forma di patata gigante... Comunque  ricordate che:

1) se i titoli dei giornali sono difficili, i giovani passano allo sport

2) è necessario dire un "no" contro la droga (quindi un sì alla droga, in altre parole...)

3) in Italia ci sono molti combattimenti tra cani e quindi serve una legge contro gli animali (ma non contro i combattimenti? Mah...)

 

martedì, 20 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 00:35
category: tuttologo per ignoranti, agenti e reagenti
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Mi si chiedeva di dare forma organica alla figura del puffi-amico. Eseguo. Con l’espressione puffi-amico si intende lo stato nel quale sguazza l’uomo dopo aver preso un palo clamoroso da una donna dietro alla quale sbavava da tempo a mo’ di lumaca operaia e che lo spinge a riciclarsi confidente, accompagnatore, giullare e, soprattutto, spietato cecchino che spera di trovare in una di lei notte alcolica la rivincita del palo di cui sopra. L’errore più comune in cui si cade ogni volta che si disquisisce di puffi-amici è di equipararli agli amici tout court. Abbaglio madornale. Tra la regola dell’amico che non sbaglia mai di Max Pezzali e la teoria del puffi-amico di Tantecarecose c’è una differenza fondamentale. Temporale principalmente. L’amico di Max Pezzali – non Mauro Repetto, ma proprio l’amico citato dalla canzone – è quello che non ci prova per non rovinare un così bel rapporto. Il puffi-amico, invece, è un amico che se ne fotte del così bel rapporto e, per dirla alla De Carlo, rompe il vetro. Ci prova. E’ solo dopo allora, dopo questo tentativo andato a male, che si trasforma in puffi-amico. E’ un amico-non-amico. Diventa quello dell’invito a cena e dei doppi sensi che si susseguono tra una portata e l’altra. E’ quello libero di buttare merda sui ragazzi frequentati dalla pulzella in questione, perché tanto lei, la pulzella in questione, ormai sa che il puffi-amico aspetta solo un suo cenno di via libera per iniziare l’assedio tipo Abbazia di Cassino. Il puffi-amico è un ibrido, è il mapo dei rapporti uomo-donna. E’ l’uomo dall’inguaribile ottimismo e dalla resistenza infinita. Il servo della gleba a testa alta. E’ quello che – come la tradizione foggiana insegna – e dall’ e dall’ s’ chiec’ pur’ u metall’ (trad.: insisti, insisti e alla fine vedrai che anche le sostanze ferrose più solide alla fine potranno essere ritorte secondo il diabolico disegno della tua mente). E’ un cazzo di Oscar de la Hoya che, per evidenti differenze di peso, sa che non potrà mai buttare giù “Big George” Foreman con un solo pugno e allora lo lavora ai fianchi, round dopo round, con la generosità e l’abnegazione che solo un puffi-amico sa gettare sul ring. E, soprattutto, il puffi-amico è quello delle puffi-telefonate. Le chiamate pomeridiane senza senso solo per cazzeggiare, perennemente trincerato dietro un pretesto qualsiasi che non sia il solo “avevo voglia di sentirti”. La chiamata serale – non più di una a settimana – che poi è la puffi-telefonata per eccellenza. Quella lunga in cui lei parla e il puffi-amico fa di tutto per essere fighissimo. Ah, un segnale importante a uso delle donne che riconoscono con difficoltà il puffi-amico. La telefonata inizia molto raramente con formule di rito, che si tratti del classico “ciao”, del romano “ahò”, del romano-bis “ah, bella!” e via discorrendo. No, la puffi-telefonata inizia sempre con una battuta. Lei dice “pronto” e lui, ignorando il “pronto”, parte con una battuta secca. Mettere in discesa la telefonata è la principale peculiarità del puffi-amico. Una sorta di guadagnarsi la pagnotta per poi campare di rendita. E poi c’è il messaggino. Puffi-amico=zero sms banali. Se non ha frasi divertentissime o profonde quanto la Fossa delle Marianne, il puffi-amico non  invia messaggi. Ancora: molti mi fanno notare che non c’è un reale motivo per cui uno dovrebbe provarci con una donna se è a rischio palo. Dilettanti... Non in senso di dispregio, ma nel senso sportivo del termine. Uomini che potenzialmente hanno in sé un germe del puffi-amico che non è ancora maturato. O che, nei casi peggiori, non maturerà mai. Il puffi-amico è amante dello spettacolo e del leziosismo. E’ uno che al tiro a segno non spara venti colpi contro le lattine per fare una strage di Diet Coke e vincere l’orso più grande possibile, ma li spara tutti e venti contro la moneta da due centesimi messa a cinque metri dal fucile ad aria compressa, nel tentativo assai improbabile di centrare il bersaglio. Cazzo, sto vaneggiando come Califano. Se non fosse che il puffi-amico non ha velleità di scopatore mascherato. Di una ragazza, puoi rimanere puffi-amico a oltranza e campare comunque dignitosamente. Lo dice uno che a fare il puffi-amico ci prova un bel po’ di gusto e che a forza di vetri rotti bestemmia ogni giorno Andrea De Carlo, “Due di due” e quel coglione di Guido Laremi.

