giovedì, 22 ottobre 2009

Io, nella mia vita, ho conosciuto due svizzeri. Uno all’università: a 19 anni aveva già un barbone da Frate Indovino per cui non mi sono stupito quando mi hanno detto che si era fatto prete. Avevo indovinato. L’altra qualche anno dopo e ricordo solo che parlava come le tedesche dei film di Neri Parenti. Nonostante questi rapporti umani abbastanza limitati, nulla mi ha impedito di farmi un’idea della Svizzera. Sorprendente, per certi versi, e riassumibile in quattro punti.

Della Svizzera mi ha colpito molto questa storia dei negozi che vendono solo articoli per spie. Tipo occhiali con la microcamera, penne con la microcamera, valigie con la microcamera. O meglio: mi ha colpito molto che fossero negozi normali, senza la minima sorveglianza. Nel senso, io, da padrone della Svizzera, metterei valanghe di agenti di polizia camuffati al di fuori di ogni negozio. Se ti metti a pedinare ogni cliente che esce da lì, tutto felice con la sua busta da shopping, qualche impiccio lo scopri sicuro. Fosse anche una semplice violazione di un contratto di lavoro, ma qualcosa di losco deve esserci.

Della Svizzera mi ha colpito che hanno un’onda verde, dei semafori intendo, che ti permette di attraversare tutto il paese senza fermarti mai. Questa cosa me l’ha detta la svizzera che parlava come un’Ulrike qualsiasi. Lei, quando si andava in giro con la macchina, non riusciva a capacitarsi del fatto che su Viale delle Milizie ci si dovesse fermare ogni cento metri per un rosso. E giù con questa storia che in Italia non esiste l’onda verde. Da quel giorno la mia vita è peggiorata perché ho un’altra cosa di cui vergognarmi e, soprattutto, perché non riesco più a fermarmi a un semaforo senza pensare a quanto starei bene se vivessi in Svizzera.

Della Svizzera mi fa poi letteralmente impazzire questa roba della neutralità. E’ fantastico, è una sorta di mistero, come la salita in discesa di Ariccia. E’ bellissimo perché non riesco a immaginare una non presa di posizione. Tipo, io sono un ambasciatore straniero e, per dire, metto in guardia la Svizzera su una questione.
“Guarda, Svizzera, che a cento chilometri da qui (per dire) è in atto un genocidio”.
E mi immagino tutta ‘sta Svizzera che fa la vaga, guarda per aria, controlla i messaggi sul telefonino.
“Svizzera, occhio che a qualche ora da qui stanno costruendo l’atomica”.
La Svizzera si scrolla la forfora dalla spalla.
“Dai, Svizzera, non ci credo che non te ne frega niente. C’è il buco dell’ozono”
“...come?”
“Come che?”, io.
“Hai detto qualcosa?”, fa la Svizzera.
“Lascia stare, va’...”, sconsolato e ammirato.

Della Svizzera, però, mi ha colpito più di tutto il fatto che sia l’unico paese al quale sia mai stato dedicato un gioco per bambini. Io ho iniziato a giocare a “I quattro cantoni” molto prima di sapere che in Svizzera c’era l’onda verde. Forse anche molto prima di sapere che c’era la Svizzera. Una mossa geniale da parte della lobby degli educandi svizzeri. Questo è guerilla marketing, così si rafforza il brand. Non mi risulta che a nessuno altro paese sia mai stato dedicato un gioco. Giusto “Mosca cieca”, ma non sono sicuro che la Russia c'entri granché.

