sabato, 27 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 16:52
category: tuttologo per ignoranti, questioni varie ed eventuali, questa cosa secondo me
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A integrazione del post precedente, allego un illuminante estratto socio-culturale preso in prestito dal fantastico mondo di Wikipedia.

(io apprezzavo molto la variante del Fantasma dalla sette mutande, soprattutto perché la barzelletta vera sta nel solo fatto che una fantasma possa chiamarsi "dalla sette mutande")

La Barzelletta del Fantasma formaggino

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La barzelletta del fantasma formaggino è una popolare barzelletta infantile. È basata su un artificio umoristico estremamente rudimentale, al limite fra il gioco di parole e la pura e semplice rima; la si racconta soprattutto a bambini molto piccoli, nelle prime fasi dello sviluppo delle capacità verbali. La sua diffusione è stata tale da far diventare il fantasma Formaggino il fantasma per antonomasia, almeno per i bambini.

La barzelletta (o più precisamente un suo ipotetico seguito) è stata messa in musica dal gruppo rock demenziale Elio e le Storie Tese, che l'hanno rappresentata come un'icona della cultura trash più popolare e fanciullesca.

Origini

Il fantasma Formaggino e le altre barzellette di questo gruppo circolano almeno dagli anni settanta; è tuttavia difficile, come per tutte le tradizioni popolari, ricostruirne in modo preciso la storia. Il riferimento al formaggino da spalmare sul pane fa supporre che la barzelletta non sia precedente al secondo dopoguerra. La premessa ("ci sono un italiano, un inglese e un francese...") accomuna questa barzelletta a numerose altre, tutte più sofisticate.

Nonostante la sua estrema semplicità, la barzelletta potrebbe ricondursi, in senso lato, al filone dell'umorismo surreal-demenziale italiano che ha avuto, tra i massimi esponenti del passato, Domenico di Giovanni, detto il Burchiello (1404-1449), un barbiere fiorentino che aveva trasformato la sua bottega in un ritrovo di artisti i quali si divertivano ad inventare storielle ed aneddoti senza senso e che avevano in comune espressioni italiane in rima. Questo tipo di poesia è passato alla storia con il nome "rimare alla burchia" e ha contribuito alla diffusione, negli strati popolari, di aneddoti e barzellette ai limiti del nonsense.

La barzelletta

Questo che segue è il testo della barzelletta originale che vede i tre personaggi ritrovarsi in un castello. In altre versioni della stessa si possono ritrovare alcune minimali differenze, come il castello che può diventare un albergo o come la nazionalità dei primi due personaggi che può variare in inglese, francese, tedesca o, più raramente, americana.

«Un inglese, un francese e un italiano si sfidano a resistere una notte in un castello infestato da un fantasma.

Il primo giorno si reca nel castello l'inglese. A mezzanotte appare il fantasma Formaggino urlando "Uuh.. sono il fantasma Formaggino!", e l'inglese scappa terrorizzato. Il secondo giorno si reca nel castello il francese, ma anche lui fugge terrorizzato quando il fantasma entra nella sua stanza urlando "Uuh.. sono il fantasma Formaggino!".

Al turno dell'italiano, quando il fantasma urla "Uuh.. sono il fantasma Formaggino!", l'italiano risponde "E io ti spalmo su un panino!".»

Varianti

Il testo riportato sopra è ovviamente raccontato con numerose variazioni minori, per esempio relative alla nazionalità dei protagonisti o alle modalità con cui si svolge la sfida (per esempio, se i tre protagonisti vengono visitati dal fantasma la stessa notte, in tre notti successive, eccetera). Esistono poi una serie di varianti che non fanno riferimento al "formaggino", ma raccontano la stessa storia con un fantasma dal nome diverso e di conseguenza una diversa "battuta" dell'italiano; in ogni caso si tratta sempre di un umorismo di tipo estremamente primitivo e infantile. Alcuni esempi sono:
  • il "fantasma dagli occhi bianchi" (o "verdi", o con "un occhio nero e uno bianco"), e l'ultima battuta dell'italiano che diventa "se non te ne vai te li faccio diventari neri!" (o "ti faccio diventare nero anche l'altro!")
  • il "fantasma con le dita insanguinate" (o "le mani insanguinate"), e la battuta dell'italiano "vieni qua che ho portato i cerotti"
  • il "fantasma dalle 7 mutande", e l'italiano che risponde "allora dammene un paio, che mi sono scordato a casa quelle di ricambio"

Queste versioni appaiono essenzialmente copie della vicenda del fantasma Formaggino, ma appaiono più deboli e in genere non hanno neppure la rima, per cui sono probabilmente derivate.