mercoledì, 14 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 03:15
category: laif is nau, amare considerazioni
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In preda alla consueta insonnia, mi trovo qui alle quattro del mattino, un po’ come Guccini, con l’angoscia, un po’ di vino e la voglia di bestemmiare. Con quest’ultima decisamente predominante. Il fatto è che questa cazzo di città continua a essere ostile verso le mie forme locomotorie. Vado con ordine. A Foggia ho vissuto per 19 anni e, in barba a malavita, delinquenza, sacra corona unita e tutto il resto, non ho mai subito alcuno sfregio a moto o macchina. Zero furti. Zero graffi gratuiti. Zero vetro spaccati o ruote squarciate. Al massimo qualche scritta fatta col dito quando la macchina era davvero troppo polverosa. Le solite frasi. “Lavami, porco” era la più ricorrente. Che nella sua essenzialità aveva quasi una funzione pedagogica. Poi sono arrivato a Roma e ho dovuto fare i conti (letteralmente, chiedere al mio commercialista per informazioni) con le più bizzarre e creative forme di sfregio verso qualsiasi cosa che avesse questi due requisiti

 

a)      due o più ruote

b)      il libretto di circolazione con il mio nome scritto bello leggibile.

 

Essendo tanti e tali gli sgarri che ho subito procedo a un elenco per macrocategorie:

 

Sfregio creativo: appartiene a questa categoria il piccolo furto, quello che comporta danni economici risibili ma che, forse proprio per questo, ti fa drammaticamente girare le palle per la sua insensatezza. Rientrano in questa categoria il furto della manopola sinistra del mio scooter (badate bene: solo la sinistra) e del tappino di plastica che chiude il vano atto all'avvitamento dello specchietto destro. Il mio scooter non aveva la specchietto destro ma un pratico tappino che impediva allo scooter di riempirsi d’acqua a ogni rovescio, quello sì che ce l’aveva. Ora non ha più il tappino e si riempie d’acqua.

 

Sfregio svogliato: in questo gruppo rientra il danno provocato da una bestia che, come per missione divina, deve rompere qualcosa di tuo, ma non avendo voglia di perdere tempo, agisce per gesti rapidi e dalle conseguenze impreviste. Rientra in questa categoria la spinta gratuita, quasi distratta, al motorino, per farlo ribaltare sull’asfalto. E’ caduto più volte il mio motorino che Gesù Cristo durante la via crucis. L’entità dei danni è stata sempre collegata alla forze che l’energumeno metteva nello spingere il mio povero biruote giù dal cavalletto.

