sabato, 28 ottobre 2006
author: tantecarecose @ 14:27
category: agenti e reagenti
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Prendete due individui di sesso opposto e uniteli in una relazione sentimentale di una durata indefinita ma almeno superiore a un anno. Dopo di che divideteli per sopraggiunte incomprensioni e lasciateli macerare a una distanza socialmente equa (né troppo vicini da continuare a finire sistematicamente a letto insieme, né troppo lontani da dimenticare l’uno il nome dell’altra). Se le suddette operazioni saranno portate a compimento nel modo corretto, e considerando la naturale diversità degli esseri viventi, il risultato dovrebbe essere l’avere uno dei due individui che si arrovella il cervello sull’eventualità di intraprendere nuovamente la relazione e l’altro che antepone alla suddetta ipotesi una serie di attività più o meno edificanti, dall’affogarsi nell’alcool ogni sera in giro con gli amici al riallacciare rapporti con persone consegnate all’oblio da tempo immemore ma che magicamente si trasformano in compagnie preziose per affogarsi nell’alcool in giro ogni sera oltre che in alternative più che valide alla frequentazione con il primo individuo.

 

Per un perverso gioco di forze, che sulla medesima linea ideale che unisce i due soggetti chiameremo “attrazione fisica” in una direzione e “pietà” nella direzione contraria, le entità interagenti si troveranno prima o poi costrette ad affrontare un’annosa questione: i terzi. Intendendo con questa parola tutte quelle persone, cose o animali che, dalla fine del rapporto in questione, sono finite nel letto di uno o dell’altro soggetto. Il problema dei terzi in una relazione affettivo-sessuale che ambisce – almeno da una parte – a ricominciare è simile per portata distruttiva a quello della fame del mondo o di uno tsunami. O le due cose insieme: uno tsunami di appetito in grado di sommergere un continente intero, affamandolo in modo drammatico. La visione dei terzi è tuttavia soggetta a punti di vista molto differenti. Immedesimandosi in una delle due parti in causa, che chiameremo “agente”, e etichettando il soggetto altro come “reagente”, si può distinguere tra:

 

terzi passivi: rientrano in questa categoria gli individui che hanno frequentato il letto del reagente e che rientrano quindi nella sfera dell’ignoto dell’agente. L’agente potrà solo subire i fatti.

 

terzi attivi: rientrano in questa categoria gli individui che hanno frequentato il letto dell’agente e che, salvo casi di alcool, droghe o problemi mnemonici particolarmente gravi, rientrano nella sfera del noto dell’agente stesso. L’agente, salvo casi di costrizione particolarmente rari, è autore dei fatti.

 

E’ evidente che terzi attivi e passivi, pur non mutando nella loro sostanza di soggetti, subiscano delle inversioni di definizione qualora ci si riferisca all’una o all’altra entità interagente.

 

E’ bizzarro considerare che, sia per chi è mosso dall’attrazione che per chi è mosso dalla pietà, la visione dei terzi, attivi o passivi che siano, è sostanzialmente identica.

 

La visione dei terzi passivi: per l’agente, il terzo passivo è una piaga della società, al pari delle domeniche ecologiche e degli animatori dei villaggi turistici. L’agente vi si rapporta in modo strano e per certi versi morboso. L’atteggiamento ricorda quello con cui da bambini ci si rapporta al sapore delle caccole del naso: si è certi che la verità non sarà piacevole, ma al tempo stesso si è mossi da una perversa forma di curiosità e di autolesionismo che spinge il piccolo agente a estrarre la suddetta caccola e ad appoggiarla con garbo sulla lingua. Il lento assaporare la caccola infonderà quel senso di malessere che l’agente ritroverà molti anni dopo, salvo casi di degustazione delle caccole senili, di fronte al tentativo di ripristino di una relazione. In breve, la sequenza dei pensieri è: “non mi interessa nulla perché non stavamo insieme e poi è giusto che lui/lei faccia le sue esperienze”, “preferisco non sapere nulla, tanto i miei sentimenti non cambiano”, “e comunque, sono talmente sicuro dei miei sentimenti che potrei sapere di dodici suoi rapporti sessuali senza provare il benché minimo fastidio”, “però se lui/lei è stato/a con un altro/a significa che non pensa più a me”, “pensi che per me sia un problema sapere la verità?”, “dimmi, cazzo, se sei stato/a con qualcun altro/a”. E mentre il reagente racconta, con lo stesso fastidio mischiato a soddisfazione provato allora, l’agente ritorna con la mente a quando assaggiò per la prima volta una caccola del suo naso...