In Elio e le Storie Tese

Nel 1992 il noto gruppo musicale italiano Elio e le Storie Tese pubblica l'album Italyan, Rum Casusu Çikti, che presenta come sedicesima e ultima traccia la canzone La vendetta del fantasma formaggino in cui si narra l'ipotetico seguito della vicenda originale (raccontata nell'album dalla voce di Claudio Bisio).

Nelle canzone Elio si ritrova catapultato nel mondo della barzelletta e viene costretto dagli invidiosi perdenti (l'inglese e il francese) a fingersi il fantasma del fantasma formaggino per beffare l'italiano. Non riuscendo a spalmare sul panino Elio, l'italiano invoca il dio della barzelletta (interpretato da Diego Abatantuono) che punisce Elio per aver modificato il finale della barzelletta e lo condanna a morire come il fantasma Formaggino (ossia spalmato su un panino).

La canzone, della lunghezza di più di 8 minuti, presenta omaggi a canzoni come Sei forte papà (Jurgens - Zambrini), Un mondo d'amore (Migliacci - Zambrini - Romitelli) e This Jesus Must Die (da Jesus Christ Superstar di Tim Rice e Andrew Lloyd Webber). Nel finale della canzone e' anche nascosto l'intro della canzone "Servi della Gleba". Si sentono delle note velocizzate moltissimo. con un pc si puo' rallentare il pezzo fino a scoprire l'intro di voce e chitarra della canzone. (intro che e' presente nei testi del disco all'interno del CD). 

sabato, 27 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 15:33
category: tuttologo per ignoranti, questioni varie ed eventuali, questa cosa secondo me
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Fondamentalmente, uno dei grossi buchi neri dell’umano scibile è che non si capisce mai una volta per tutte che tipo di rapporti umani ci siano tra l’italiano, l’inglese e il francese delle barzellette. Di primo acchito potrebbe sembrare un quesito di poco conto. Mai valutazione fu più errata perché i rapporti tra questi tre attori protagonisti dell’umorismo made in Italy hanno condizionato la cultura di casa nostra e, soprattutto, l’agire dell’essere umano e la sua evoluzione. E poi perché, di tutte le situazione paradossali che fanno da spina dorsale alle barzellette, i rapporti amicali tra italiano, francese ed inglese sono di gran lunga il fattore meno spiegabile.

 

Le barzellette ambientate negli studi medici hanno una base di verità estremizzata. Elevano oltre ogni logica i casi di malasanità che compaiono sui giornali. Sia nel dottore che risponde al paziente che per fare il bagno con la diarrea è sufficiente riuscire a riempire la vasca, sia nel paziente ignorante che il limone per fermare la diarrea lo usa non propriamente in modo consono.

 

Le barzellette sugli stranieri in generale, con la gente di colore che ha comunque un ruolo predominante, fanno leva sulle difficoltà dello straniero a parlare la lingua del posto. E non facciamo tanto i fighi perché in Inghilterra di barzellette che giocano sullo scarsissimo inglese parlato degli italiani ce ne sono a pacchi.