 

Sfregio anarchico: il peggiore, quello che odio di più. Quello che mira a rompere l’ordine costituito. Come si manifesta? La classica passata della chiave lungo tutta la fiancata. Ovviamente quanto più nuova è la vostra macchina, tanto più probabile è che subisca sfregi di questo tipo. Ma a Roma sono riusciti a farmi pure la fiancata della Cinquecento. Non c’è più rispetto nemmeno per gli anziani.

 

Sfregio prepotente: dalla potente carica immaginifica. E’ quello per cui ti immagini, impotente, al cospetto del vandalo che ti ha fatto il danno e che ora ti guarda con il fare del tamarro palestrato che dice: “Beh? E adesso cosa mi vuoi fare?”. La tipologia del danno può variare ma è accomunata da questa sgradevole sensazione. Io l’ho provata quando mi hanno spezzato – giuro, in due parti precise – il parabrezza del povero Sh. Mi immaginai subito lì, nerd, come nelle scene dei b-movie di Italia Uno dove c’è l’armadio di 2m x 2 che prende la cravatta del demente con gli occhiali neri, gliela strappa e gliela infila nel taschino della giacca. Non so quanto fosse grande l’armadio in questione, ma la mia cravatta era a forma di parabrezza.

 

Sfregio “mordi e fuggi”: è quello classico di chi, cercando di fare manovra in un parcheggio, ti fa la fiancata e scappa via mentre tu, ignaro, bestemmi tutto il calendario per essere caduto ancora una volta nella trappola del centro commerciale di sabato pomeriggio. Ciò che irrita è la viltà dell’aggressore.

 

Sfregio animalesco: a chi non è capitato almeno una volta nella vita di non parcheggiare proprio bene bene? E tipo di lasciare la macchina un po’ troppo addosso a quella di chi ti precede, in modo tale da permettergli, sì, l’uscita dal parcheggio, ma solo a patto di sudare come un bradipo missile, specie se la macchina non ha il servosterzo? Bene, io ho pagato questa cosa con un inumano sfocio di ferocia tramutatosi in quattro ruote forate, una fiancata rigata, due specchietti spaccati, due tergicristalli divelti e, colpo del campione, una ricca pisciata sulle ruote, lato guidatore. Vittima ancora la povera Cinquecento che, dopo i tragici fatti, mi implorò di tornare alla vita foggiana. L’accontentai. Ora vive felice insieme a mia madre.

 

Sfregio assassino: è una variante più crudele dello sfregio animalesco, anche perché non sembra rispondere a nessuna logica. Quello che ho subito io è stato clamoroso. Dopo una serata a San Lorenzo con gli amici, saltai in groppa al mio Ciak per tornare a casa. Ballava un po’. Non riuscivo a tenerlo. Era come se il manubrio fosse staccato dal resto dello scooter. Il manubrio era staccato dal resto dello scooter: me l’avevano segato.

 

Perché sto scrivendo tutta ‘sta roba? Perché la mia Cinquecento è stata sostituita da poco più di un anno da una frocissima Kia verde metallizzato che nelle ultime 48 ore ha subito uno sfregio “mordi e fuggi” e uno anarchico. Il primo l’ho scoperto sabato mattina, alle sei. Quando un uomo si alza in crisi con il mondo perché il suo lavoro gli impone una rassegna stampa all’alba. E la sua auto nuova, parcheggiata appena quattro ore prima, non ha più un paio di fanali posteriori, un pezzo di paraurti e svariata vernice. Aspetti la comparsa dell’arcangelo Gabriele che ti comunica la tua partecipazione involontaria a “Scherzi a parte”, ma niente. Allora abbozzi, cerchi di non pensarci, dici che la farai sistemare appena possibile, poi esci, ti svaghi, passi una serata da amici, fai per tornare a casa, entri nel parcheggio, e trovi la fiancata rigata. E l’arcangelo Gabriele ancora non si fa vivo. E’ tutto vero.