mercoledì, 07 ottobre 2009

Alfano e Mondadori. Lodi, lodi, lodi. Di questi tempi non si può non sentirsi un po’ come il Comitato della trasmissione di Magalli. Ma non è questo il punto. Quanto il fatto che la battuta “c’è una escort targata Bari parcheggiata davanti a Palazzo Grazioli” è molto facile ma nessuno l’aveva ancora fatta in pubblico. Per cui lodi anche a Simone Cristicchi che l'ha regalata durante la manifestazione sulla libertà di stampa. Lodi (all’Altissimo) e Fede (al bassissimo). La diretta della suddetta manifestazione fatta dal Tg4 è stata un’autentica chicca, per quel poco che ho potuto vedere. Immagini a caso dalla piazza, il palco quasi mai inquadrato e dell’audio degli interventi manco l’ombra (forse, effettivamente, perché era audio). In compenso la telecamera pesca solo ragazzi con molta barba o rasta o con i piercing. La perla vera sono i servizi: microfono solo a giornalisti contrari alla manifestazione. E fin qui... Curiosamente però solo del primo intervistato compaiono in grafica nome e testata (è uno qualsiasi del Giornale): tutti gli altri vengono intervistati davanti a un pc senza elementi di riconoscimento. Nella migliore delle ipotesi sono persone prese a caso e calate nei panni dei giornalisti. Nella peggiore, sono tutti del Giornale. Nella tragedia: sono persone prese a caso e tutte assunte dal Giornale come redattori.  Comunque: la D’addario non è poi tutta ‘sta figa. Nel senso, sei Berlusconi, ti scopi questo mondo e quell’altro, nella sola Mediaset ti sei fatto molto di meglio e senza pagare. La questione è che - si mormora - la D’Addario sia stata assoldata per assecondare alcune perversioni del premier, su tutte quella di farsi fare la cacca sulla pancia. E lì ci vuole una professionista, non tanto per lo stimolo, quanto per la mira. Grazie all’audio delle intercettazioni, comunque, non dovrebbe essere troppo complicato verificare il reale estrinsecarsi della perversa pratica. Sempre secondo il chiacchiericcio di palazzo, la D’Addario non avrebbe riferito il particolare in quanto irrilevante per il dibattito centrale sulla condotta del premier. La realtà, secondo i ben informati, è che la escort avrebbe voluto evitare di ferire il suo idolo d’infanzia, il cantante-coprofago Gianni Morandi, che non avrebbe retto il colpo, sapendo di tutto quel ben di Dio, malamente sprecato.
sabato, 22 agosto 2009
author: tantecarecose @ 17:39
category: la mia parte intollerante, laif is nau
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Sarà capitato anche voi di avere una musica in testa, ma, sicuramente, sarà capitato anche a voi di aver avuto a che fare con il tipo che nella sua vita ha fatto sempre tutto perché lui non ce la fa a vivere pieno di rimpianti. Questo tipo, normalmente, ha fatto tutti gli sport estremi; ha viaggiato in tutto il mondo e nei modi più assurdi; ha detto sempre a tutte le persone ciò che pensa di loro; si è licenziato da tutti i posti in cui ha lavorato pur di non farsi mettere i piedi in faccia, anche a costo di rinunciare al suo contratto a tempo indeterminato da seimila euro al mese; ha sperperato tutto il suo patrimonio per partecipare a una lunga serie di eventi imperdibili ed epocali; ha provato tutte le droghe esistenti e bevuto qualsiasi alcolico il cui tasso fosse compreso tra un grado e più infinito; ha vissuto di stenti cibandosi solo della sua libertà; e, soprattutto, ci ha provato con tutte le donne che gli sono piaciute perché non avrebbe mai resistito a quella sconfinata tragedia umanitaria che si genera quando non ci provi con una e passi tutta la vita a dirti “chissà se ci avessi provato...”. Va bene tutto, ma i rimpianti, quelli no. Tutta colpa di Andrea De Carlo, di “Due di due”, di Guido Laremi e della cazzo di teoria dei vetri da rompere che, dalla pubblicazione del libro, ha fatto arricchire smodatamente la lobby dei vetrai, veri finanziatori dell’ispiratore di questo blog. Il vero problema del tipo che nella sua vita ha fatto sempre tutto perché lui non ce la fa a vivere pieno di rimpianti è che, prima o poi, dice a qualcuno la frase: “Cazzo, ma se c’hai rimpianti a trent’anni...”. Lasciando intendere un conseguente “ucciditi” o “fai pena” o “sei un perdente”. Qualche osservazione è d’uopo: intanto la frase lascia intendere che i rimpianti non si possono avere a trent’anni, ma forse dopo – o addirittura prima – sì. Il che entra in conflitto con il fatto che il tipo che nella sua vita ha fatto sempre tutto perché lui non ce la fa a vivere pieno di rimpianti (d’ora in avanti TCNSVHFSTPLNCLFAVPDR) dice quella frase a chiunque, a qualsiasi età. Lasciando quindi supporre che un tempo per i rimpianti, in verità, non ci sia o, al massimo, sia confinato ai giorni che precedono il trapasso. C’è molta filosofia di Ligabue in tutto questo, ma tant’è. La vera cosa che manda in bestia è che il TCNSVHFSTPLNCLFAVPDR classifichi gli individui in due categorie: quelli come lui e quelli che invece ristagnano nella paranoia, hanno problemi sociali, non riescono a esprimersi e a far capire agli altri il proprio pensiero, non escono di casa, quando escono di casa si coprono di ridicolo rovesciandosi delle cose addosso, sono del tutto imbranati con le donne, al punto da essere ancora vergini e da essersi fatti scappare almeno una decina di donne che ci stavano sicuramente ma con le quali lui non è riuscito a muovere un dito. Ora, io mi domando: ma non è che uno a trent’anni può serenamente avere qualche rimpianto senza per questo aver condotto necessariamente fino ad allora una vita di merda? Nel senso, magari il rimpianto è legato a una situazione che oggettivamente non potevi governare. O magari è davvero colpa tua, perché in quel momento sei stato frenato da un’emozione spaventosa o da un attacco di forfora e non ce l’hai fatta a esprimerti. Amen. Avrai il rimpianto, ma non credo che sia il caso di fustigarti perché la tua vita è un fallimento. Che poi io, se non avessi i miei bei rimpianti, avrei anche molti esilaranti aneddoti in meno da raccontare. E, onestamente, grazie ai rimpianti, ho svoltato un sacco di cene e mi sa che ho pure rimorchiato qualche volta. Non voglio tirare su la menata filosofica che il TCNSVHFSTPLNCLFAVPDR è destinato alla pazzia perché prima o poi si svilupperà in lui il rimpianto di non avere mai avuto rimpianti o cose così. No. Voglio solo dire che se io fossi una donna a cena mi porterei più un simpatico sfigato che un TCNSVHFSTPLNCLFAVPDR. Certo, pure qua bisogna stare attenti all’indicatore di sfiga, ma questa è già un’altra storia. E’ che alla fine il TCNSVHFSTPLNCLFAVPDR speri sempre possa estinguersi da un momento all’altro; mentre il simpatico sfigato, alla peggio, fa arredamento.
giovedì, 06 agosto 2009
author: tantecarecose @ 03:40
category: amare considerazioni
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La mia voglia di scrivere è ormai rara come l'erezione di un sessantenne.
mercoledì, 15 luglio 2009
author: tantecarecose @ 23:46
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali
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Tecnicamente, non è che in questo periodo non si sia fatto nulla di raccontabile. Anzi. Ho fatto un sacco di cose che mi hanno fatto pensare nell’immediato “questa la metto subito sul blog”. Ma le suddette cose sono andate a cozzare in maniera inesorabile contro il mio fondoschiena che, di questi tempi, è pesante quanto un container di incudini. Per cui allego un lista spero completa di tutte le cose fatte o successe in questo periodo che mi hanno portato a concepire la necessità di un post che le contenesse. Il motivo è sempre lo stesso: sono tutte cose che non avrei mai pensato di poter fare o di vedere succedere.