 

La visione dei terzi attivi: per l’agente il terzo attivo non è un problema fisico – il terzo passivo è identificabile con una o più persone, pertanto ha una sua forma fisica ben definita – bensì un problema di natura concettuale. Le regole del confronto prevedono infatti che quando il reagente avrà finito di sgranare come un rosario l’elenco dei propri amanti – tra cui, ironia della metafora, figura anche un certo Rosario –, il pallino del gioco resti nelle sue mani, in attesa di essere rilanciato con la domanda “e tu, invece?”. A questo punto il problema concettuale si propone in tutta la sua imponenza. La realtà perde improvvisamente di valore e ci si trova in bilico tra un “non sono riuscito a guardare nessun altro essere vivente del tuo sesso, tanto è ossessiva la brama che ho di te e delle tue splendide fattezze corporee e spirituali” e un “hai preso una settimana di ferie al lavoro? Sai, perché non è così facile raccontarti tutto...(un sorriso da bel/la bastardo/a può aiutare)  E poi non sono nemmeno sicuro/a di riuscire a ricordare tutte le storie assurde che mi sono capitate”. Se qualcuno sta pensando idiozie del tipo “deve essere il cuore a parlare” o “l’importante è essere sinceri” è vivamente pregato di uscire immediatamente da questo blog e dalla mia vita e di farsi un più consono abbonamento a Famiglia Cristiana. Il problema non è mentire, il problema non è il cuore. Il problema è la strategia. L’agente arrivato all’incontro mosso da pietà dovrà prima di tutto analizzare a fondo le reazioni che hanno prodotto in lui i racconti del reagente e poi potrà comportarsi secondo un semplice schema

 

Il reagente ha scopato come un riccio:

l’agente resta indifferente. A quel punto, segue il sua karma, nonostante ignori di cosa si tratti, e racconta la pura e semplice verità

Il reagente ha scopato come un riccio:

l’agente rosica come un pigmeo. A quel punto millanta relazione sentimentali e sessuali che sfidano ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia

Il reagente si è dato alla vita monastica:

l’agente lo giudica un perdente depresso e, per infierire, millanta relazione sentimentali e sessuali che sfidano ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia

Il reagente si è dato alla vita monastica:

l’agente lo giudica un perdente depresso e, per non infierire, millanta una vita monastica al punto da sfidare ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia.

 

