giovedì, 03 luglio 2008

Tanto tutti prima o poi ci abbiamo provato, per cui non mi sento un alieno a dire quello che sto per dire. Che poi se sei giornalista, se hai fatto l’animatore o lo speaker in radio, se hai un blog o se ogni tanto partecipi a qualche concorso di narrativa, una componente egocentrica ce la devi avere. Io le cose succitate le ho fatte tutte, quindi ho tante componenti egocentriche. O una sola, però molto grande. Insomma: io sono uno di quelli che ogni tanto testa la sua popolarità su Google.

Devo dire che, da questo punto di vista, essere Gianluca Cordella e non Mario Rossi mi ha agevolato non poco il compito. Almeno le pagine trovate parlavano di me e quasi esclusivamente di me. Senza dover stare a passarle in rassegna tutte, sfoltendo la mia effimera auto-affermazione di ingombranti omonimie. E sin dall’inizio mi sono portato appresso un Gianluca Cordella che parla di automodellismo e un Gianluca Cordella calciatore/modello. Il modellista non mi ha mai preoccupato tanto. Aveva le sue due belle citazioni e, a distanza di anni, quelle sono rimaste. Quindi questo Gianluca Cordella o è morto o ha appeso i modellini al chiodo, peraltro frantumandoli in mille pezzi. Niente da aggiungere su di lui. Il calciatore/modello è già più problematico. Intanto perché è stato lui a spingermi la prima volta a cercare il mio nome. Sfogliavo una rivista inutile, quando trovai una pagina con una gamba muscolosa e una scarpa di Dirk Bikkembergs. Con la scritta “Gianluca Cordella posa per Dirk Bikkembergs”. La soluzione era facile: dovevo querelare questo stilista da quattro soldi per aver provato ad arricchirsi con il mio nome. Da buon egocentrico non mi ha nemmeno sfiorato l’idea che potesse trattarsi di un omonimo. Era chiaro che quella vecchia volpe di Dirk mi conoscesse bene e avesse deciso di usare il mio nome. Altrimenti perché non avrebbe fotografato il modello anche in faccia? Il classico scambio di persona. Ma mentre mi vedevo già in tribunale di fronte a un Dirk imbarazzato che provava a dimostrare che quella gamba fosse la mia, mi imbattei in un manifesto di Bikkembergs con Gianluca Cordella sano. Non ero io, cazzo. Un omonimo celebre e ingombrante. L’anagrafe mi aspettava: dovevo diventare almeno Gianluca Cordelli. La fama di questo calciatore/modello doveva però fare i conti con la brama di successo di Bikkembergs che, messi da parte i calciatori dilettanti, decise di lanciare la nuova campagna pubblicitaria con calciatori di serie A. Da allora di Gianluca Cordella non si è saputo più molto, a parte – e questo brucia ancora – che lui ha delle pagine che parlano di lui in cirillico. Cosa che io, a meno di miracoli, non avrò mai. Pazienza. E comunque oчевидно, в честь чемпионата мира по футболу лицом марки в этом олимпийском году стал популярный итальянский футболист Джанлука Корделла.

Nel frattempo il blog stava iniziando a crescere, avevo vinto un paio di concorsi di narrativa e avevo pubblicato qualche racconto qua e là. Insomma stavo diventando io il vero Gianluca Cordella.  Pagine in aumento, primi risultati tutti per me e avversari che non crescevano.

Qualche settimana fa, il dramma. Nel Salento è venuto fuori ‘sto Gianluca Cordella campioncino, a quanto pare, di sollevamento pesi. Per me, l’inizio della crisi. Le sue pagine si stanno moltiplicando, e in numero, e in popolarità. I risultati legati a lui hanno già scalzato 2-3 pagine di risultati con il mio nome. Presto il vero Gianluca Cordella sarà lui e io finirò per essere una meteora della notorietà, peraltro solo informatica, considerando la coltre di anonimato che ricopre come un plaid scozzese la mia vita professionale. A me diranno “Gianluca Cordella? Ah, come il pesista...”. Che poi questo è pure un under 23, c’ha una carriera davanti, magari le Olimpiadi. E io no. Fosse stato – che ne so – un tenero fioraio avrei potuto anche meditare di eliminarlo fisicamente. Invece no, è un pesista, cazzo. Roba che magari mi fracchia anche di mazzate mentre tento di ripristinare la mia web-egemonia. Che amarezza. Perciò...niente, l’unica cosa che chiedo è di scrivere Gianluca Cordella ovunque capiti. Blog, siti, anche istituzionali, forum. Mi va bene tutto. D’altra parte non è colpa mia se fra il nessuno e il centomila, ho sempre tifato per l’uno.
mercoledì, 25 giugno 2008
author: tantecarecose @ 02:15
category: geni del male, questa cosa secondo me
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Nel mondo non potrà esserci mai serenità finché ci saranno quelli simpatici solo a qualcuno. Non potranno mai cessare le guerre fino a quando regnerà la simpatia di nicchia. E’ un dannatissimo dato di fatto. Cioè al mondo ci sono persone davvero troppo forti, di quelle che comunque fanno ridere a qualsiasi latitudine. Poi, di contro, ci sono quelli che pure dopo un campus di 3 mesi con Gino Bramieri non riuscirebbero a strappare un sorriso al proprio interlocutore, se non disegnandoglielo sulla faccia con un UniPosca. Entrambe le situazioni vanno bene: ridi quando c’hai da ridere e quando non c’hai da ridere lo sai dall’inizio. Sono casi che non generano conflitti, nemmeno nel povero depresso che non riesce a fare ridere, rassegnato com’è - ormai – alla evidente realtà di non riuscire a produrre sorrisi nemmeno riproponendo alcune delle gag più esilaranti della storia della comicità.