Indirizzo a ignoti la maledizione di Alex Drastico: “Prego madre natura di farti muto, ma non per sempre, minchia! Che la voce ti venga sporadicamente e per pochi secondi nei quali tu spari delle cazzate immani”.

lunedì, 12 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 20:36
category: amare considerazioni
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Scartati i consigli per il make up maschile, l’omosessualità, i depistaggi Repubblica-Corriere e il sito sul (mio) suicidio, questo blog pare finalmente aver trovato una sua strada. Quella del trentenne nostalgico che va in paranoia non appena Fato avverso, Realtà necessaria e Gesù Cristi vari si mettono d’impegno per cambiare quello che gli sta intorno. Non sarà il massimo dell’originalità ma almeno abbiamo qualcosa che ci unisce. Il nostro “eeehhh, ma ai tempi miei...”. Dopo Simiele, lascio spazio questa volta a Nav, un altro che alla luce stroboscopica preferisce ancora la palla Anni ‘80.

 

 

Ogni giorno era una dura lotta. Una faticaccia. E la scelta era sempre fra quelle tre opzioni: calcetto al campo sotto casa, compiti di scuola, Amiga. Dal 15 settembre al 15 giugno, ogni santo giorno feriale, il pomeriggio si divideva fra queste tre opzioni. Ok, la seconda moriva presto, ma le altre due restavano in piedi e, gioco forza, dovevano convivere.

Ora, a 15 anni di distanza, con tutta l’acqua sotto i ponti che è passata, quel periodo è ancora fitto di ricordi piacevoli (l’adolescenza) ma porta con sé, impermeabile agli anni, un dubbio amletico che spero qualcuno mi possa aiutare a risolvere.

Un premessa è doverosa: l’Amiga era un signor computer. Una macchina meravigliosa, capace di far girare giochi indimenticabili come Kick Off, Formula Uno Grand Prix, Civilization, Mortal Kombat, e ancora prima Defender of the Crown e It came from the desert. L’Amiga morì nei primi anni ’90. A decretare la sua dipartita furono soprattutto due fattori: l’incapacità della Commodore di aggiornare la sua macchina negli anni e la pirateria.

Ecco, è proprio su quest’ultimo aspetto che mi voglio soffermare. La pirateria. Negli anni ’80 i giochi per computer non si compravano nei negozi specializzati come oggi, ma il più delle volte in edicola o dal pirata.

Il pirata era un losco figuro che, armato di drive esterno e “xCopy”, aveva allestito un vero e proprio spaccio di software copiato dentro casa. Ogni pirata era uguale e diverso al tempo stesso: i prezzi erano diversi, la disponibilità di titoli era diversa. Alcuni elementi però erano ricorrenti. Ad esempio: i pirati ti accoglievano in casa sempre vestiti in tuta o ancora in pigiama, a prescindere dall’orario di arrivo. Mai visto un pirata (e ne ho girati tanti) in jeans e felpa. Non dico in abito scuro, ma almeno con un sapore vagamente casual che ti eliminasse quella sgradevole sensazione di aver fatto irruzione in casa d’altri in piena notte.

Secondo: il pirata puzzava. Non c’era niente da fare, il pirata puzzava di marcio e di sudaticcio. La casa di un pirata si riconosceva dall’odore, un odore che univa trasversalmente tutte le strade e i quartieri di Roma, dalla Gianicolense a Vigna Murata, passando per Roma 70, Re Bibbia, Pietralata e Talenti.

Terzo: le linee degli autobus che andavano presi per raggiungere casa del pirata erano le più rare e meno frequenti di tutto il circuito Atac. Non so perché, ma era una regola mistica a cui non ci si poteva sottrarre: ho passato ore e ore in attesa del 767 o del 391, a volte arrivando addirittura a ritenere plausibile l’idea di prendere un Co.tral per sveltire i tempi (è inutile che vi spieghi: chi non è romano non può capire cosa significhi arrivare a pensare di prendere un Co.tral per tornare a casa...).

Ora, il dubbio amletico è questo: che fine hanno fatto i pirati degli anni ’80? Si sono sposati? Hanno messo su famiglia? Almeno, negli ultimi 17 anni, avranno fatto una doccia e si saranno cambiati?