Più arduo sarà il compito dell’agente arrivato all’incontro sulla spinta di una reale propensione al ripristino della relazione. L’atteggiamento affettuosamente distaccato del reagente mosso da pietà, infatti, porterà l’agente a ritenere, al di là di ogni effettivo racconto, che il reagente stesso abbia avuto una vita sentimentale e sessuale in grado di sfidare ogni logica e ogni regola base della fisica e della biologia. A quel punto il dramma è manifesto. L’agente sarà in bilico tra due precipizi che, con ogni probabilità, non rappresentano in alcun modo la sua vita post-fine della relazione. Lo scopatore mascherato e l’asceta new age. L’uomo di carne e la volontà di ferro. L’ormone allo stato brado e l’ormone allo stato bradipo. Poi sceglierà e cadrà in uno dei due burroni. Quello della terza gamba o quello del terzo occhio. E sarà comunque caduta libera, sia che riesca a rimettere in piedi la relazione sia che venga condannato a una proroga d’indipendenza. Ma questo, normalmente, l’agente lo ha sempre saputo.
giovedì, 26 ottobre 2006
author: tantecarecose @ 23:43
category: questioni varie ed eventuali
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Di link in link, mi sono perso in giro per blog e ho potuto allegramente constatare che, graficamente parlando, il mio è quello che fa cagare più di tutti. Non è cattivo gusto. Diciamo più che altro che si tratta di una sorta di scomunica da parte del mondo informatico. Ignoro il funzionamento dei template (delle template? sono donne? boh). Accetto consigli semplici, gratuiti e disinteressati.
giovedì, 26 ottobre 2006
author: tantecarecose @ 22:44
category: la mia parte intollerante
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Avrei voluto scrivere prima ma avevo le mani impegnate a sorreggere la mannaia virtuale, grossa come lo spinnaker di Luna Rossa, con la quale avrei ammazzato volentieri il 90% delle persone che mi si sono parate davanti negli ultimi giorni. Quasi tutti miei colleghi, peraltro, considerando che ho passato la stragrande maggioranza della mia vita recentissima chiuso in redazione (sto provando a fare il giornalista). Per rendere meglio l’idea, almeno a chi mastica di cinema, diciamo che navigo in una condizione mentale a metà strada tra l’Edward Norton della 25° ora e il Michael Douglas di Un giorno di ordinaria follia. Capace di stare quattro minuti e cinquanta secondi davanti a uno specchio a mandare a fanculo tutto e tutti, da Osama Bin Laden a Gesù Cristo. Ma anche di girare Roma armato e a bordo di una macchina della polizia rubata, incazzandomi come una biscia con i camerieri di un fast food. Il tutto aggravato da quel “(sto provando a fare il giornalista)” scritto poc’anzi che, tradotto in soldoni, significa che martedì ho l’esame da professionista al quale arriverò – tanto per stare sulla televisiva attualità – con la preparazione di una Pupa e l’aspetto fisico di un Secchione. In culo a chi dice che mutando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.

domenica, 08 ottobre 2006
author: tantecarecose @ 19:46
category: la mia parte intollerante
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Se c’è una cosa che odio – e in realtà ce n’è molto più di una – sono i film comici con i bambini. Mamma ho perso l’aereo, Mamma ho riperso l’aereo, Senti chi parla, Senti chi parla adesso, Piccola peste, Piccola peste torna a far danni, Baby birba, Baby barba (l’epopea di una bambina costretta alla depilazione precoce), Baby babba (una bambina siciliana con dei problemi di comprendonio), Baby babbo (la toccante storia di un bambino padre), Baby balbo (figlio del noto calciatore), Baby bulbo (film d’animazione che ha per protagonista un piccolo tubero) e Baby baldan bembo (un film del cazzo nel quale c’è un ragazzino che gira per strada fischiettando “Eeeeehhhh, l’amico èèèèèè”). Tutte storie di ragazzini insopportabili con le facce gommose che, puntualmente, finiscono per  umiliare l’adulto minchione di turno. Basta. Non se ne può più. Non riesco a ridere se c’è un moccioso che rende la vita impossibile a un adulto che ha già una buona dose di cazzi suoi per la testa, anche se di mestiere fa lo svaligiatore di appartamenti. E non riesco a ridere nemmeno se uso la parola “moccioso” che non pronunciavo e scrivevo credo dal lontano 1989. Mi abbatterei sull’immagine di Macaulay Culkin nella sua tipica posa, quella dell’Urlo di Munch per intenderci, con un badile di ottone, ammesso che l’abbiano mai creato. E l’odiosissimo bambino con il caschetto rosso di Piccola peste? Lì si raggiunge l’apice dell’intolleranza, lo Zenit del giramento di palle, la temperatura in cui la bile sublima senza passare dall’ebollizione. Ma poi perché i bambini non devono guardare i film di Bruce Willis sennò diventano dei vichinghi e quelli dei nani pestiferi sì? Io bambino capisco bene che prima di imitare un ammasso di muscoli di un metro e novanta, che salta da un elicottero e sfonda il vetro di un grattacielo nel quale c’è la classica riunione del Cda della grande azienda con tutti i manager in giacca e cravatta; che trova il tempo per fare una battuta umoristica prima di lanciarsi per le scale – 28 piani in salita – mentre terribili cecchini che per l’occasione diventano delle pippe gli sparano addosso; che viene pure colpito per sbaglio da uno dei cecchini ma si strappa via il proiettile dal braccio con le sue stesse dita; che arriva al piano n. 100 e rompe il culo a tutti – lui a mani nude, loro armati fino alle mutande – e che alla fine, nella carneficina totale, riesce pure, passando dalla riunione del Cda, a rilevare le quote dell’azienda, divenendo così azionista di maggioranza... beh, un bambino sa che prima di fare tutto questo avrà bisogno di mangiare quintalate di barrette Kinder e di sottoporsi in, diciamo, dieci anni all’allenamento che Lou Ferrigno ha sostenuto in una vita intera. Ma per scaldare con la fiamma ossidrica il pomello della porta di casa o per tempestare il tappetino della doccia di puntine da disegno, no... Basta un padre con l’hobby del bricolage. Distinti saluti.