 

Le barzellette sessuali violano le leggi della razionalità. Cazzi enormi che all’occorrenza vengono tagliati o regolati da improbabili pozioni che ne modificano la taglia a seconda delle necessità; donne che scopano come ricci e vantano relazioni sessuali che sfidano ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia (ved. post “Agenti e reagenti”); orde di neri che, presi per il culo nelle barzellette sugli stranieri, si godono la propria rivincita a suon di mastodontici peni d’ebano. E poi nonnine arzille cui la menopausa avanzata ha irrimediabilmente alterato il ciclo ormonale, piccole Pacciani di otto anni che si mascherano dietro bambine delle elementari, storie di corna in tutte le salse, di gay che provano a inchiappettarsi in ogni dove e di Pierini che vivono sognando la folta patonza anni ‘70 della maestrina di turno. Tutte storie talmente assurde da rendere palese il proprio carattere immaginifico. O, in molti casi, onirico.

 

Le barzellette con l’italiano, l’inglese e il francese hanno invece una polpa di struttura in apparenza elementare, ma nascondo un nocciolo piccolo e durissimo di nonsense.

 

“L’italiano vince, mentre l’inglese e il francese perdono”, cantava Elio, e fin qui ci siamo. Il problema è che spesso l’italiano vince buttandolo al culo agli altri due. Quindi arriviamo al quesito ultimo: ma se io fossi l’inglese e il francese continuerei a frequentare l’italiano?

 

Pare quesito di poco conto ma è qui che si gioca la partita. Da quello che si evince italiano, inglese e francese stanno spesso insieme, almeno a giudicare dalla quantità di storie in cui sono protagonisti. E questo pone tutta una serie di inquietanti interrogativi. Sono amici? Forse non molto visto che l’italiano prova sempre a fregarli. Eppure dormono insieme nella casa del Fantasma formaggino, sono insieme sul Big Ben quando lanciano gli oggetti dall’alto per provare poi a raccoglierli ai piedi della torre e sono insieme anche sull’aereo quando provano a capire quale parte del mondo stiano sorvolando (anche se in quest’ultimo caso non è spiegato dove sia diretto l’aereo). Potrebbero essere colleghi, ma ciò intanto non spiega perché vadano a dormire nel castello del Fantasma Formaggino invece di sistemarsi, ognuno nella sua camera, in un comodo albergo pagato dall’azienda, e, in secondo luogo, non giustifica neanche il fatto che si trovino in un bar a parlare di come sono fatte le scatole dei preservativi nei rispettivi Paesi (io con i miei colleghi faccio anche di peggio e infatti sono più amici che colleghi). Poi in un’altra barzelletta fanno anche una gara di immersioni: sono evidentemente in una cosa tipo ClubMed, ergo dovrebbero essere amici. O semplici compagni di sventura, visto che sono anche vittime di un naufragio. In tal caso, però, il fato che li fa incontrare ogni volta sarebbe decisamente troppo forte.

 

Insomma non si capisce perché ‘sti tre siano sempre insieme. E soprattutto sono difficili da comprendere gli errori tattici dell’inglese e del francese. No, dico io, se capisci che questo (l’italiano) aspetta sempre di esprimersi per ultimo sul tema in questione per fare bella figura, dovresti cambiare strategia. O inizi a mentire quando tocca a te per smontare la tesi dell’italiano; o potresti provare a defilarti, fingendo – che so? – che stia squillando il cellulare, per poi tornare e rilanciare sulla battuta dell’italiano. Quindi ne consegue che la furbizia dell’italiano, che le barzellette vogliono dimostrare, non sta in realtà nell’arguzia di cui dà prova con la battuta finale ma nel fatto che l’inglese e il francese non abbiano ancora trovato un modo per non fargliela fare quella cazzo di battuta, nonostante siano anni che popolano le stesse barzellette.

 

C’è però una variante impazzita: il tedesco. In alcuni contesti, infatti, l’allegro teutonico rimpiazza il francese o l’inglese. O si aggiunge alla comitiva. Il che complica ulteriormente la definizione della relazione sociale e affettiva che governa le barzellette che iniziano con “ci sono un italiano, un francese (o un tedesco) e un inglese (o un tedesco). E forse pure un tedesco.

martedì, 23 gennaio 2007

Avevo promesso a me stesso che non avrei mai usato il blog per commentare libri e film, ma davanti a “Rocky Balboa” sono costretto a creare il pericoloso precedente.