I problemi iniziano quando c’è il simpatico di nicchia, la cui caratteristica è, per definizione, quella di risultare indifferente, se non dannoso, al 95% della popolazione terrestre, ma incredibilmente irresistibile per il restante 5%. I problemi, poi – per consentire la statistica di cui sopra –, proseguono nel trovare persone che conoscano il 100% della popolazione terrestre. Ma questa è una difficoltà strutturale e non va certo sviscerata in questa sede. Quello che preme è rintracciare le tipologie principali del simpatico di nicchia.

Il simpatico molesto: è quello che si mette in luce per l’invasività del suo umorismo. Sua caratteristica principale è la costante ricerca del contatto fisico, ottenuto con un ampissimo campionario di gesti: dalla pacche sulle spalle ai pugnetti sul deltoide, fino alle odiosissime manate sulla coscia nel mezzo di una fragorosa risata. I più preparati hanno anche un’arma segreta: la presa sottobraccio che non lascia scampo e che permette al simpatico molesto di ridere appoggiandosi pesantemente con la testa sulla tua spalla. Al di là di una presenza fisica importate, il simpatico molesto si mette in luce per un umorismo altrettanto molesto. E’ quello che, a fine cena, con una tavolata di semisconosciuti, si permetterà di incalzare la timidissima amica dell’amica dell’amica, presente quella sera per un’incredibile serie di congiunture astrali, con battute volutamente maliziose tipo: “Senti, e a te ti piace la banana?”. Palesando, peraltro, altre due caratteristiche: l’introduzione della battuta con espressioni sensoriali (senti, guarda, vedi, ecc) e la propensione a un italiano approssimativo.

Il simpatico sfigato: è quello che si convince che le sue sfighe divertano il mondo intero. Tipo, parlando della precaria situazione igienica del pavimento del bagno di casa sua, dirà: “Devo scopare in bagno...Almeno là, visto che in camera da letto...”. Oppure, se qualcuno gli chiede di che segno zodiacale è e lui, malauguratamente, è del Toro, dell’Ariete o del Capricorno, sottolineerà: “Sono cornuto, di segno e di fatto”. Se poi è Vergine si aprono tutta una serie di nuove possibilità. L’immagine che il simpatico sfigato tende a dare di sé è più o meno questa: un tipo brutto, con svariate malattie congenite che spesso sfociano nell’handicap vero e proprio, con una vita sessuale che tende a meno infinito e con una ragazza – che a questo punto non ci si spiega come faccia ad avere – che lo tradisce costantemente con chiunque capiti a tiro.

Il simpatico aggiornato: è colui che aggancia il suo umorismo solo ai grandi fatti di attualità o, peggio, ai personaggi della politica. Se, ad esempio, va in una discoteca dal design iper-avanguardistico, racconterà: “Poi dovevo andare in bagno e non si capiva qual era quello degli uomini e qual era quello delle donne. Non sapevo in che cesso entrare, come Vladimir Luxuria alla Camera”. E comunque racconterà sempre la barzelletta
“Hanno trovato del sangue meridionale a Bossi?”
“Dove?”
“Sul paraurti della macchina”.

Il simpatico artista: ha la caratteristica di odiare gli uomini e di voler invece portarsi a letto l’intero genere femminile, senza distinzione di sorta. Perciò il suo umorismo va in una direzione in cui convergono complimenti, nonsense, filosofia, giochi linguistici, azioni, pensieri, parole, opere e omissioni. Lo schema è semplice: si prende una parte del corpo della ragazza in questione e la si miscela con un’azione scriteriata, mantenendo quel vago alone di complimento. Esempi sono frasi tipo “stasera ti leccherei i capelli” o “hai dei piedi che veramente ci si può parlare”. 