-    Ho visto un concerto di Tiziano Ferro
-    Ho cantato al concerto le canzoni di Tiziano Ferro
-    Ho abbandonato la mia casa storica
-    L’ho abbandonata per una casa senza mobili
-    Ho arredato la casa senza mobili interamente da Ikea
-    Ho noleggiato un furgone di Ikea per il trasporto mobili
-    Ho imparato a chiamare i mobili di Ikea con i loro nomi originali (perché dio solo sa quanto è bello sdraiarsi su un Solsta o accomodarsi su una sedia Herman)
-    Vivo in una casa senza cucina
-    Da circa un mese, quando mi sveglio, faccio il caffè con un fornellino da campeggio
-    Ho lavato i piatti nel bidet (per la legge del contrappasso, appena avrò la cucina, farò il bidet nella lavastoviglie)
-    Ho una casa senza citofono e senza campanello che, di fatto, mi isola dal mondo esterno
-    Ho fatto l’opinionista in una trasmissione radiofonica
-    Ho fatto due esilaranti reading in un locale
-    Ho conosciuto una nota blogger che ha rassicurato il mondo sulla mia appetibilità sessuale
-    Ho perso quei residui di nero che ancora resistevano tra i miei capelli
-    Mi sono travestito da Pluto
-    Mi sono travestito da Pluto al matrimonio di una mia amica
-    Mi sono travestito da Pluto al matrimonio di una mia amica che, peraltro, si stava sposando con me (questa non è vera ma sarebbe stata la più bella di tutte)
-    Mi hanno fatto un sacco di pubblicità al blog proprio nel momento in cui l’ho aggiornato di meno
-    Mi hanno presentato un critico cinematografico e un’attrice dei quali ignoro i nomi
-    Ho intervistato tale Karima senza sapere chi fosse (alla fine, credo di aver capito che è una cantante)
-    Ho bevuto birra scaduta, convinto che fosse doppio malto
-    Ma soprattutto: una notte ho sognato di fare una colletta per permettere a Lino Banfi di fare uno spettacolo teatrale. Giuro.
venerdì, 12 giugno 2009
author: tantecarecose @ 23:33
category: la terra dei cachi, amare considerazioni, questa cosa secondo me, barbie girl
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La notizia del giorno è che il leader libico Muammar Gheddafi, durante un incontro con la Carfagna, ha detto che nel mondo islamico la «donna è come un mobilio che si può cambiare quando si vuole». Ovviamente non posso essere d’accordo con queste parole per una lunghissima serie di motivi. Ne citerò solo alcuni:

-    la donna non va spolverata;
-    in caso di trasloco, la donna è in grado di spostarsi sulle proprie gambe;
-    i piedi di ogni singola donna vedono, nel corso della loro vita, molte più scarpe di quanto possa fare una qualsiasi scarpiera durante tutto il suo periodo di esistenza;
-    i costi legati al sostentamento di una donna non potranno mai calare, almeno fino a quando non si venderanno donne smontate;
-    e, soprattutto, se quando torni a casa la sera, lanci le chiavi su tua moglie, quest’ultima, a differenze di un mobile, potrebbe incazzarsi.
giovedì, 04 giugno 2009

Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso. Trasloco e lavoro rendono Tcc pazzo furioso.
mercoledì, 20 maggio 2009
author: tantecarecose @ 02:04
category: perle, geni del male
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Finalmente ho scritto un nuovo post! Grande!
lunedì, 04 maggio 2009

Cosa ci fanno Tcc, il presidente del torneo di Wimbledon, l’onorevole Gabriella Carlucci, Max Giusti e Filippo del Grande Fratello nello stesso posto? Guardano Nadal-Verdasco agli Internazionali di tennis. Catapultato come per magia in tribuna d’onore grazie al provvido intervento di due angeli travestiti da donna grande e da donna piccola, il simpatico autore di questo blog si rituffa nella terribile esperienza del Foro Italico che, annualmente, si costringe a perpetrare per via di una smodata passione per il suddetto sport. E, alla fine e come ogni anno, resta solo un commento tipo: “Basta con questo ciarpame senza pudore”. Laddove l’assenza di pudore è resa palese dalla convinzione che se in mezzo al campo, invece di Nadal e Verdasco, ci fossero stati il Gabibbo e Pippo l’ippopotamo blu della Lines il risultato sarebbe stato identico. Come sempre a Roma quando si tratta di sport minori, la sensazione è che la gente ci vada perché fa figo esserci. E Dio solo sa se sono più snob quelli che ci vanno perché devono esserci o quelli come me che li criticano. Nel dubbio, io ci vado e dopo critico. Va dato atto all’edizione maschile appena conclusa di avermi aiutato a carpire alcuni aspetti fondamentali del torneo e della vita che gli scorre intorno. Intanto, è chiaro che il fatturato del torneo si aggiri intorno ai 75 euro. La quantità di sponsor è immane e ogni sponsor regala biglietti a rotta di collo. Se agli Internazionali entri pagando sei uno sfigato. Ma ancora più sfigato sei quando hai un pass stampa che non ti permette di entrare sul campo centrale, l’unico su cui si giochi nel week end. Così il povero Tcc, che per una volta si sentiva protagonista del suo tempo, viene fermato all’ingresso da un addetto ai lavori dalla cadenza eccessivamente romana. Penso all’errore umano, alla tragica fatalità e infine al complotto, ma la realtà mi viene ribadita da una protagonista di “Scusa ma ti chiamo amore”, forse nominata ufficio stampa della manifestazione in maniera un po’ avventata. Insomma, mi viene spiegato con le buonissime che ci sono tipo questi pass con cui puoi fare tutto ma non vedere le partite. Mi appello al concetto di logica mutuato dalla filosofia greca, ma il non averla mai studiata non mi aiuta di certo. Incasso l’umiliazione e vago per il Foro Italico insultando il destino. Ripenso che tutti i direttori per cui ho lavorato mi hanno sempre detto che le notizie sono nell’aria, ma al Foro Italico forse li hanno presi un po’ troppo alla lettera. Poi, come detto, il classico incontro che ti cambia la vita e due biglietti che si materializzano per me e per un collega non meno sfigato.