 

nav 

sabato, 10 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 12:25
category: laif is nau, coimbra portugal
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Era inevitabile. Ogniqualvolta ci si trovi a conversare con dei giovani dotati di dna da inguaribile fuorisede che hanno avuto l’ardire e la fortuna di campare un anno in giro per il mondo – con tante grazie al signor Erasmus – non si può sperare all’infinito che l’argomento non venga mai fuori in conversazioni varie ed eventuali, ora sotto forma di aneddoto, ora di ritratto di persona, ora di Ritratto di signora (ma questa riguarda solo l’Erasmus di Henry James). Per questo, quello che mi accingo a fare, è raccontare qualcosa di più o meno legato all’anno che ho trascorso sugli impervi saliscendi sampietrinati di Coimbra, Portugal (pero-pappero, come cantava una celebre canzone di Francesco Salvi). Un anno fantastico che non può dirsi meraviglioso solo a causa di un gol di Wiltord arrivato quando l’arbitro aveva già il fischietto in bocca. E non perché voglia fare il tifoso del po-po-po. Solo perché quello era il mio penultimo giorno in terra lusitana e lo si lasciò trascorrere con uno sconforto che, in caso di vittoria, sarebbe stato solo birra, birra e, al massimo, vodka lemon. Bisognerebbe chiedersi perché all’Erasmus io ci stia pensando adesso e la risposta è nel gioco degli opposti. Penso a un periodo in cui mi frantumo i coglioni – questo – e per "associazione contraria" penso a un periodo in cui stavo a tremila. L’Erasmus. Non che abbia nulla da raccontare. Sfogliando le foto in un eccesso di saudade, però, mi sono tornati in mente dei personaggi assurdi. Così questo post ha la funzione unica di classificare i cinque personaggi vincitori della mia stima nel corso dell’anno portoghese:

(saranno elencati dal quinto al primo, come nella migliore tradizione di Sanremo)

(io e Micciché siamo fuori classifica in quanto vincitori morali indiscussi)

 

5) Joao, o feiticeiro (Giovanni, il mago. Però, essendo portoghese, si chiamava davvero Joao. Quindi: Joao, il mago): lusitano frequentatore del baretto sotto casa mia, si segnalava, oltre che per la sua faccia fortemente asimmetrica, anche e soprattutto per il suo hobby: la magia, appunto. Il problema di Joao è che conosceva un solo gioco, quello in cui ti passava una mano dietro l’orecchio dicendo “Cos’hai qui?”, per poi tirare fuori gli oggetti più disparati. La prima volta fece molto ridere. La seconda, anche. Già la terza, un po’ meno. Quando poi iniziò a ripetersi in modo ossessivo per tutto il periodo dell’Erasmus, iniziai a prendere in considerazione la mattanza. Riflettendo però con il mio amico Paolo, un brillante bellunese decisamente incline al cambio cromatico della propria capigliatura, arrivammo alla conclusione che quel gioco di prestigio era una sorta di saluto. Per questo poi non l’ho ucciso e l’ho stimato.

 

4) Tiago: portoghese anch’egli, si è segnalato per la sua doppia vita. In casa – e parlo di un casone in cui abitavamo in circa una ventina di persone – non lo si vedeva mai. Ci accorgemmo che abitava con noi una volta che lo trovammo dormiente sul tavolo della cucina con un wurstel in mano. Tornai in Italia senza stimarlo. L’anno dopo ci fu il viaggio di richiamo in Portogallo e mi raccontarono che Tiago, mentre viveva da invisibile con noi, si era finto gay (per quanto si possa fingere in determinate situazioni), si era fatto una storia con Miguel, un omosessuale dichiarato che frequentava il bar sotto casa mia insieme a Joao e altri individui, e poi gli aveva inculato la casa e buona parte dei suoi soldi. Non so come abbia fatto, ma merita applausi.