Il simpatico chiasmo: anche detto “simpatico Cinghiale”. E’ colui che, proprio come nella celebre pubblicità del grande pennello, basa il suo umorismo semplicemente sull’inversione dell’ordine sostantivo-aggettivo e sulle alterazioni di senso che ne vengono fuori. Tipo:
“Conosci Leila, la giovane persiana?”
“No, conosco solo una persiana giovane. E non vedo che senso abbia dare un nome a una finestra”.

Altre microcategorie sicuramente sfuggono a questa classificazione sommaria. Il dato importante da sottolineare, comunque, è che a ognuna di esse corrisponde l’entusiasmo smodato di una piccola platea. E, chissà perché, l’umorismo genera dei mostri di persuasione. Chi apprezza un umorismo di nicchia tende sempre a imporlo agli altri. Come quando scopri una canzone bellissima di un gruppo sconosciuto e cerchi di diffonderla nel mondo. Così, al danno di dover passare una serata con una persona che non riesce a strapparti neanche un proto-sorriso, si aggiunge la beffa di una serie di persone che insistono con domande retoriche tipo: “ma non è troppo forte?”. Evidentemente no, altrimenti l’avrei chiamato qualche volta negli ultimi sei anni e, comunque, avrei evitato di mettere in guardia tutti i conoscenti comuni con un’apposita campagna di volantinaggio. Ma guai a farlo notare, perché qualcuno ti risponderà puntuale che rosichi perché lui, con la sua simpatia, ti ruba la scena. Con buona pace di Gino Bramieri.
mercoledì, 18 giugno 2008
author: tantecarecose @ 23:52
category: anima animale, questa cosa secondo me
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Io non voglio parlare sempre degli animali e giuro che dopo questo post per un po’ smetto. Però una cosa sui cani la devo dire. Il cane mi piace, ma purtroppo non è un animale intelligente. O, almeno, non come cerca di far credere alla gente. Bisogna che qualcuno lo dica una volta per tutte. Che qua con ‘sta storia che è il miglior amico dell’uomo si rischia di alterare la realtà. Io non capisco come si fa a considerare il cane intelligente. O meglio: non capisco perché sul cane vengono magicamente alterati tutti i criteri che nella nostra vita ci consentono di dire se una persona sia intelligente o meno. Un caso su tutti: il cane non esce da solo per andare a fare i suoi bisogni. Questo già spiega tutto. Se il cane fosse intelligente – oltre che un attento osservatore – dovrebbe essere in grado di capire che tirando verso il basso la maniglia la porta si apre, che una volta usciti la si richiude, che bisogna ricordarsi di prendere le chiavi prima di uscire e che, per rientrare, basta infilare la chiave nella toppa, girarla e spingere la porta. Ma il cane non lo fa e si potrebbe perciò pensare a una sorta di indolenza canina. Neanche per scherzo: il cane infatti brama l’uscita e lo dimostra quando lo chiamate con il guinzaglio in mano. Quindi ne consegue che il cane non sa aprire la porta di casa. E che quindi non è un essere intelligente. Perlaltro è curioso – come anticipato – il metro di giudizio. Se io guardo un  uomo che prende la chiavi, esce di casa e dopo qualche minuto rientra, non lo giudico intelligente. Perché un cane dovrebbe dunque esserlo? E soprattutto perché un cane che non è in grado di fare tutto ciò viene considerato intelligente?

Altro indizio: nel primo periodo della sua vita, il cane non sa dove deve fare i bisogni. Come i bambini. Poi l’uomo impara normalmente, il cane invece prosegue per vie sadomaso: fa i bisogni a caso in giro per l’appartamento, rimediando sonore legnate ogni volta, fino a quando non impara. Nel senso: a un uomo le scudisciate basterebbero una volta. Il che mi lascia pensare che, sotto sotto, al cane piaccia prendere legnate.

In più al cane piace guadagnarsi la stima con gesti inutili e francamente umilianti. Se io porto le ciabatte a qualcuno tenendole in bocca, minimo mi fanno rinchiudere. Così come non passerei le giornate a riportare indietro oggetti che qualche stronzo mi lancia lontano chilometri. Se li lancia, significa che non gli servono. Perché andarli a prendere? E poi questa storia di mangiare la carne e nascondere l’osso... E’ come se conservassi in un cassetto in camera mia un tubo di Pringles vuoto.

Il quadro che ne emerge è dunque quello di un animale indolente, tendente alla sottomissione, un po’ tonto, portato all’auto-umiliazione, con un umorismo tutto suo e che sostanzialmente ama passare il tempo in modo non costruttivo.