Immag024Appena seduto in un posto evidentemente non mio, mi mimetizzo per non farmi notare. Occhiali da sole,  polo e  jeans: il mio amico, prima di trovarmi, si siede vicino ad altre 27 persone vestite come me. Lo spiazza anche la mia perfetta postura: gambe accavallate e braccio sullo schienale della sedia alla mia sinistra. Al Foro Italico, infatti, i biglietti che costano meno non sono quelli delle file più lontane dal campo, quanto quelli degli ultimi posti a sinistra. Chi capita lì non appoggia il braccio o, al massimo, prova ad adagiare il destro, entrando però in immediato e palese conflitto con il resto dello stadio, vittima di un effetto domino non preventivato (come mostra la foto, c'è un posto sulla destra che, benché in prima fila, è rimasto libero per l'assenza di sedie a sinistra, ndr).  Verdasco tira forte come un ossesso; Nadal di più. E, di colpo, mi trovo a riflettere sul fatto che il tennis generi un tifo tipo Colosseo. Cioè, nessuno sostiene il suo preferito e tutti tifano per la battaglia. Ragion per cui, uno come Nadal viene accolto come un mito all’ingresso in campo, poi viene abbandonato per tutta la partita e infine viene portato in trionfo dopo la vittoria. Tutto il resto del match è un continuo sostenere il suo avversario affinché l’incontro non finisca in meno di un’ora. Mentre mi compiaccio per questo arguto parallelismo, vengo sorpreso da una seconda osservazione ancora più profonda: dopo le gallery sul Corriere dello sport che mostravano gonnelline al vento e culi esposti alle intemperie, tutte le hostess indossano i pantaloncini sotto la gonna. Penso che, con il vento messo fuori causa dal senso pratico umano, a salvare il tasso di eros della giornata potrebbe provvedere la pioggia per un’inedita versione outdoor di miss magliettina bagnata. Ma l’unica pioggia è quella di rovesci di Nadal che sommerge Verdasco 6-3 6-3. A fine partita cerco l’incontro ravvicinato con il vincitore, quando vengo frenato da una presenza che mi frana addosso, alle spalle. Penso che sia il classico stratagemma per fregare il portafoglio. Mentre mi giro con violenza per fermare il malvivente, una voce cordiale proveniente dal corpo franato mi chiede scusa ripetutamente. Solo allora mi accorgo che sono stato tamponato da Lea Pericoli e spero che qualche rivista scandalistica abbia fotografato quel contatto veemente, in modo da poter marciare su una scandalosa love story tra l’attempata ex campionessa e il giovane e aitante scrittore. Solo a fine giornata scoprirò che Lea Pericoli mi ha effettivamente fregato il portafoglio. Mi fiondo in tribuna stampa, dove Nadal arriva per la conferenza stampa più breve della storia: 12 minuti netti. Due domande in inglese, due in spagnolo. Nessun giornalista italiano si fa avanti e ciò chiarisce in un certo senso il significato dell’espressione “sport minore”. Per inciso, Massimo Marianella è vestito malissimo come al solito. Da un’altra parte di Roma, 86 individui provvisti di tesserini vari chiedono a Spalletti cosa ci si debba aspettare dalla gara con il Chievo. Terminata la microconferenza di Nadal, si torna sul centrale per il match serale. La tribuna d’onore è solo un vago ricordo; ora ci toccano dei posti tipo terzo anello di San Siro. Nessun problema se non fosse per una leggera escursione termica che fa sprofondare la colonnina di mercurio in prossimità dello zero. Noi ovviamente, come tutto il resto del Foro Italico, siamo attrezzati solo per il caldo pomeridiano. E mentre Gonzalez e Monaco se le suonano di santa ragione, intorno a noi inizia a germogliare il seme del panico. C’è gente che batte i denti e ci sono denti che si prendono prontamente la rivincita. Le mie gambe tremano, twist twist. Forse sono brividi brividi d’amore ma molto più probabilmente sono brividi di gelo. Le gambe di tutti tremano e la sensazione è che la tribuna verrà giù da un momento all’altro. Compaiono le hostess avvolte nelle coperte e nell’aria si diffonde un familiare odore di minestrina: è il chiaro segnale che la Protezione civile ha iniziato a fronteggiare le prime necessità. In preda alle allucinazioni, vedo spuntare da un cancelletto un tipo vestito da principe azzurro, con tanto di parrucca bionda e cuscino su un braccio a sorreggere una scarpa di cristallo. Mentre prego iddio di abbreviare quella sofferenza, mi accorgo che anche il mio amico vede il principe azzurro. E che tutta la curva vede il principe azzurro. Lui gira un po’, poi va via. La curva è dilaniata dagli interrogativi, quando qualcuno mette in giro la voce che sia la trovata di uno degli sponsor. Penso che, per fortuna, anche quando ho fatto lavori di merda nella mia vita, nessuno mi ha chiesto di vestirmi come un coglione: l’ho fatto sempre nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, come quella volta che non sono potuto andare alla Camera perché avevo la maglietta della Duff di Homer Simpson. Gonzalez chiude la partita intorno alle 23 e, al match point, scatta una maratona verso l’uscita che coinvolge qualche migliaio di persone. Mentre andiamo via la speaker annuncia l’inizio di una partita di doppio nella quale il nome di spicco è l’indiano Leander Paes. E ho detto tutto. Dal centrale arrivano pochissimi applausi, ma almeno, Paes, compagno e coppia avversaria sanno che ai presenti la partita interessa davvero.
martedì, 21 aprile 2009