 

Intanto perché commentare “Rocky Balboa” non è come commentare un film perché “Rocky Balboa”, tanto per iniziare, non è un film. Almeno non lo è per chi aveva meno di dieci anni quando Stallone tirava i primi pugni. Per tutti quelli che non possono vantare questo requisito, l’ultimo capitolo della saga non è molto di più di un film da mandare su Italia 1 il sabato pomeriggio o, al più, la domenica mattina. Dialoghi scontati e pieni di luoghi comuni, doppiaggio pessimo, buoni 40 minuti di film in cui non succede praticamente nulla, Stallone che, nonostante i sei film da boxeur sul groppone, non ha ancora idea di come si muova un pugile sul ring e potrei andare avanti per ore. Ma non avrebbe senso. Perché io, grazie a Dio, quando Stallone tirava i primi pugni avevo meno di dieci anni. A dire la verità ne avevo uno quando Rocky veniva sconfitto ai punti da Apollo dopo una battaglia tremenda. Per me, dunque, “Rocky Balboa” non è un film.

 

Per me è la partita d’addio. Quando Van Basten diede l’addio al calcio, a nessuno venne giustamente in mente di far notare che quella era una partita finta perché tutti sapevano che il ginocchio del cigno di Utrecht era così fragile che si sarebbe tagliato con un grissino. E forse proprio per l’assenza di un valido motivo che avrebbe giustificato l’ingresso in campo con dei grissini, i vari Nadal, Sergi e Bergomi interpretarono alla perfezione il loro copione per non rovinare la festa. Eppure tutti, vedendo Van Basten tocchicchiare la palla, andarono in visibilio, ricordando la rovesciata contro il Goteborg, il capolavoro contro la Russia nella finale degli Europei, il rigore calciato con il passaggio ai tempi dell’Ajax. Van Basten vero era dentro gli spettatori, la sua immagine annebbiata dalla sfiga e dagli infortuni era però adrenalina in grado di tirare tutto, nuovamente, magicamente, fuori.

 

Vedere l’ultimo Rocky è la stessa cosa ed è anche un po’ come un funerale, se gradite i paragoni più crudi. Ci vai perché sai che devi rendere omaggio alla persona che ha abbandonato il pianeta Terra e sai bene che vederla senza vita non sarà l’immagine che vorrei conservare di lei. Allora ricorderai a quante ne avete passate qualche o molti anni prima e di colpo torneranno le emozioni.

 

Ecco: “Rocky Balboa” è un incrocio tra Van Basten e un funerale. E’ il funerale di Van Basten.

 

“Rocky Balboa” è stato concepito per ricordare e in quest’ottica giustifichi anche i primi quaranta pallosissimi minuti di pellicola. Fanno da apripista a quella corsa che si sprigiona quando, per la prima volta, parte a cannone la musica storica del film. Avevo letto che quella musica tirava fuori il boato. E’ vero: al Warner di Piazza della Repubblica, a Roma, qualche minuto prima di mezzanotte, una sala cinematografica ululava per tributare l’omaggio al campione che fu.

 

Rocky corre e ha la stessa tuta grigia di Rocky I e lo stesso cappello da tonno insuperabile. E’ il primo di una serie di rimandi infiniti ai precedenti capitoli. Il culmine è la scalinata di Philadelphia. Percorsa con la smorfia di quasi trent’anni fa ma con un cane in più. Il culmine – un altro – è Rocky che si allena ancora una volta prendendo a pugni i vitelli squartati in macelleria. Il culmine – un altro ancora – è la citazione “Ti spiezzo in due” che Rocky dice cazzeggiando con suo figlio. Epica cinematografica.

 

“Rocky Balboa” è l’addio di uno che quando lo guardavi da ragazzino pensavi davvero che potevi battere Ivan Drago e Mister T pure se eri solo Sylvester Stallone. Io mi feci regalare i guantoni e picchiavo mia sorella.

 

Rocky Balboa si chiama di nome come un noto Horror picture show e di cognome come un noto abbronzante con il refuso.

