Era inevitabile. Ogniqualvolta ci si trovi a conversare con dei giovani dotati di dna da inguaribile fuorisede che hanno avuto l’ardire e la fortuna di campare un anno in giro per il mondo – con tante grazie al signor Erasmus – non si può sperare all’infinito che l’argomento non venga mai fuori in conversazioni varie ed eventuali, ora sotto forma di aneddoto, ora di ritratto di persona, ora di Ritratto di signora (ma questa riguarda solo l’Erasmus di Henry James). Per questo, quello che mi accingo a fare, è raccontare qualcosa di più o meno legato all’anno che ho trascorso sugli impervi saliscendi sampietrinati di Coimbra, Portugal (pero-pappero, come cantava una celebre canzone di Francesco Salvi). Un anno fantastico che non può dirsi meraviglioso solo a causa di un gol di Wiltord arrivato quando l’arbitro aveva già il fischietto in bocca. E non perché voglia fare il tifoso del po-po-po. Solo perché quello era il mio penultimo giorno in terra lusitana e lo si lasciò trascorrere con uno sconforto che, in caso di vittoria, sarebbe stato solo birra, birra e, al massimo, vodka lemon. Bisognerebbe chiedersi perché all’Erasmus io ci stia pensando adesso e la risposta è nel gioco degli opposti. Penso a un periodo in cui mi frantumo i coglioni – questo – e per "associazione contraria" penso a un periodo in cui stavo a tremila. L’Erasmus. Non che abbia nulla da raccontare. Sfogliando le foto in un eccesso di saudade, però, mi sono tornati in mente dei personaggi assurdi. Così questo post ha la funzione unica di classificare i cinque personaggi vincitori della mia stima nel corso dell’anno portoghese:
(saranno elencati dal quinto al primo, come nella migliore tradizione di Sanremo)
(io e Micciché siamo fuori classifica in quanto vincitori morali indiscussi)
5) Joao, o feiticeiro (Giovanni, il mago. Però, essendo portoghese, si chiamava davvero Joao. Quindi: Joao, il mago): lusitano frequentatore del baretto sotto casa mia, si segnalava, oltre che per la sua faccia fortemente asimmetrica, anche e soprattutto per il suo hobby: la magia, appunto. Il problema di Joao è che conosceva un solo gioco, quello in cui ti passava una mano dietro l’orecchio dicendo “Cos’hai qui?”, per poi tirare fuori gli oggetti più disparati. La prima volta fece molto ridere. La seconda, anche. Già la terza, un po’ meno. Quando poi iniziò a ripetersi in modo ossessivo per tutto il periodo dell’Erasmus, iniziai a prendere in considerazione la mattanza. Riflettendo però con il mio amico Paolo, un brillante bellunese decisamente incline al cambio cromatico della propria capigliatura, arrivammo alla conclusione che quel gioco di prestigio era una sorta di saluto. Per questo poi non l’ho ucciso e l’ho stimato.
4) Tiago: portoghese anch’egli, si è segnalato per la sua doppia vita. In casa – e parlo di un casone in cui abitavamo in circa una ventina di persone – non lo si vedeva mai. Ci accorgemmo che abitava con noi una volta che lo trovammo dormiente sul tavolo della cucina con un wurstel in mano. Tornai in Italia senza stimarlo. L’anno dopo ci fu il viaggio di richiamo in Portogallo e mi raccontarono che Tiago, mentre viveva da invisibile con noi, si era finto gay (per quanto si possa fingere in determinate situazioni), si era fatto una storia con Miguel, un omosessuale dichiarato che frequentava il bar sotto casa mia insieme a Joao e altri individui, e poi gli aveva inculato la casa e buona parte dei suoi soldi. Non so come abbia fatto, ma merita applausi.