Il mondo della frutta, è bene dirlo una volta per tutte, è pieno di insidie. Avete idea di quanti luoghi comuni, inesattezze e teorie complottistiche ruotino intorno all’universo di questi simpatici vegetali zuccherini? Ci ho riflettuto proprio stasera, quando una mela mi è caduta in testa. Tuttavia non è stata la caduta a generare la mia illuminazione, quanto, piuttosto, il fatto che dalla mela uscisse l’ormai celebre bruco. Ora: a me questa storia del bruco che esce dalla mela mi ha sempre saputo di fregatura. Intanto perché non capisco per quale motivo una cosa schifosa debba essere trasformata in un’immagine divertente. Per dire: io da piccolo, al Luna Park, sulle navette a forma di bruco che, di rotaia in rotaia, attraversavano la mela gigante non ci andavo mai. È più o meno come mettere un bambino in una navetta a forma di giacca e fargli attraversare una gigantesca struttura a forma di merda di piccione. Nel senso che è una cosa che può succedere ma comunque schifosa. Ma non è tanto questo, quanto pensare che io questi dannati bruchi li ho sempre visti uscire dalle mele e mai entrare. Come si spiega? Da buon teorico del complotto non posso non pensare che alcune mele vengano vendute già con il baco all’interno. Anche perché ne andrebbe dell’intelligenza dell’animale stesso: farsi un mazzo così per scavare un tunnel all’interno di una mela non è la cosa più furba che si possa fare in natura e la natura, si sa, è un meccanismo perfetto che non tollera l’inutilità. A parte quella del già citato piccione e di Maurizio Gasparri. Escludendo quindi che il bruco si infili ogni volta senza meta all’interno del pomo, non resta che pensare che sia lì dentro sin dall’inizio. D’altra parte non s’è mai visto un vermicello uscire da un kiwi. Dalla mela sì, quindi è il produttore che ce l’ha messa. Il motivo mi è oscuro. Però anche la chiesa costruita con i teschi di Evora è una cosa che concettualmente fa senso, eppure tutti la guardano ammirati e, anzi, vanno in Portogallo apposta per farlo. Quindi non si può escludere che il verme all’interno della mela sia una trovata di marketing di qualche consorzio del Trentino per vendere più frutta. Altre questione dolente è legata alle banane. O meglio, alla loro buccia. Dunque: sulla buccia di banana non si scivola. Possiamo urlarlo al mondo, per cortesia? Non s’è mai visto nessuno cadere per questo motivo. Che poi anche le probabilità giocano contro. Quante persone al mondo mangiano ogni giorno una banana. Esagero: diciamo mezzo miliardo. Quanti buttano la buccia per strada? Tenendo conto che molti la mangiano a casa o in luoghi dotato di pattumiera e che quelli che la mangiano per strada difficilmente getteranno con disinvoltura la buccia per terra, direi che si può scendere tranquillamente a 100.000 persone. Quanti di questi getteranno la banana su un fondo che agevola lo scivolamento? Pochissimi, anche perché immagino che tra quelli che mangiano banane ogni giorno, probabilmente ci saranno popolazioni non propriamente ricche di posti equatoriali che magari non hanno neanche le strade. E secondo me, sulla nuda terra, scivoli giusto se ti mettono una lastra di ghiaccio sotto i piedi. Scendiamo a 20.000. Considerando alcune piccole variabili come il solerte intervento degli spazzini o di animali affamati, la bora o i calci di altri pedoni che potrebbero spostare la buccia verso i muri o, in generale, in luoghi, non calpestabili, direi che si arriva a 5.000. Ora, anche ammesso che sulla buccia si scivoli davvero, quante possibilità ci sono di vedere una persona che la calpesti? Meno della metà. E quanti di loro cadranno? Boh, su 2.000, facciamo 400? Bene: solo a Roma, ogni giorno, almeno 200 persone finiscono sull’asfalto perché sono passati con il motorino sulle rotaie del tram o sui sampietrini bagnati. Allora perché colpevolizzare la banana? E poi perché se uno scivola sulla banana si deve ridere e se uno cade con il motorino no? Io credo che Buster Keaton abbia visto una volta un amico che cadeva sulla banana, ha trovato la cosa divertente e ha riproposto lo sketch, addossando la colpa della caduta alla Chiquita. Da allora la povera banana è rimasta vittima dello stereotipo. Roba che se avesse addossato la colpa alle cacche dei cani, ognuno, da quel giorno, si sarebbe sentito in diritto di gettare un cane nell’immondizia ogni volta che ne avesse incrociato uno.