 

“Rocky Balboa” è un film che fa davvero cagare ma che, magia del personaggio, fa venire la pelle d’oca a quello che eri tu prima di arrivare ai dieci anni. Se poi, come nel mio caso, quel “tu” anni ’80 non si distanzia molto dal “tu” del 2007, ecco che domani con ogni probabilità entrerai nuovamente in un negozio di articoli sportivi per comprare un paio di guantoni.

 

Forse ci meno G che a fine film faceva il polemico.
venerdì, 19 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 02:10
category: questioni varie ed eventuali
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Concetti sfusi di uno che è stanco morto (o stanco molto, come direbbero in Cina senza tuttavia alterare di parecchio il senso) e che in questo momento non riuscirebbe ad articolare un discorso di senso compiuto nemmeno sotto tortura:

 

- in casa mia è entrato il Singstar. Dicesi Singstar – e qui citerò il grafico creativo Emospada – quello strumento di autoumiliazione che ti spinge a dimostrare con il sorriso sulle labbra ai tuoi amici quanto tu sia incapace di partorire una melodia che possa lontanamente essere assimilata a qualcosa di intonato. Prometto resoconto della prima autoumiliazione totale.

 

- con ogni probabilità da questa sera avrò bisogno di un tetto. Alle ore 21 è previsto l’incontro-scontro con la padrona di casa. All’ordine del giorno aumento dell’affitto, esclusione delle spese dall’affitto, volture delle bollette a nostro carico, contributo per conguaglio Enel e inserimento di eventuali scope in culo in modo da poter ramazzare il corridoio. Se ci metto da sopra un altro po’ di soldi riesco a comprarmi Ronaldo. Prometto resoconto dell’autoumiliazione che ci sarà, puntuale – purtroppo senza Singstar –, per persuaderla a lasciare le cose così come stanno e a risolvere ogni contenzioso con un’affettuosa pacca sulla spalla.

 

- Jovanotti dice che “la gente della notte fa lavori strani”. Poi include nell’elenco baristi, giornalai, poliziotti, camionisti, padroni di locali, metronotte, giornalisti, fornai e pasticcieri. A me sembrano lavori normali.

 

- A propositi dei giornalisti citati da Jovanotti, l’autore di questo simpatico blog si dissocia dalla pratica dei suoi amici e colleghi di commentare i vari post con i lanci d’agenzia sui quali si stanno macerando gli organi genitali nei rispettivi pomeriggi lavorativi.

 

- le meta-idee per finire su Repubblica.it per il momento scarseggiano. Una nota di merito al Cirello per l’arguto depistaggio su Corriere.it (che però è effettivamente tristemente svelato, ormai). Quindi per il momento l’unico candidato è il blog sul suicidio che francamente calza a pannello con il mio umore degli ultimi giorni.

 

- Jovanotti tra i lavori strani che fa la gente della notte include spacciatori, ladri e gente in cerca di guai. Deve essere perché non sono lavori (anche se sui primi due non sono proprio sicuro sicuro).

 

- l’autore del simpatico blog si dissocia altresì dalla pratica del suo coinquilino di inserire commenti ai vari post sotto mentite spoglie.

 

- Jovanotti dice che “a volte becchi una in discoteca, la rivedi la mattina e ti sembra una strega”. Se in discoteca non sei ubriaco, lo vedi benissimo che è un cesso terrificante. Se sei ubriaco marcio, il giorno dopo non ti ricordi che faccia ha (il cesso terrificante). Se ti ci risvegli a fianco, penserai che è un cesso terrificante perché non è truccata.

 

- l’autore di questo simpatico blog ringrazia Lorenzo Cherubini per aver ispirato i deliri di cui sopra.

lunedì, 15 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 23:21
category: amare considerazioni, sportobello
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Mi hanno regalato la maglia originale della nazionale italiana di rugby. Quella con le bande orizzontali in lattice sul busto per trattenere la palla. Da paura. Devo confessare che, dopo averla tirata fuori dalla busta, ho temuto di dover rinunciare a delle parti del mio corpo, di dover operare una parziale mutilazione per starci dentro. Ma quella dannata maglia è un gioiello di tecnologia. Si tira in una maniera esagerata senza contemplare l’ipotesi di uno strappo o di una scucitura. E d’altra parte era una cosa che una persona mediamente intelligente avrebbe potuto prevedere, considerando lo sport per cui è stata concepita. Vabbè. Faccio per entrarci e, a sorpresa, ci sto. A quel punto la prova specchio.