Cazzo, ma questo sono io...

venerdì, 13 giugno 2008

Lukas Podolski nasce in Polonia, cresce calcisticamente in Germania, sceglie di giocare per la nazionale tedesca e, quando agli Europei segna contro la Polonia, non esulta. Hakan Yakin ha genitori turchi e per pura coincidenza nasce in Svizzera, sceglie la nazionale elvetica e, quando agli Europei segna contro la Turchia, non esulta. Tcc nasce in Italia, sposa una samoana di 165 chili, sceglie la nazionale delle Samoa americane e, quando in un’amichevole insignificante segna contro l’Italia, esulta come sedici Pippo Inzaghi condensati in un unico Pippo Inzaghi che segna il gol decisivo in fuorigioco evidentissimo al quinto minuto di recupero della finale dei mondiali. E ‘sti cazzi il fair play. Podolski e Yakin guardano Tcc in tv che esulta come un pazzo e rosicano per non aver fatto lo stesso in quello che potrebbe essere stato il momento più alto della loro carriera calcistica. La differenza forse sta nel fatto che Podolski e Yakin hanno fatto le loro scelte quasi per caso, programmando non più in là di un paio d’anni. Tcc invece ha sempre inseguito il sogno di giocare in una nazionale. Una qualsiasi. E siccome in quella italiana non ce l’avrebbe mai fatta, e nemmeno in una europea di livello bassissimo tipo Andorra, ha accettato di trasferirsi in uno dei paesi che chiudono la classifica mondiale della Fifa e di provare a cercare fortuna lì. Sposa la samoana e dopo un po’ prende la cittadinanza. A 31 anni non è calcisticamente di primo pelo ma in una squadra che l’11 aprile 2001 ha preso 31 gol dall’Australia può fare la sua figura. Così si propone agli osservatori delle Samoa americane, interrompendoli proprio mentre facevano la gara di Buondì ingurgitati nel minore tempo possibile. Tcc entra in campo convinto, supera in velocità i mastodontici cristoni samoani e infila il portiere con un diagonale imparabile. Non ci sono dubbi: le Samoa americane hanno la loro stella. Il primo periodo in nazionale è divertente, anche se il clima da armata Brancaleone non aiuta a preparare al meglio le partite. Ma arriva il grande giorno, l’occasione di una vita. L’Italia, prima dei mondiali di calcio australiani, organizza un’amichevole agevole contro le Samoa americane. Tcc scende in campo con le gambe che fanno giacomo-giacomo (James-James, essendo nelle Samoa americane). Dopo otto minuti l’Italia è sul 13-0. Ma a metà della ripresa, con gli azzurri sul 43-0, la retroguardia accusa un comprensibile colpo di sonno. E’ allora che Tcc si infila tra le maglie della difesa e, approfittando di un Buffon sdraiato all’ombra del suo palo destro, si avvia verso la porta, ferma la palla sulla linea, si china e la mette morbida in porta di testa: 43-1 ed esultanza smodata e incomprensibile ai più, specie a ‘sti Podolski e Yakin che non esultano contro le loro nazioni. E ‘sti cazzi i parenti che ci restano male e la gomitata in faccia di Materazzi che comunque prenderò tra cinque minuti.   

Per gli amanti delle statistiche allego il tabellino di quel memorabile match Australia-Samoa americane, facendo notare che l’attaccante Thompson, con 13 reti, è entrato nel Guinness dei primati per quanto riguarda le reti messe a segno in solo match e che, mentre l’Australia aveva in panchina Frank Farina, le Samoa americane solo un generico Lui: 

Australia: Petkovic, Muscat, Moore, Popović (De Amicis), T. Vidmar (Miller), A. Vidmar, Zdrilic, Horvat, Boutsianis, Colosimo, Thompson. A disposizione: Foxe, Chipperfield, Aloisi, Corica, Wilson, Bolton, Mori. Allenatore: Farina.

Samoa americane: Salapu, Leututu (Mariko), Falimaua, Fatu, Faaloua,  Sinapati, Mulipola, Feagiai, Falaniko (Ioana), Savea, Im Min. A disposizione: Silao, Maina. Allenatore: Lui.

Reti: Boutsianis al 10’, 50’ e 84’; Thompson al 12’, 23’, 27’, 29’, 32’, 37’, 42’, 45’, 56’, 60’, 65’, 85’ e 88’; Zdrilic al 13’, 21’, 25’, 33’, 58’, 66’, 78’ e 89’; A. Vidmar al 14’ e 80’; Popović al 17’ e 19’; Colosimo al 51’ e 81’; De Amicis al 55’.
mercoledì, 04 giugno 2008

Niente, ormai è inevitabile. Una bella crisi diplomatica con la Svezia non ce la può togliere proprio nessuno. Il motivo? Un boicotaggio economico bello e buono. No, dico: manco non lo sapessimo che a ‘sti svedesi toccategli tutto ma non l’Ikea. E l’Einaudi cosa ti va a fare? La beffa imperdonabile ai Flärke. No, no, no. Devo calmarmi e spiegare tutto senza farmi prendere dall’ansia...