 

3) Michele: italiano dalla indefinibile provenienza geografica. Una somiglianza fisica mostruosa con Fido Dido e una capacità smisurata di intrattenersi con le persone parlando del nulla. Ragionava per stereotipi e macrotemi. Così se incontrava Miccichè, partiva con “Oh, siciliano, tu sì che sei un duro... Sei un po’ come me, sei uno a cui piace stare per i cazzi suoi...”. Se incontrava me partiva: “Oh, foggiano, ti mancano le orecchiette con le cime di rape, eh?” e vaglielo a spiegare che le orecchiette con le cime di rape sono tipiche baresi. Comunque, la stima non se l’è guadagnata per il fatto di essere un coglione, come Joao e Tiago. Se l’è guadagnata perché il suo ultimo giorno di Erasmus – seguendo la pratica del posto – gli amici gli avevano organizzato la festa di addio e lui non ci è andato. La leggenda vuole che se ne sia dimenticato, altri dicono che abbia preferito una partita a calcio con dei portoghesi. Ma la storia insegna che verificare i miti è impossibile.

 

2) Aspirina: nonostante il nome possa trarre in inganno è bene chiarire che di persona fisica si parla. E d’altra parte le differenza con l’Aspirina Bayer erano fin troppo evidenti. L’Aspirina è piccola, bianca e fa passare il mal di testa; Aspirina era grosso, nero e con le treccine rasta. Forse faceva passare il mal di testa anche lui, ma non so come. Proveniente dal Mozambico, come tanti a Coimbra, era sposato con una clamorosa figa danese, documentata con foto, peraltro in dolce attesa. Anche in questo caso non è la figa danese che gli ha procurato la mia stima. Quanto piuttosto il fatto che lui l’abbia tradita più volte con Diana, una tedesca di 146 chili, brutta come il remix di una canzone di Gigi D’Alessio e per di più incapace di imparare una parola di portoghese in 12 mesi. Che a tradire un cesso con una figa sono buoni tutti. Quando fai il contrario, meriti il secondo posto in classifica.

 

1) Mattias: beh, chapeau, signori. Perché la storia di questo ragazzo è epica. Mattias è un tedescone di quasi due metri, slavatissimo, spigoloso, biondo con ‘sto capello un po’ sminchiato a spazzola. Una sorta di Dolph Lundgren che si è tolto di dosso il cappotto di muscoli. Mattias era arrivato a Coimbra perché fidanzato con una ragazza portoghese che l’anno prima aveva fatto l’Erasmus in Germania. Amore continentale. Poi, però, si sa come vanno queste cose. Cambia il contesto, cambiano le amicizie, lei ritrova le persone che le sono mancate per un anno...e così, dopo qualche mese, “ciao Mattias”. Il nostro tedescone è sotto un treno, esce poco e, al massimo, lo fa per andare a bere qualcosa al bar sotto casa (dimenticavo: anche Mattias abitava con me). Conosce tutti e,  come sempre succede in questi casi, fraternizza con chi sguazza nel dolore al suo pari. Il suo dolore, ironia della sorte, è contemporaneo a quello di Miguel che è stato appena inculato da Tiago. Morale: Miguel incula Mattias e questa volta non dal punto di vista delle finanze. Mattias e Miguel si fanno uno storia, nell’ombra. Nell’ombra a un punto tale che, in fase di partenza Mattias piazza un altro colpo da campione. E’ la vigilia del suo addio. Nel baretto rifiuta brindisi – “che tanto ci salutiamo domani” – e va a dormire. Poi, dopo qualche ora, lo sbrocco: Mattias esce a notte fonda, carica la macchina e parte. Senza salutare nessuno. Senza dirlo a nessuno. Nemmeno a Miguel, che non ha fatto neanche in tempo a chiedergli il suo numero di telefono tedesco.