 

Quando ammiravo in tv le gesta del Barone Lo  Cicero mi chiedevo come facesse ad avere le gambe troppo più magre rispetto al busto. E un po’ tutti i giocatori della nazionale mi hanno sempre dato in realtà l’impressione di essere come degli insaccati di un metro e ottanta. Bene, effetto confermato. Con l’unica variante che, nel mio caso, non ci sono muscoli, né magrezza. Il risultato è un adipe sblusato fino a formare una sorta di imbuto blu. Una cosa larga e tutto sommato geometrica nella sua rotondità al di sopra del pube che sfuma gradualmente in un corpo lungo, le gambe, anch’esse blu dato che avevo addosso i jeans. Un puffo più alto e fondamentalmente disegnato male.

 

Cenni finali:

1)      essendo così stretta ho dovuto chiamare il Genio militare per sfilarla.

2)   per sfilare la maglia mi sono dovuto accontentare degli artificieri perché immagino che il Genio fosse a casa di Tomada, al quale è stato fatto lo stesso regalo.
giovedì, 11 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 21:38
category: tuttologo per ignoranti
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Al termine di una lunga e faticosa introspezione, sono arrivato alla risposta finale sul senso ultimo di questo blog. A lungo mi sono interrogato su che senso avesse iniziare a raccontare in rete i propri cazzi. Bisogno di comunicazione? No. Velleità letterarie? Macché... Egocentrismo sfrenato? Fuoco... Tutto quello che è stato scritto finora è stato fatto, sì, per una ricca componente autocelebrativa ma, soprattutto per una molto ricca componente autocelebrativa. In definitiva, l’obiettivo di questo blog è arrivare sull’homepage di Repubblica.it. Ora non so quanti di voi frequentino abitualmente quel sito, per cui mi spiego. Nelle finestre laterali prima, nelle notizie di fondo pagina poi (se la questione ha del clamoroso), c’è sempre uno spazio riservato alle stranezze o alle mode del web. Così hanno avuto spazio Pulsatilla e il blog dei fincipit, prontamente segnalati anche dal sottoscritto (per la verità frequentavo Pulsatilla, in senso onlineiano si intende, da molto prima che ne parlasse Repubblica. Ma sui fenomeni letterari, si sa, c’è sempre la corsa a chi li ha scoperti prima. Così potrei stare tranquillamente accampando diritti che non mi appartengono...). Dicevo: da Pulsatilla ai fincipit, fino alla gara del Fantamorto o al test per scoprire la data del proprio decesso.

 

Tutte idee geniali che in questo blog non ci sono. La mia principale occupazione da oggi, dunque, sarà quella di trovare un escamotage per comparire su Repubblica.it. Che poi già meriterei di finirci solo per questo. Immagino il titolo: “‘Voglio finire su Repubblica’ – Lo dice sul blog e ci riesce”. Col sommario che spiega: “Sognava di finire sul nostro sito, ma non sapendo quale idea lanciare nel web si è appellato ai suoi lettori: ‘Aiutatemi a inventare qualcosa di geniale per diventare famoso’”. L’articolo, dal titolo “La meta-idea di Gianluca”, inizierà così: “Si chiama Gianluca Cordella e a quasi trent’anni ha deciso che era ora di far parlare di sé. Come però? Lo ha chiesto ai lettori del suo blog. Pioggia di idee e...zac...il gioco è fatto”.

 

Purtroppo temo che la sola idea di finire su Repubblica.it non sia di per sé abbastanza geniale per arrivarci. Però l’idea della meta-idea resta tutto sommato geniale. Quindi l’appello per la raccolta di idee geniali è ufficialmente lanciato.