Tutto è cominciato tempo fa, quando l’Ikea lancia sul mercato il porta cd/dvd/libri da parete Flärke. Nella sua semplicità, un gioiello di versatilità di 111 cm per 33 per 16. Economico (9,99 euro), facile da montare e utilissimo per riportare l’ordine anche nelle camere più incasinate. Troppo irresistibile per non averne in casa almeno uno. E chi è Tcc per resistere alla tentazione? Orgoglioso del mio Flärke, è inutile negarlo, lo sono stato sin dall’inizio. Al punto che, tempo appresso, decisi di dargli dei fratelli, visto il gran numero di cd, dvd e libri presenti in casa. E, sistemati i primi e i secondi, avevo scoperto la goduria di collocare in ordine i terzi, dividendoli per case editrici e per autori con un ordine maniacale. Tascabile Feltrinelli ai primi piani, Oscar Mondadori agli ultimi (meri criteri politici), Einaudi Stile libero nel settore intermedio. Tutto filava liscio e la mia vita con i Flärke scorreva via placida e serena. Né io, né loro potevamo immaginare quello a cui stavamo andando incontro.

Qualche giorno fa finisco di leggere “Firmino”, di Sam Savage, e, come da prassi, mi avvio con il sorriso soddisfatto verso il Flärke riservato agli Einaudi per collocarlo tra Aldo Nove e Fred Vargas. Che bella quella muraglia gialla con le scrittine verticali nere! Pregustando il suo imminente accrescimento, vado per inserire Firmino e l’orrore si manifesta in tutta la sua portata: il libro non entra. “Non può essere”, mi dico. E’ dannatamente identico a tutti gli altri. Ci riprovo: niente. Firmino non entra. Lo metto di sbieco: niente. Provo a incurvarlo al centro per poi rilasciare: niente. Non mi resta che la prova del dna: confrontarlo con un altro Einaudi a caso. Ora: l’altezza che separa le due mensole del Flärke è 19,5 cm. Esattamente la stessa degli Einaudi stile libero che, di fatto, calzano a pennello. Non la stessa di Firmino, però, che è appena appena più lungo: 20 cm e qualcosa. Eliminando dalle possibilità l’errore umano – un falegname svedese non farebbe mai dei bozzi a una propria mensola – e l’errore di stampa, ditemi voi quale possibilità resta. Il complotto, è evidente. Ipotesi avvalorata da una subdola e minuscola scritta in rosso che segue la dicitura "Einaudi stile libero" su Firmino: Big. Einaudi stile libero big. Una collana apposita, uguale in tutto e per tutto alla precedente se non per le pagine più lunghe di un centimetro? L’Einaudi – è ormai evidente
ha deciso di allungare volutamente il formato dei propri libri per mandare in crisi il mercato dei Flärke e, di questo passo, l’Ikea tutta. Ma perché l’Einaudi odia l’Ikea? E’ questo che mi chiedo ossessivamente da giorni. L’unica risposta sensata che sono riuscito a darmi è che hanno lo stesso fornitore di alberi. Logico, no? Fare fuori l’avversario per avere il monopolio delle forniture. Perciò dico che la crisi è ormai irreversibile. La Svezia non può soprassedere all’estinzione dei Flärke. Aspettiamoci chiusura delle frontiere, dazi doganali sulle merci italiane, protezionismo a oltranza. Basta valchirie bionde da abbordare nelle discoteche romagnole. Basta quadri svedesi nelle palestre delle scuole italiane. Per questo, quando ci troveremo lungo i confini eserciti di falegnami scandinavi disoccupati e incazzati, armati di coltelli Skärpt non facciamo come al solito finta di non saperne nulla. E se avete pensato che si trattasse solo di uno stupido problema e lo avete aggirato semplicemente sistemando i libri in orizzontale, be', sappiate che la Terza guerra mondiale è anche un po’ colpa vostra.
martedì, 27 maggio 2008
author: tantecarecose @ 21:19
category: la terra dei cachi, geni del male, questioni varie ed eventuali
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Se andate in Calabria, ricordatevi di evitare la pasta all’arrabbiata. Si dirà: ma a me piace il piccante. Lo pensavo anch’io prima di perdere l’uso delle papille gustative, di passaggio da quel di Sibari. Fermatomi nel primo ristorante munito di Champions League, commisi l’errore di lasciarmi andare alle suggestioni del piccante calabro. Dice: a Roma mangio arrabbiata da anni, quanto potrà essere più forte quella di Sibari? “Immensamente” è la risposta esatta. Il piatto arriva già a tavola che è incazzato nero. Ci sono segnali come il sugo di un colore strano e un esagerato odore di peperoncino che potrebbero metterti in allarme, ma tu ti senti tutto sommato un duro e pensi che è solo un piatto di pasta – o meglio, un sugo – piccante come mille altri. Ma non è così e, a dire il vero, tu non lo saprai mai che sapore ha quel piatto di pasta. Trattasi infatti di rarissimo piccante a presa rapida che asfalta la lingua prima ancora che il boccone si tuffi giù nell’esogafo. Da quel momento nulla ha più senso. Non ha più senso bere qualsiasi cosa, ingurgitare chili di pane, spararsi un ventilatore contro le fauci spalancate o usare una borsa del ghiaccio come stuzzicadenti. E, ovviamente, non ha più senso mangiare. Non solo nella sera in questione, ma per il resto della vita. Peraltro, tra gli effetti collaterali, specie se la suddetta arrabbiata viene consumata tra maggio e settembre, c’è una sudorazione che assume i connotati dell’emorragia di liquidi. Per questo alcuni ristoranti hanno creato delle sale trasfusioni in cui ci sono donatori di sudore che, ogni giorno, salvano la vita a migliaia di turisti ignari e sprovveduti. Quelli che riescono a cavarsela da soli hanno comunque a disposizione delle pratiche taniche con imbuti per raccogliere i liquidi persi e poterli riciclare in uno spettro di azioni che va dall’innaffiare le piante al riberli con l’aggiunta di una fettina di limone.