 

Dimenticavo: le storie di Tiago e Mattias, me le ha raccontate Miguel, emotivamente distrutto, durante il mio viaggio un anno dopo. Se non fosse stato emotivamente distrutto, lo avrei inserito sicuramente sul podio.

martedì, 06 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 16:50
category: la mia parte intollerante, laif is nau, amare considerazioni
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Continuo a creare sul mio blog pericolosi - per me - precedenti. Dopo aver dato il via libera alle recensioni dei film, faccio altrettanto con gli spazi autogestiti. Me lo ha chiesto Simiele e, data la nobiltà dell'argomento, non potevo tirarmi indietro. Ricordo solo che Simiele è stato tra quelli che mi hanno insultato maggiormente per l'apertura del blog e ora mi supplica di dargli uno spazio. Questo che segue, perciò, è, sì, uno spazio autogestito ma è soprattutto una vittoria morale.
 
 
Sabato 3 febbraio: data triste per gli amanti della musica a Roma. In quel giorno infatti ha chiuso per sempre (salvo sorprese) un negozio storico per chi (e mi rivolgo soprattutto ai trentenni) era un appassionato fruitore di rock alternativo e non, reggae, metal, rap e quant’altro. Chiaramente parlo di Disfunzioni Musicali, quella piccola grande bottega di via degli Etruschi dove si era soliti andare per cercare l’ultimo disco del gruppo che solo voi conoscevate, il demo degli amici o magari per scambiare opinioni e pareri con gli altri avventori. Avevi sempre una certezza: chi stava lì dentro c’era per la stessa ragione tua, cercare qualcosa di introvabile. E lì ti sentivi meno solo: terrificanti personaggi con chiodo, borchie e capelli lunghi fino alla vita si trasformavano in cortesissimi amici pronti a darvi consigli o suggerimenti sull’ultimo disco degli Annihilator o dei Testament, di Siousxie and the Banshees o dei Front 142. Un tempio dove passavi i pomeriggi: nel periodo di massimo splendore (quando ci lavorava anche Ice One), facevano anche show case e signing session (personalmente mi feci firmare il giacchetto dal bassista dei Living Colour, Doug Wimbish, che poi ha fatto anche un disco con Richard Benson!!).
 
Sabato scorso nel negozio non c’era quasi più nulla: i forti sconti avevano portato le masse a depredare i poveri e incanutiti proprietari, che stavano lì curvi sul lungo bancone con le lacrime agli occhi. La materializzazione di Carlo Massarini ha reso l’addio ancora più memorabile: il volto di tanti pomeriggi (Discoring, quanto ci manchi), l’uomo dalle giacche più variopinte (la svolta fashion ce l’ha avuta con Mediamente quando lo mettevano in sovraimpressione su scolastici paesaggi virtuali) ha scattato un centinaio di foto al negozio, ha abbracciato i proprietari, li ha immortalati. Mentre tutto intorno la gente consultava per l’ultima volta quei database che giravano su degli scalcinati 386 ma che sapevano rivelarti la discografia di qualsiasi artista.
 
Fin qui l’amarcord. Ma c’è anche lo sdegno. In quest’impeto retrò, ho acceso la radio su quella stazione che più di tutte, allora, campava in sinergia con Disfunzioni, prima di lanciarsi nell’organizzazione di feste per teenager peduncolosi. Radio Rock, ovviamente.
Una dj, queste sgallettate della nuova leva che si sentono strafighe ignorando il fatto che quella stazione era apprezzata perché fatta da nerd ributtanti, finito un brano si esprime così:
 
“Mi dicono che oggi chiude un negozio di dischi, Disfunzioni? Ah, Disfunzioni Musicali. Peccato, è sempre un peccato quando chiude un negozio di dischi... ma potete approfittarne per andare a comprare qualche cd! Se qualche ascoltatore ci sa dire dov’è il posto magari è un bel modo per passare il sabato pomeriggio”.
 