 

Per dimostrare che la mia creatività non è proprio tabula rasa, lancio la prima idea assurda che mi è venuta dopo aver postato “Epifenomeni”: un blog nel quale trentenni etero parlino del loro lato omosessuale, scambiandosi (come peraltro è già avvenuto) idee su cremine e deodoranti o su posti troppo cool da frequentare assolutamente. D’altra parte, passando in rassegna mentale, tutti i miei amici hanno un lato marcatamente omo. Su qualsiasi cosa. Edoardo è l’unico in grado di competere con una donna sul tema “scarpe”. Marcello è la regina della sua casa. G è il gay dandy che lavora col computer wireless nei pub. Giuseppe è il palestrato con cui non fare mai la doccia (salvo che, ovviamente, non si sia tra quelli cui piace fare la doccia con un nerboruto palestrato). Antonio ha passato un’estate al mare (tipo Giuni Russo) leggendo un libro di poesie mentre tutti si divertivano e scopavano a destra e sinistra. Marco balla la musica Anni ’80 come Kevin Kline in “In & Out”. Insomma una zona franca tipo: “Il blog degli omo-etero”. Chiaramente è un’idea del cazzo (è il caso di dirlo) ma è l’unica che ho partorito finora.

 

Se ne partorite di migliori, battete un colpo.
mercoledì, 10 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 02:48
category: amare considerazioni
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Cercando su un comune dizionario, alla voce “epifenomeno” leggerete: “fenomeno accessorio che si aggiunge ai fenomeni corporei fondamentali, senza mutarne minimamente il carattere”. Se non ricordo male, su un vecchio libro di sociologia usato per un esame, si faceva l’esempio di un osservatore nei pressi dei binari di una ferrovia che osserva in lontananza il fumo di un treno che si avvicina. Ecco: il fumo è l’epifenomeno del movimento del treno. Giddens mi perdoni se sto scrivendo stronzate. Scusa, Giddens.

 

Anyway, ricorrendo alla sapiente arte della maieutica socratica, elencando una serie di epifenomeni, vi guiderò nel parto di una necessaria considerazione finale. Partiamo dal fatto che ultimamente il mio armadietto in bagno è pieno di cremine al patchouli, di dopobarba agli enzimi, di spray energizzanti per il corpo e mousse tonificanti per la pelle al muschio bianco. Consideriamo che al lavoro, sulla mia scrivania, campeggia un tenero cane di peluche, e che a casa, sempre sulla mia scrivania, c’è un dolce panda con le braccia conserte. Analizziamo le deliziose tendine che ho scelto per le finestre della mia stanza. Soffermiamoci sugli asciugami bianchi con le mie iniziali dorate, geometricamente adagiati sugli appositi supporti nel bagno di casa mia. E passiamo in rapida rassegna una serie di avvenimenti e caratteristiche quali la mia passione per la cucina; il fatto che “I Fantastici 5” sia una delle trasmissione televisive che guardo più volentieri; l’altro fatto che sere fa ho sprecato, rimanendo immobile, un clamoroso match point con una ragazza altrettanto clamorosa; la mia “r” moscia; le mie ciabatte con il segno zodiacale; il download appena effettuato da eMule di “Sadness” degli Enigma e potrei andare avanti ancora per ore ed ore...

 

Bene, preso in esame tutto questo, affido a voi l’elaborazione della considerazione finale. La mia, ma non vorrei influenzare nessuno, è che sto viaggiando inesorabilmente verso l’omosessualità.

martedì, 09 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 01:17
category: perle
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“Mentre la riportavo a casa mi ha detto: “non cambiare mai”...

Ho fatto tutto il Muro Torto in prima e ho grippato il motore della macchina...”

 

Così parlò Miccichè, poeta inconsapevole e decadente dei nostri giorni.

Orgoglioso di essere suo amico.