Resta da capire per quale motivo il consumo di arrabbiata calabrese continui indisturbato senza che le autorità si decidano a prendere una posizione netta e definitiva. Non esiste una risposta certa, anche se gli studiosi tendono a rintracciare nell’approccio dei calabresi al piccante un comportamento simile a quello dei ragazzini con l’alcol. Come il 14enne con i jeans a vita bassa e l’elastico della mutanda di Calvin Klein si vanta a dismisura del proprio consumo esagerato di alcol, pur non essendo in grado di distinguere un bicchiere di vino da un mojito, allo stesso modo il calabrese si è calato in questo ruolo da duro del piccante che lo porta a vantarsi continuamente di quanto mangi piccante lui, senza ragionare sul fatto che a causa di ciò l’altro giorno ha mangiato per sbaglio un guanto in pile. A tutti prima o poi è capitato di conoscere un calabrese e a tutti è capitato di sentirlo almeno una volta vantarsi di una 'nduja estrema o di una bomba calabrese da ustione. Ma perché lo fai, amico calabrese? Perché ti fai del male, perché ce l’hai con te? Perché lo fai? E la lingua diventa pile.

giovedì, 15 maggio 2008
author: tantecarecose @ 13:56
category: la mia parte intollerante, anima animale, questa cosa secondo me
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Ragionando sui massimi sistemi, sono arrivato a una certezza: è giusto che il panda si estingua. Per tutta una serie di motivi. Da quando è stato messo sullo stemma del Wwf, infatti, il panda ha assunto consapevolmente questo atteggiamento spocchioso che risulta quantomeno poco costruttivo in questi tempi di dialogo politico e di sinergia tra le parti. Quando un panda si sveglia la mattina sa che l’opinione pubblica è dalla sua parte e si regola di conseguenza. Per dire: un panda può pensare di starsene senza fare un cazzo per tutto il giorno, tanto sa che la stima della gente nei suoi confronti non calerà. Perciò questo enorme animale bicolore, diciamolo, alle cronache mondane non regala davvero nulla. Mai una toccante storia alla Knut, mai un salvataggio di un bambino come i cani-eroi di “Studio aperto”, mai un episodio piccante come le porno-scimmie che seducono i maschi promettendo delle semplici spidocchiate della schiena. Anzi, proprio su quest’ultimo punto, il panda si distingue per indolenza. Le uniche notizie mondane su di lui riguardano i suoi problemi di accoppiamento. Voci non proprio edificanti che però il panda affronta con naturalezza, sempre perché la gente è pronta a giustificare ogni sua azione e ogni sua stasi con lo stress derivante dai problemi di estinzione. Eppure, quando le mie prestazioni sessuali sono calate e la mia fidanzata mi ha lasciato, non mi sembra di aver visto panda sotto casa mia che provassero a fermarla, spiegandole che lo stress lavorativo può portare anche a questo. C’è insomma questo egoismo di base che rende il panda un animale davvero odioso. Ma affrontiamo nel dettaglio una serie di temi che giustificano l’estinzione del panda.