Puttana, bagascia zozza e grandissima mignotta. Quei trecento metri quadri a San Lorenzo hanno raccolto sogni, inserzioni di band che stavano per nascere, sono morte nel nulla oppure sono diventate famose. Ha raccolto le note, le espressioni, i personaggi. Ha raccolto anche un sacco di polvere sui vinili, che i tre mametti comunque tenevano ben custoditi, ognuno nel loro sacchettino di plastica. E tu, misera troia, lo chiami un negozio di dischi e ti fai anche suggerire il nome. Tu che sei cresciuta scaricando musica di pessima qualità col tuo cazzo di pc. Ci posso giurare che nemmeno hai cambiato i nomi dei file taroccati per farteli scaricare. E poi vai a fare l’alternativa a comprare i cd a 4.90 nella cesta di Auchan vicino alle casse.
Misera zozza, tu e tutta la tua radio, ingrati, ingrati del cazzo.
 
Ci voleva Massarini a ergersi come pilastro di una cultura della musica che quelle come lei, la vacca dj di prima, ha pensato bene di affossare, di distruggere.
Massarini vienici in aiuto, Massarini ricomprati Disfunzioni, Massarini comprati Radio Rock, Massarini comprati la dj e mettila al posto di quel mitico montacarichi che dal magazzino portava su i nostri tesori, quei dischi che vedevamo apparire nelle mani dei mametti, come se portassero mirra al bambin Gesù.
 
Grazie Disfunzioni, sei stato un polo di cultura. Ora ci aspettiamo di veder comparire un lounge bar del cazzo, con quella musica inutile alla Radio Montecarlo: quella che ti fa tentennare la testa e fare la faccia come se stessi capendo il groove, quell’atmosfera da aperitivo del cazzo, con pasta fredda scotta e salsette all’aglio e piccoli pezzi di frittata di un mese fa. E il maledetto secchio grosso col ghiaccio dove si trovano tutte le bottiglie scaraffate di vino bianco.
 
Che fine di merda, mi viene voglia di invitare Massarini a cena.
martedì, 06 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 01:29
category: amare considerazioni
comments: commenti (5)(popup) | commenti (5)

ATTENZIONE: Quello che segue è un testo noioso e privo di qualsiasi contenuto. Somministrare lontano dai post. Agitarvi prima dell’uso.

 

 

Che palle. I dati di fatto sono: sono le due di notte, non ho sonno, non ho voglia di leggere o guardare la tv, i porno e la musica che girano su internet li ho scaricati praticamente tutti, l’orario non mi consente di chiamare gente a caso facendo il vago tipo “oh, bella, che facevi?” (ottenendo in risposta un logico “vaffanculo, dormivo ché domani lavoro”). In sostanza: che palle. Ma questo mi sa che l’avevo già scritto.

 

Anche oggi ho trascorso l’ennesima giornata tappato nella mia redazione con la seguente scritta davanti agli occhi per svariate ore:

 

News                      no stop dalle 8,30 alle 21,30

 

Il risultato è che adesso vedo rosso a mo’ di toro che, non a caso, è anche il mio segno zodiacale (questa l’ho scritta solo perché so che al mondo c’è sempre qualcuno a cui interessa saperlo). Poi guardo il mio blog e vedo che anche lui è rosso. Il che mi porta, prima, a pensare quanto possa essere folle io a creare una cosa uguale a quella che vedo per ore ogni giorno, e poi a considerare che forse in realtà non ho proprio pensato ma ho scelto questo schema di blog per riflesso condizionato. Aiuto. Sono un cane di Pavlov. O forse sono Pavlov. D’altra parte hanno ammazzato Pavlov, Pavlov è vivo. Forse sto impazzendo e il grosso coniglio rosa che è apparso adesso alla mia destra potrebbe esserne la conferma.

 

Comunque le cose che scrivo su questo blog sono più interessanti di quelle che scrivo per quella banda rossa di cui sopra.
sabato, 03 febbraio 2007
author: tantecarecose @ 19:04
category: sportobello
comments: commenti (11)(popup) | commenti (11)

InzaghiRugbyA sinistra, una bandiera del calcio italiano.

A destra, una bandiera del rugby italiano.

Qualcuno vuole spiegarmi perché io mi ostini ancora a seguire il calcio?


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