Vado a dormire sereno.

venerdì, 05 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 17:45
category: laif is nau
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A mente fredda e lucida, è finalmente arrivato il momento di fare un ulteriore punto sul mio Capodanno, giusto per archiviare la pratica per i prossimi 360 giorni. Forse qualcosa in meno, considerando che il tam tam del “che fai a Capodanno” inizierà con il consueto anticipo. Dico subito che il destino del mio ultimo giorno di 2006 è stato caratterizzato dai flussi mestruali di un mio amico, di cui non farò il nome e che per riservatezza identificherò con una lettera – “G” – che ha iniziato a prometterci un luogo per la nottata all’incirca da Ferragosto, salvo fare marcia indietro a qualche minuto dalla mezzanotte. In definitiva, anche quest’anno c’è stato il ripiegamento a casa di un’altra mia amica che per convenzione chiamerò con due lettere, “Lu”. E della sua coinquilina, nonché altra mia amica, per la quale di lettere ne sprecherò tre, “Cri”. Oltre a “Me” – per convenzione ho usato due lettere anche per autodefinirmi, ma avrei potuto usarne tranquillamente altre due... che so? “Io” – c’era anche il mio fratello acquisito, “Ste”, che definisco con tre lettere casuali come farò con la ragazza di “G”, “Gnu”. E la nuova coinquilina di “Lu” e “Cri” che, data la conoscenza più scarsa, necessita di quattro lettere convenzionali, “Robi”, ad esempio. All’improvviso è giunta anche la mia ex coinquilina, che per rispetto della privacy identificherò con cinque lettere in ordine sparso tipo “Michi” (ma avrei potuto usare anche “Chini”, ad esempio). Quando – all’improvviso l’incoscienza – è arrivata anche l’incoscienza che, per privacy nei suoi confronti, chiamerò con una sequenza casuale di sei lettere, tipo “Giulia”. Ora siccome non ho abbastanza idee per arrivare alle undici lettere di “Pigliacampo” (un uomo, un cognome), soprassiederò sugli altri presenti alla festa e abbandonerò per sempre questo giochino da disturbato mentale dei nomi in codice. Basti sapere che da remoti angoli dell’Italia giunsero in via Tarra anche reduci di Erasmus vari, del calibro del Ferrero e dello scienziato nomade amico di G.

 

Sorvolando su una tranquilla e ordinaria prima parte della serata, con tanto di brindisi sul terrazzino, focalizzeremo la nostra attenzione sulla spedizione a Pietralata, che ha decisamente regalato emozioni. Lì, in un ameno locale del quale si poteva fare a meno, infatti si sono consumati nell’ordine: inciuci tra amici di vecchia data, inciuci tra amici dell’ultim’ora, inciuci che non si sono verificati perché erano in corso inciuci tra amici di vecchia data ma che avrebbero dovuto verificarsi necessariamente quella sera e che ora forse non si verificheranno mai più, inciuci tra amici di vecchia data (ce ne sono stati diversi), inciuci tra amici dell’ultim’ora (anche di questi), scenate di gelosia, mani nelle tasche, mani sulle teste, mani sulle tette, mani sul pacco, mani nel sacco, e tante altre cose che la stanza fumatori avrebbe voluto raccontare e che non racconterà mai, se non inventando.

 

Credo di non aver mai scritto nulla di così inutile e fumoso nella mia vita. In posti che non siano l’Hotel Ergife, si intende.

(ogni allusione è ovviamente da rintracciarsi nei post relativi al mio esame da giornalista)

martedì, 02 gennaio 2007
author: tantecarecose @ 22:42
category: la mia parte intollerante
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TOILET7

Fino alle 17.25 del 12 gennaio in questo spazio campeggiava il post Brigitte Peugeot, una sorta di delirio in formato raccontino sulle tragedie musicali del Capodanno.

Bene, quel simil-raccontino è stato inviato a "Toilet - Racconti più o meno lunghi a secondo del bisogno", geniale raccolta di storie, fantasie e brevi farneticazioni che bimestralmente allieta le librerie italiane (il link per il sito lo trovate qui a destra) ed è stato accettato. Ergo a febbraio lo troverete in libreria, nel n.8 della suddetta raccolta. Ovviamente l'imminente pubblicazione mi ha spinto a "sottrarlo" dal blog, così da stimolare un minimo la curiosità di chi ancora non lo ha letto. In un post apposito (definizione dalla deliziosa assonanza),  segnalerò l'uscita in libreria.

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