1)    Prima di tutto c’è una motivazione stilistica: l’accostamento bianco-nero fa decisamente retrò. Motivo per cui il panda era di grande attualità negli Anni ’50/’60, mentre adesso è ricoperto da un velo di nostalgia per i bei tempi andati. Potrebbe farsi lo stesso discorso per la zebra – in particolare per quella a pois – ma si dà il caso che lo zebrato, insieme al leopardato e affini, in certi ambienti, abbia ancora un gran numero di estimatori.
2)    Secondo punto: non puoi scatenare un casino internazionale sulla tua estinzione se poi non c’hai voglia di fare sesso e di moltiplicarti. Non è che ogni giorno vengono abbattuti migliaia di panda e le povere bestie residue non tengono il passo della riproduzione. L’ultimo panda è stato rottamato dopo la legge Euro 0 e se, da allora, la specie non si è rimpolpata, è evidente che ci siano dei limiti ormonali. Molti studiosi sottolineano una spiccata tendenza del panda all’autoerotismo – ipotesi questa che sarebbe avvalorata dalle vistose occhiaie nere e dall'evoluzione della mano che ha portato l'animale ad avere sei dita – ma mancano al riguardo prove certe.
3)    Visto che si è tirata in ballo la rottamazione. Il panda è stato in grado di non evolversi anche nei suoi significati traslati. La Panda ha attraversato 23 anni di storia italiana rimanendo sempre uguale e ce ne ha messi altri cinque per trasformarsi appena in una monovolume. In un periodo appena più lungo, un giaguaro – per dire – ha messo in piedi addirittura un’azienda intera, che peraltro fabbrica auto di lusso.
4)    I panda sono tutti nelle riserve. Non si hanno notizie di panda titolari.
5)    Panda era anche uno dei personaggi con cui era più difficile finire Tekken 3. Di contro, l’uomo che ha ideato il videogioco, regalando al mondo l’opportunità di sfogarsi sul panda, andrebbe inserito nel novero dei più grandi geni di tutti i tempi.
6)    Nella letteratura e nel cinema non c’è un panda degno di nota. Hanno fatto film su cani e gatti, su cavalli e maiali. Chuck Norris ha persino regalato la notorietà all’armadillo a nove fasce. Bradipi e mammuth spopolano nei film animati e gli asini nella favole di Fedro, un autore romano divenuto noto grazie al Grande Fratello. Ma dei panda non c’è traccia.
7)    Il panda compare sulle monete cinesi e i personaggi che compaiono sulle monete, nella norma, sono morti.
giovedì, 08 maggio 2008
author: tantecarecose @ 18:44
category: laif is nau, questioni varie ed eventuali, sportobello, devianze mediatiche
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Breve elenco di cose sconvolgenti accadute nelle ultime ore:

un’ex valletta di Magalli è diventata ministro;

un uomo più basso di Berlusconi è diventato ministro;

un uomo più basso di Berlusconi esiste (ma questa, in effetti, è inclusa nel punto precedente). Per completezza dell’informazione: non esistendo stime ufficiale, il dato che gira in rete con maggiore insistenza relativo all’altezza del ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta è un metro e trenta. Roba che Giorgia Meloni, affianco a lui nella foto ufficiale, sembrava Yao Ming;

Mara Venier va in vacanza ai Caraibi. Non so perché sia sconvolgente, ma d’altra parte non so neanche perché ne stiano parlando adesso su RaiUno;

Rafael Nadal è stato sconfitto al primo turno degli Internazionali di tennis di Roma. Il proprietario dell’agenzia di scommesse Bwin ringrazia e stasera offrirà una cena ai suoi amici brindando alla salute di Tcc e delle altre migliaia di audaci scommettitori del “ti piace vincere facile?”;

credo di aver capito perché i tifosi della Lazio, notoriamente a maggioranza destrorsa, fischiano il presidente Lotito. Non per i mancati investimenti, come sostiene la stampa, ma perché continua a costringere la curva a tifare per ogni etnia o categoria sociale tradizionalmente discriminata dai supporter stessi. Tra campo, panchina e tribuna, ieri sera, c’erano Behrami (kosovaro), Dabo e Mudingayi (neri), Pandev e Kolarov (slavi), Tare (albanese), Radu (romeno), Ballotta (anziano) e Rozenhal (ebreo). In passato c’era anche Gottardi (gay, secondo una leggenda metropolitana molto diffusa nella capitale);

i cinesi, per scappare dalle polemiche, hanno portato la fiamma olimpica in cima all’Everest. Temevano di trovare una bandiera del Tibet; per fortuna hanno trovato solo Mara Venier, che aveva spudoratamente mentito sulle sue ferie.
lunedì, 28 aprile 2008

Tutti noi, prima o poi, troviamo nel corso della vita una persona – una e una sola al mondo – che risponde con un sorriso ai nostri momenti di difficoltà, che è sempre pronta a farsi scivolare addosso i nostri insulti e che conosce ogni nostro punto debole. Una persona speciale che sa prenderci con dolcezza, ma al tempo stesso con rigore. Il fisioterapista.
 