Ultima questione, la più annosa. Non c’è nessun’altra cosa in natura, come la frutta, della quale si debba parlare con la cautela di chi vuole evitare facili doppi sensi a sfondo sessuale. Nulla. Mettere una banana e due kiwi tra due pere non è né più né meno che una collocazione creativa di vegetali. Ma l’opinione pubblica insorge: “che scandalo, questo umorismo pecoreccio!”. Il problema vero è che non sono stati gli organi genitali a essere rinominati di volta in volta per criteri di similitudine morfologica, quanto, piuttosto, il contrario. È stato l’uomo, che evidentemente lo trovava divertente, a nominare la frutta come l’organo genitale. La prova è elementare. Ai tempi di Adamo ed Eva c’erano solo le mele che, difatti, sono l’unico frutto che non ha un corrispettivo sessuale. Poi è stata creata via via l’altra frutta e l’uomo, affetto da evidente pigrizia intellettuale, ha pensato, per dare dei nomi accattivanti con il minimo sforzo, di riciclare le stesse parole che aveva usato per descrivere se stesso.

“Eva, tesoro, questo strano frutto a forma di boomerang arrotondato come la chiamiamo?”
“Boomerang”
“Ma già esiste. Poi rischieremmo di non distinguerli. Si dovrebbe trovare un altro oggetto che gli somigli, a cui magari abbiamo già dato più di un nome...”.
“Ehm... amore?”
“Dimmi, tesoro...”
“Perché non lo chiamiamo ‘minchia’?”
“È vero! Un po’ gli somiglia! Aspetta, facciamo una prova... ‘Tesoro, c’è ancora qualche minchia in frigo?’. Non lo so... Non mi convince, però siamo sulla strada giusta...”.
“Verga?”
“Troppo letterario...”
“Mazza?”
“È da maestro...”
“Banana?”
“Ehi! Questo sembra perfetto! Ok, la chiameremo così e sarà per sempre l’unico frutto dell’amor”.

La discussione su cocomeri, meloni e pere andò avanti molto più a lungo, soprattutto perché Eva proponeva, nell’ordine, tette, bocce e minne e, comunque, non capiva perché dovesse privare il suo seno di ben tre soprannomi. Tutto questo per dire che, nel caos che governa il mondo della frutta, buona parte delle responsabilità sono anche dell’uomo.

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