3) Michele: italiano dalla indefinibile provenienza geografica. Una somiglianza fisica mostruosa con Fido Dido e una capacità smisurata di intrattenersi con le persone parlando del nulla. Ragionava per stereotipi e macrotemi. Così se incontrava Miccichè, partiva con “Oh, siciliano, tu sì che sei un duro... Sei un po’ come me, sei uno a cui piace stare per i cazzi suoi...”. Se incontrava me partiva: “Oh, foggiano, ti mancano le orecchiette con le cime di rape, eh?” e vaglielo a spiegare che le orecchiette con le cime di rape sono tipiche baresi. Comunque, la stima non se l’è guadagnata per il fatto di essere un coglione, come Joao e Tiago. Se l’è guadagnata perché il suo ultimo giorno di Erasmus – seguendo la pratica del posto – gli amici gli avevano organizzato la festa di addio e lui non ci è andato. La leggenda vuole che se ne sia dimenticato, altri dicono che abbia preferito una partita a calcio con dei portoghesi. Ma la storia insegna che verificare i miti è impossibile.
2) Aspirina: nonostante il nome possa trarre in inganno è bene chiarire che di persona fisica si parla. E d’altra parte le differenza con l’Aspirina Bayer erano fin troppo evidenti. L’Aspirina è piccola, bianca e fa passare il mal di testa; Aspirina era grosso, nero e con le treccine rasta. Forse faceva passare il mal di testa anche lui, ma non so come. Proveniente dal Mozambico, come tanti a Coimbra, era sposato con una clamorosa figa danese, documentata con foto, peraltro in dolce attesa. Anche in questo caso non è la figa danese che gli ha procurato la mia stima. Quanto piuttosto il fatto che lui l’abbia tradita più volte con Diana, una tedesca di 146 chili, brutta come il remix di una canzone di Gigi D’Alessio e per di più incapace di imparare una parola di portoghese in 12 mesi. Che a tradire un cesso con una figa sono buoni tutti. Quando fai il contrario, meriti il secondo posto in classifica.
1) Mattias: beh, chapeau, signori. Perché la storia di questo ragazzo è epica. Mattias è un tedescone di quasi due metri, slavatissimo, spigoloso, biondo con ‘sto capello un po’ sminchiato a spazzola. Una sorta di Dolph Lundgren che si è tolto di dosso il cappotto di muscoli. Mattias era arrivato a Coimbra perché fidanzato con una ragazza portoghese che l’anno prima aveva fatto l’Erasmus in Germania. Amore continentale. Poi, però, si sa come vanno queste cose. Cambia il contesto, cambiano le amicizie, lei ritrova le persone che le sono mancate per un anno...e così, dopo qualche mese, “ciao Mattias”. Il nostro tedescone è sotto un treno, esce poco e, al massimo, lo fa per andare a bere qualcosa al bar sotto casa (dimenticavo: anche Mattias abitava con me). Conosce tutti e, come sempre succede in questi casi, fraternizza con chi sguazza nel dolore al suo pari. Il suo dolore, ironia della sorte, è contemporaneo a quello di Miguel che è stato appena inculato da Tiago. Morale: Miguel incula Mattias e questa volta non dal punto di vista delle finanze. Mattias e Miguel si fanno uno storia, nell’ombra. Nell’ombra a un punto tale che, in fase di partenza Mattias piazza un altro colpo da campione. E’ la vigilia del suo addio. Nel baretto rifiuta brindisi – “che tanto ci salutiamo domani” – e va a dormire. Poi, dopo qualche ora, lo sbrocco: Mattias esce a notte fonda, carica la macchina e parte. Senza salutare nessuno. Senza dirlo a nessuno. Nemmeno a Miguel, che non ha fatto neanche in tempo a chiedergli il suo numero di telefono tedesco.
Dimenticavo: le storie di Tiago e Mattias, me le ha raccontate Miguel, emotivamente distrutto, durante il mio viaggio un anno dopo. Se non fosse stato emotivamente distrutto, lo avrei inserito sicuramente sul podio.