venerdì, 06 ottobre 2006
author: tantecarecose @ 18:16
category: tuttologo per ignoranti
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E’ immane la quantità di banalità che si possono scrivere nel post inaugurale di un blog. Siccome non mi piace essere razzista proverò a inserirle tutte, convinto di poter riuscire benissimo nel compito senza dovermi sforzare più di tanto. Intanto le presentazioni. Mi chiamo Gianluca e, come avrete intuito dal titolo di questo blog, sono un trentenne in crisi esistenziale. Crisi in parte determinata dal fatto che mai nella mia vita sono stato in preda alla rottura assoluta di coglioni come in questo periodo. Uno scazzo che si sposta nel mondo su due piedi 42. Ma andiamo con ordine. La definizione di trentenne è parzialmente falsa, o almeno anticipatrice di un'aspettativa di vita di ancora qualche mese. Dalla mia nascita foggiana mi separano 29 anni nei quali non sono riuscito a eccellere in nulla. Non per assenza di interessi, però. Semmai per il contrario. Cambio gusti con una facilità che tende talmente all’estremo, che Manolo, Patrick De Gayardon (buonanima) e Francisco Ferreira, detto “Pipin”, messi insieme e rapportati a me, ne escono più o meno come dei Teletubbies. Mi sono cimentato con pattinaggio su pista, tennis, calcio e sci. Ho fatto il dj nei locali e lo speaker in radio. Ho provato a suonare la chitarra, la tastiera e il tamburello. Ho ballato latino-americani e pizzica. Ho imparato qualcosa di giocoleria e di micromagia. Ho attraversato la passione per il paranormale. Sono andato a vivere all’estero per un anno e ho imparato qualche lingua. In ordine sparso, sono andato in fissa per l’enigmistica e i giochi di parole, per i videogame e i giochi di ruolo, per lo studio della dizione e per l’animazione nei villaggi turistici. Ho provato l’avventura televisiva. Quella giornalistica. E, adesso, è il periodo della scrittura. Da qui il blog. Ovviamente non ho approfondito nessuna delle cose appena citate, il che mi rende una sorta di tuttologo per ignoranti. Sono il Bignami che chi non ha mai fatto un cazzo nella propria vita dovrebbe avere sempre con sé. Uscire a cena con me è come uscire con lo “Strano ma vero” della Settimana enigmistica: tanti aneddoti incredibili e divertenti. Poi basta. La vita sentimentale e sessuale è un riflesso del tutto. Posso essere molto interessante appena conosciuto, ma se non concludo dopo i primi tre appuntamenti, le speranze di riuscirci successivamente sono uguali a quelle che ha Provenzano di passare per una brava persona. Mi si chiederà: ma se è sempre andata così, perché con il blog dovrebbe essere diverso? E chi ha detto che sarà diverso? Anzi, è molto probabile che da un giorno all’altro anche il blog sprofondi nell’oblio. Per cui, se state girando nella rete alla ricerca di qualcosa da leggere alla quale possiate anche affezionarvi, sappiate che siete nel posto sbagliato.


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