Il fisioterapista è una strana figura, a metà strada tra il Dalai Lama e Heinrich Himmler. Quando la prima volta arriva a casa tua, ti fai il segno della croce per quanto è incorporeo. E il fatto che sia entrato in casa passando attraverso la porta chiusa certo non ti aiuta a fare chiarezza. Ma prima che tu possa entrare in crisi mistica, ti chiede 70 euro, illuminandoti sulla sua reale natura. Chiarito l’equivoco, resti comunque rapito dal suo tono pacato e dal sorriso bonario. Nella tua camera c’è una surreale atmosfera zen. Il fisioterapista cerca di spiegarti la via per raggiungere l’armonia del Cosmo attraverso l’interazione di muscoli che non avevi mai sentito nominare prima. E il fatto che tu ce li abbia tutti ti inorgoglisce e in qualche modo ti responsabilizza. In pochi minuti si è conquistato ben altro che la tua fiducia: sei rapito dalle sue parole senza senso e ti senti un suo potenziale schiavo. A quel punto, però, succede qualcosa di strano. Il fisioterapista si trasforma in un sadico gerarca nazista. Ma sempre zen. Piegandoti degli arti a caso inizia a generare dei dolori che non pensavi potessero esistere in natura. O perlomeno non così sconnessi dalla morte. Però lui è calmo come il Cavaliere d’oro delle casa di Vergine. Il che ti porta a pensare che sia tu a esagerare e che, in realtà, non ti stia facendo così male. Quando poi sdraiato, pancia sotto, vedi spuntarti sulla spalla un tuo allegro tallone, capisci che quel dolore disumano è in effetti il muscolo della gamba tirato oltre ogni regola del buon senso e non una tua rappresentazione metafisica del malessere che affligge l’uomo moderno. Alle tue comprensibili smorfie di dolore lui risponde con un sorriso.
 
Il punto cruciale della questione fisioterapista è proprio questo. Lui ti porta al limite, ma tu non ti fidi di lui. Perciò, ogni volta che un tuo muscolo viene stirato per quanto possibile, tu resti convinto che il tuo “possibile” sia diverso dal concetto di “possibile” del fisioterapista. Da qui la bizzarra disparità di vedute che porta il fisioterapista a dirti cose tipo “dai, spingi di più, dai che ce la fai a piegare un altro po’” e tu a rispondere con cose tipo “dai un cazzo, brutto stronzo, se tiro un altro po’ qua mi si strappa tutto e un altro intervento dopo te lo fai tu al posto mio, ok?”. Ma il fisioterapista crede in te, tira e, di fatto, non si strappa nulla. Quindi aveva ragione lui. Che sorride ai tuoi insulti.
 
Forse è questo il vero motivo di attrito con il fisioterapista: tu lo odi perché non ti fa sentire speciale. Ti tratta come un qualsiasi paziente, mettendoti di fronte all’amara realtà: non è vero che siamo tutti diversi. Siamo tutti dannatamente uguali e funzioniamo allo stesso modo. Una fotografia del reale che spinge sempre più uomini medi dall'ego fortemente frustrato a diventare assassini di fisioterapisti.
venerdì, 11 aprile 2008
author: tantecarecose @ 13:18
category: devianze mediatiche
comments: commenti (128)(popup) | commenti (128)

Campando di tv, in questi giorni mi sono accorto di quanta ingiustizia ci sia in un Paese in cui a una giovane apprendista vj viene chiesto di fare anche la ruota, nonostante abbia la mestruazioni. E’ inaccettabile. E di quanta indifferenza ci sia nei grandi Paesi che trascurano i delicati temi ambientali, obbligando tre poveri pinguini a scoreggiare all’inverosimile per fronteggiare lo scioglimento della calotta polare. Io non voglio vivere in un mondo in cui la diarrea può sorprendermi da un momento all’altro, obbligandomi a saltare l’appuntamento al cinema con la mia amica, e in cui mio padre, poco dopo la mia nascita, decida già che auto comprarmi per i 18 anni. Voglio andare al supermercato senza fare inutili file alla cassa perché quello prima di me si è messo a cantare con la cassiera, voglio che Alessia Marcuzzi finalmente abbia un’attività intestinale regolare e soprattutto voglio che qualche biologo mi confermi che il bifidus attivo non è mai esistito.

Peraltro pensavo che in caso di violento terremoto o di incendio di casa mia avrei pochissime possibilità di salvarmi.

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